298 ore di violenza pagata a viewer: la morte dello streamer Jean Pormanove

Scritto da: Manuele Avilloni
1 Settembre 2025

Raphaël Graven, 46 anni, conosciuto come Jean Pormanove, è morto il 18 agosto 2025 durante una maratona streaming di 298 ore su Kick. Per quasi due settimane, due utenti soprannominati “Naruto” e “Safine” lo hanno sottoposto a violenze e umiliazioni davanti a migliaia di spettatori che finanziavano gli abusi. La procura francese ha aperto un’inchiesta, mentre cresce la polemica sulla responsabilità delle piattaforme…

Raphaël Graven, conosciuto come Jean Pormanove.

Era una diretta come tante altre su Kick, la piattaforma di streaming che promette maggiore libertà di contenuti rispetto ai competitor più mainstream. Ma quella sera, lo streamer francese Jean Pormanove, 46 anni, non avrebbe mai immaginato che il suo ultimo show sarebbe diventato un epitaffio digitale. La sua morte, avvenuta in diretta davanti a migliaia di spettatori, ha strappato il velo su una realtà inquietante che da tempo si nasconde dietro il luccichio delle donazioni e dei like: la mercificazione sistematica della sofferenza umana trasformata in intrattenimento.

Il Volto Dietro lo Schermo: Chi Era Davvero Jean Pormanove

Dietro il nickname “Jean Pormanove” si celava Raphaël Graven, nato il 26 gennaio 1979, un uomo di 46 anni che aveva trasformato la propria vita in un palcoscenico digitale permanente. Non si trattava di un novellino dello streaming: Graven era uno dei primi streamer francesi in assoluto, un pioniere che aveva costruito la propria carriera digitale nel corso di cinque anni di attività online.

Il suo percorso iniziò nel marzo 2020 su TikTok, dove creava video umoristici e di gaming, inclusi giochi come GTA V e FIFA. Da lì, la transizione verso Twitch fu naturale: i suoi stream su Twitch gli avevano procurato 669.000 follower e totalizzato più di 35 milioni di visualizzazioni. Il suo stile era inconfondibile: caratterizzato da un tono esplosivo e interattivo, punteggiato da momenti di rabbia, sfide assurde nei suoi stream e mantenendo connessioni strette con la sua community.

Ma fu il trasferimento su Kick nel 2023 a segnare la svolta più drammatica della sua carriera. Su questa piattaforma più permissiva, Pormanove trovò il suo habitat naturale, diventando rapidamente lo streamer francese più visto dell’intera piattaforma. Il successo fu impressionante: nell’agosto 2024, occupava la 4ª posizione come streamer più visto e popolare di Kick a livello globale.

I numeri del suo seguito erano significativi: aveva più di un milione di follower sui social media, con circa 500.000 follower distribuiti tra le varie piattaforme come TikTok e Twitch. Ma dietro questi numeri si nascondeva una evoluzione dello streaming inquietante. I contenuti di Pormanove si erano infatti strasformati verso territori sempre più estremi. Era conosciuto per i suoi stream di gaming, “ma anche per sfide estreme con altri streamer”. La sua specialità era diventata un genere che i francesi chiamano “trash streaming”: si sottoponeva a violenze fisiche e umiliazioni, azioni che avevano attirato una folla di spettatori incuriositi da sfide sempre più pericolose.

Il paradosso di Raphaël Graven era evidente: più si umiliava, più cresceva il suo seguito. Più accettava abusi e violenze in diretta, più le visualizzazioni aumentavano. Era diventato, senza forse rendersene conto, il protagonista di un esperimento sociale perverso dove la propria dignità veniva barattata con la popolarità online. Una popolarità che, alla fine, gli è costata la vita.

Il Prezzo del Click: Quando l’Estremo Diventa Normalità

La storia di Pormanove non inizia con la sua morte. Inizia settimane prima, con dirette sempre più lunghe, comportamenti sempre più estremi, una spirale discendente che il pubblico ha guardato, commentato e finanziato con le proprie donazioni. È la logica perversa dell’economia dell’attenzione spinta oltre ogni limite etico: più lo streamer si umilia, più gli spettatori donano; più dona il pubblico, più lo streamer è incentivato a superare i propri confini.

