Adolescence: il crimine che nasce online tra incel e manosphere

Scritto da: Federico Carbone
12 Aprile 2025

Quali sono le logiche dell’odio al tempo della digitalizzazione? E quelle dell’appartenenza a un gruppo? Nella serie Netflix “Adolescence” (vero e proprio trattato di criminologia) si affronta la devianza giovanili senza fronzoli, in modo crudo e diretto. E forse, in questo caso, la finzione può insegnarci qualcosa…

Owen Cooper nel ruolo di Jamie Miller, il tredicenne accusato di aver ucciso una ragazza della sua classe, e Stephen Graham nel ruolo di Eddie Miller, il padre di Jamie.

Il video dura pochi secondi. Lo schermo è sgranato, le ombre si muovono incerte. Ma l’immagine è chiara. Un coltello. Un corpo che crolla. E Jamie Miller, tredici anni, fermo lì, con la lama ancora in mano. Poi il buio.

Quando la polizia lo porta via, la stampa ha già il suo mostro. Un ragazzino qualunque, una famiglia normale, un quartiere senza pretese. Eppure qualcosa è andato storto. Non è un caso. È un processo. Un percorso che inizia molto prima che quella lama affondi. Adolescence, la miniserie Netflix che ha stregato pubblico e critica, non si limita a raccontare un omicidio. Lo seziona, lo analizza, lo ricostruisce. E alla fine lascia solo una domanda: quanto è sottile il confine tra vittima e carnefice?

L’OMICIDIO DI KATIE: UNA QUESTIONE DI “PERCHÉ”

Non ci sono dubbi sulla colpevolezza di Jamie. La telecamera lo incastra, il sangue sulle mani parla chiaro. Il punto non è chi ha ucciso, ma perché. Qui la serie cambia passo. Niente indagine classica, nessun giallo da risolvere. Solo una lunga, soffocante autopsia psicologica.

Quattro episodi, un unico piano sequenza per capitolo. Il primo atto è il più brutale: l’arresto. Jamie è in una stanza d’interrogatorio, gli occhi persi nel vuoto. Poi l’indagine, l’incontro con la psicologa, il processo. Ogni episodio scava un po’ più a fondo e ciò che emerge è qualcosa di molto più grande di un semplice crimine.

Jamie non è un assassino nato, ma non è nemmeno innocente. È il risultato di una costruzione. Un’escalation di piccoli eventi, di scelte sbagliate, di silenzi assordanti. E alla fine, di un click.

LA VIOLENZA NASCE ONLINE

Per capire Jamie, bisogna partire dal vuoto. Quello che lo circonda a scuola, quello che trova in casa. Non è bullizzato apertamente, ma viene ignorato. Katie lo chiama incel. Lui non sa nemmeno cosa voglia dire, almeno all’inizio. Poi cerca e trova.

La manosphere è un sottobosco digitale dove la frustrazione si trasforma in odio. Chat, forum, video su YouTube: tutto costruito per dare risposte semplici a problemi complessi. Se non piaci alle ragazze, è colpa loro. Se ti trattano da perdente, è perché il mondo è contro di te. Un mantra ripetuto all’infinito, fino a diventare una certezza.

Jamie ascolta, legge, assorbe. E lentamente cambia. Non lo fa in modo plateale, non diventa violento da un giorno all’altro. Ma comincia a vedere il mondo in modo diverso, si isola, si chiude. E un giorno decide che ha bisogno di una rivincita.

LA SCIENZA DEL CRIMINE: QUANDO L’ETICHETTA DIVENTA DESTINO

Adolescence è una lezione di criminologia camuffata da thriller. Ogni scena è il pezzo di un puzzle più grande, un trattato sulla devianza giovanile. E tutto ruota attorno a tre teorie fondamentali.

  1. LA DEVIANZA SUBCULTURALE: IL GRUPPO SBAGLIATO AL MOMENTO GIUSTO

Gli adolescenti cercano appartenenza. Se non la trovano nel mondo reale, la cercano altrove. E internet è pieno di comunità pronte ad accoglierli, a dargli una nuova identità. Jamie entra in una di queste bolle e ne assorbe il linguaggio, i codici, le regole. Quando Katie lo etichetta come incel (acronimo per involuntary celibate, ovvero celibe involontario) non è più solo un insulto. Diventa un ruolo da interpretare.

  1. L’APPRENDIMENTO SOCIALE: I MODELLI DELLA VIOLENZA

Albert Bandura lo ha dimostrato negli anni ’60: la violenza si impara. Non serve viverla, basta osservarla. Jamie non ha mai visto un coltello affondare nella carne, ma ha visto centinaia di video di gente che parla di “riscatto”, di “dominare”, di “farsi rispettare”. Ha visto modelli che spiegano come reagire, come trasformare la frustrazione in un atto concreto.

E lui lo fa.

  1. L’ETICHETTAMENTO: QUANDO UN NOME TI CAMBIA LA VITA

Howard Becker ha studiato il fenomeno per anni. Se a qualcuno viene appiccicata un’etichetta abbastanza a lungo, finirà per crederci. Jamie viene chiamato incel, e alla fine si convince di esserlo davvero. E se il mondo lo vede come un perdente, tanto vale comportarsi da mostro.

DALLA FINZIONE ALLA REALTÀ: UN PROBLEMA CHE CI RIGUARDA

Adolescence è solo una serie, ma i numeri sono reali. Nel Regno Unito, l’83% degli omicidi tra adolescenti avviene con un’arma da taglio. I casi di radicalizzazione online tra i giovani sono in aumento. Le nuove generazioni non crescono più in strada, ma dentro un algoritmo che decide cosa devono vedere, cosa devono pensare. Il caso di Jamie è fittizio, ma potrebbe essere ovunque. Un ragazzino solo, una rabbia inespressa, un coltello a portata di mano.

IL PROCESSO: GIUSTIZIA O VENDETTA?

Quando Jamie arriva in tribunale, è già condannato. L’interrogatorio è freddo, la perquisizione umiliante. Trattato come un adulto, giudicato come un adulto. Ma è davvero la soluzione? Il Regno Unito è uno dei pochi paesi europei che processa i tredicenni in tribunali ordinari. Un sistema che punisce, ma non rieduca. E allora la domanda resta aperta: quanti Jamie Miller verranno fuori da questo stesso meccanismo?

UNA STORIA CHE RESTA ADDOSSO

Adolescence non offre risposte facili. Mostra un problema, lo esplora fino in fondo e poi lo lascia lì, irrisolto. Non giustifica Jamie, ma non lo demonizza. Lo racconta per quello che è: un ragazzino che ha seguito un percorso sbagliato, senza che nessuno se ne accorgesse in tempo. Il vero orrore della serie non è il coltello, né il sangue. È il fatto che, in fondo, tutto questo poteva essere evitato. Bastava qualcuno che guardasse davvero.

Ma nessuno lo ha fatto.

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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