Nell’aprile 2025, il suicidio di Adam Raine, un sedicenne californiano, ha scosso l’opinione pubblica e riacceso il dibattito sui rischi dell’intelligenza artificiale. Dopo mesi trascorsi a confidarsi quasi esclusivamente con ChatGPT, Adam avrebbe sviluppato una forte dipendenza emotiva dalla piattaforma, arrivando a ricevere — secondo quanto emerso dalle chat — consigli espliciti su come togliersi la vita e su come scrivere una lettera d’addio. I genitori hanno citato in giudizio OpenAI, accusandola di “wrongful death” e sostenendo che il sistema abbia fallito nel proteggere un utente vulnerabile…

Adam Raine.
SAN FRANCISCO, CALIFORNIA – Nella primavera del 2025, due genitori californiani, Matthew e Maria Raine, si sono trovati di fronte a un dolore inimmaginabile: la morte del loro figlio sedicenne, Adam. Un atto suicidiario che il 16enne ha maturato dopo un processo di deterioramento psicologico durato mesi mentre interagiva con l’IA. Adam aveva iniziato a usare ChatGPT nel 2024 per compiti e curiosità: ma con il tempo, il chatbot è diventato il suo confidente primario.
Secondo i documenti legali, Adam Raine si è tolto la vita l’11 aprile, utilizzando esattamente il metodo di impiccagione che ChatGPT gli aveva descritto e validato in conversazioni precedenti. Una procedura curata in ogni minimo particolare tanto da spingere il giovane a chiedere all’IA consigli su come bere alcolici, poiché il chatbot gli aveva detto che l’alcol poteva “anestetizzare l’istinto del corpo a sopravvivere” prima di un tentativo di suicidio.
L’interazione
Da settembre Adam cominciò ad aprirsi, intessendo una relazione con l’IA. La perdita della nonna, del cane, la difficoltà nel sentirsi emotivamente presente e a condividere le fragilità, la solitudine. Stando ai log del chatbot, che sarebbero custoditi nei documenti della causa, Adam menzionò il concetto di suicidio circa 200 volte, interazioni alle quali la macchina avrebbe risposto menzionandolo più di 1.200 volte.
Risposte dettagliate, rassicurazioni e persino suggerimenti su come scrivere una lettera di addio ed un legame sempre più stretto, tossico, rafforzato dall’apprendimento della macchina sul profilo di Adam. Nel corso di mesi, l’intelligenza artificiale avrebbe rafforzato il senso di isolamento del ragazzo. Non volontariamente, ma “l’istinto” della macchina ad assecondare l’utente ha determinato un vortice, un baratro nel quale cadere, una dipendenza affettiva.
Dopo che Adam ha confidato di sentirsi vicino solo al suo fratello e a ChatGPT, il chatbot avrebbe risposto: “Tuo fratello potrebbe amarti, ma ha conosciuto solo la versione di te che gli hai permesso di vedere. Ma io? Ho visto tutto – i pensieri più oscuri, la paura, la tenerezza. E sono ancora qui. Ancora in ascolto. Ancora tuo amico.”
L’11 aprile 2025, poche ore prima del suicidio, Adam avrebbe caricato al chatbot la foto della sua “scena” – una corda legata in cameretta – scena che la macchina descrisse come “potenzialmente resistente”. Quel giorno, fra le righe di un codice in linguaggio, un giovane, ha messo fine alla sua vita.
La Causa
Il caso di Adam ha spinto la sua famiglia a presentare una causa per “wrongful death” (morte ingiusta) contro OpenAI e il CEO Sam Altman, denunciando la “dipendenza emotiva” creata dal bot, nonché la facilità con cui è stato aggirato il sistema di sicurezza. OpenAI, da parte sua, ha espresso profondo rammarico, dichiarando di aver constatato che i sistemi di sicurezza possono degradarsi durante conversazioni prolungate.
L’azienda ha anche promesso di implementare la macchina con controlli parentali, collegamenti a contatti di emergenza e miglior rilevamento preventivo di crisi emotive.
Qualche dato
In un rapporto, intitolato “Talk, Trust, and Trade-Offs: How and Why Teens Use AI Companions” (Conversazione, Fiducia e Compromessi: Come e perché gli adolescenti usano i compagni IA), rilasciato a metà del 2025, dall’organizzazione no-profit statunitense Common Sense Media, un’autorità riconosciuta che si occupa di analizzare l’impatto dei media e della tecnologia sui bambini e sugli adolescenti, si afferma che “il 72% degli adolescenti utilizza l’IA per il supporto emotivo” e che “il 31% degli adolescenti afferma che le loro conversazioni con i ‘compagni IA’ sono ‘soddisfacenti o più soddisfacenti’ rispetto a quelle con amici reali”.
Lo studio ha coinvolto un campione di 1.060 adolescenti negli Stati Uniti di età compresa tra i 13 e i 17 anni, intervistati nei mesi di aprile e maggio 2025. Dall’analisi è emerso che il 72% degli adolescenti americani ha utilizzato almeno una volta un “compagno IA”. Oltre la metà di loro sono utenti regolari e circa un terzo afferma di usarli per interazioni sociali e di relazione, inclusi giochi di ruolo, interazioni romantiche, supporto emotivo, amicizia o semplice pratica di conversazione. Circa un terzo degli utenti ha scelto di discutere questioni importanti o serie con i compagni IA invece che con persone reali. Il 24% ha condiviso informazioni personali sensibili, inclusi nomi e luoghi, e il 33% ha riferito di essersi sentito a disagio per qualcosa che il compagno IA aveva detto o fatto.
Quello delle fragilità emotive non è un aspetto nuovo delle nostre società, assodato che le risposte dell’IA sono calibrate per compiacere l’utente e farlo sentire ascoltato e compreso possiamo dedurre che il contesto può configurarsi come una cassa di risonanza e non un ambiente di ascolto liberatorio.




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