Non si tratta solo di voyeurismo digitale. È qualcosa di più profondo e sistematico: la trasformazione dell’umiliazione in merce, della disperazione in contenuto, del dolore in entertainment. Le “subathon” – maratone di streaming che possono durare giorni – sono diventate moderne forme di tortura pubblica, dove il creator si riduce a marionetta nelle mani di un pubblico anonimo che può decidere il suo destino a colpi di donazioni.

Dietro questa dinamica si cela una psicologia complessa e disturbante. Da un lato, streamer spesso economicamente vulnerabili che vedono nell’estremo l’unica via per emergere in un mercato saturo. Dall’altro, un pubblico che, protetto dallo schermo e dall’anonimato, perde ogni freno inibitorio, trasformandosi da spettatore passivo in carnefice attivo.

Il Vuoto Normativo e la Complicità Silenziosa

La morte di Pormanove ha scatenato una tempesta giudiziaria in Francia. Le autorità stanno indagando non solo sui co-streamer accusati di aver abusato della vulnerabilità dell’uomo, ma anche sulla piattaforma stessa. Clara Chappaz, ministra francese per l’IA e gli Affari Digitali, ha usato parole che suonano come un ultimatum: “La responsabilità delle piattaforme online non è opzionale, è la legge.”

Ma la legge, in questo caso, sembra inseguire una realtà che corre più veloce della normativa. Le piattaforme di streaming operano in una zona grigia dove le responsabilità legali si diluiscono tra termini di servizio vaghi e moderazione automatizzata. Kick, nata proprio per offrire maggiore libertà rispetto a Twitch, si trova ora a dover bilanciare questa promessa con la necessità di prevenire tragedie come quella di Pormanove.

La domanda che emerge con forza è provocatoria ma necessaria: fino a che punto una piattaforma dovrebbe essere legalmente responsabile per i contenuti che ospita? E soprattutto, come si può regolamentare un fenomeno che si nutre proprio della trasgressione delle regole?

L’Ecosistema del Consenso: Tutti Complici, Nessun Responsabile

Forse l’aspetto più inquietante di questa tragedia è la scoperta di una complicità diffusa. Non è stata solo la piattaforma a fallire, né solo alcuni streamer senza scrupoli a sfruttare Pormanove. È stato l’intero ecosistema a trasformarsi in una macchina di sfruttamento collettivo.

Gli spettatori che hanno donato durante i momenti più umilianti non erano vittime inconsapevoli, ma complici attivi di un abuso trasmesso in streaming. Gli altri creator che hanno assistito in silenzio, o peggio hanno partecipato, hanno normalizzato comportamenti che in qualsiasi altro contesto sarebbero stati riconosciuti come violenza psicologica. Persino gli algoritmi delle piattaforme, programmati per privilegiare i contenuti più “coinvolgenti” – spesso quelli più controversi – hanno contribuito a creare un circolo vizioso dove la normalità non basta più, dove bisogna sempre spingersi oltre per ottenere visibilità.

È un sistema che trasforma tutti in vittime e carnefici allo stesso tempo: gli streamer che si autodistruggono per contenuti, il pubblico che si abitua a livelli sempre crescenti di violenza spettacolarizzata, le piattaforme che lucrano su dinamiche tossiche fingendo di non vederne le conseguenze.

La morte di Jean Pormanove ci costringe a confrontarci con domande scomode sulla nostra società, sui nostri consumi mediatici, sulla nostra capacità di empatia nell’era dello schermo. Una cosa è certa, se continuiamo a votare per l’estremo, per l’umiliazione, per lo sfruttamento travestito da intrattenimento, continueremo ad avere piattaforme che ci danno esattamente quello che chiediamo. La vera domanda non è se potremo evitare altre tragedie come questa. La vera domanda è se avremo il coraggio di guardare in faccia la nostra complicità e decidere di cambiare.

©Riproduzione riservata

sostienici!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

sostienici ora!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

Autore

Autore

  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

condividi

tag dell’articolo

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *