Alfredino Rampi: le 60 ore nel pozzo che fermarono l’Italia nel 1981

Scritto da: Alessio Cacciapuoti
10 Giugno 2026

Vermicino, 10 giugno 1981: Alfredino Rampi, sei anni, precipita in un pozzo artesiano alle porte di Roma. Cominciano sessanta ore di agonia in diretta televisiva, la prima nella storia italiana. Si tenta di tutto — la tavoletta che si inceppa, il pozzo parallelo, l’ossigeno nel buio, la discesa di Angelo Licheri — ma non c’è nulla da fare. Da quella tragedia nascono il Centro Alfredo Rampi, la Protezione Civile e una ferita collettiva ancora aperta…

Alfredino Rampi.

Un bambino, un pozzo, un paese intero

Oggi sono esattamente 45 anni dall’incidente di Vermicino iniziato alle 19:00 del 10 giugno 1981 nel piccolo paesino alle porte di Roma, confinante con la più famosa Frascati. Una tragedia che sconvolse l’intero paese, e nella quale per tre giorni l’Italia letteralmente si bloccò. Un bambino di sei anni di nome Alfredo Rampi ma per tutti “Alfredino” cadde – in circostanze mai del tutto chiarite – in un pozzo artesiano dal diametro di appena 35 centimetri.

Il padre, preoccupato dall’assenza del figlio, allarmò la polizia che accorse sul posto assieme alle altre forze dell’ordine oltre che a un folto gruppo di curiosi. La sventura diventò ben presto un dramma che irruppe con prepotenza nelle case di tutti gli italiani grazie a una diretta televisiva ininterrotta delle 60 ore di agonia del bambino.

Tre giorni di tentativi disperati

Una tragedia privata si trasformò in una tragedia pubblica suscitando il dolore di un paese intero. I pompieri cercarono di tenere sveglio Alfredino mentre cercavano di trovare la soluzione per liberarlo. Si stimò che il pozzo fosse profondo 80 metri e che Alfredino si trovasse a circa 36 metri. Il primo tentativo di salvataggio consistette nel calare nell’imboccatura una tavoletta di legno legata a corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparvisi per poi tirarlo su. Purtroppo, questa soluzione oltre a essere inutile, si rivelò anche dannosa in quanto la tavoletta si incastrò nel pozzo ad una profondità di 24 metri e non fu più possibile rimuoverla, poiché la corda che teneva la tavoletta si spezzò. Di conseguenza il condotto venne quasi completamente ostruito. Tre speleologi del soccorso alpino tentarono di rimuovere la tavoletta, ma il buco era troppo stretto e riuscirono a scendere solo di un paio di metri.

Angelo Licheri: l’uomo che scese nel buio

Successivamente, si tentò anche di scavare una buca parallela per raggiungerlo ma le trivelle non fecero altro che far sprofondare il piccolo ancora di più. Intanto, i Vigili del fuoco avevano cominciato a pompare ossigeno nel pozzo, allo scopo di evitare l’asfissia del bambino, oltre che flebo di acqua e zucchero per tentare di nutrirlo e dissetarlo. Accorse sul posto anche l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini che tentò di consolare e stare vicino ai familiari con tutta l’umanità che lo ha sempre contraddistinto. A nulla valsero i tentativi di aiuto di contorsionisti e nani, come quello del manovale siciliano Isidoro Mirabella e soprattutto di Angelo Licheri in seguito soprannominato “L’angelo di Vermicino”.

Angelo Licheri riuscì a raggiungere il bambino e a scambiare con lui due parole, ma anche il suo tentativo risultò vano.

Nano ed ex tipografo di origine sarda, si tolse gli abiti che aveva indosso restando solo con la biancheria intima in modo da non riscontrare troppo attrito nello stretto tunnel, e si calò nel pozzo cercando di imbrigliare il bambino per poi riportarlo su. L’uomo riuscì anche a raggiungere il bambino e a scambiare con lui due parole ma anche il suo tentativo risultò vano. Angelo Licheri fu talmente segnato dalla vicenda che non si è mai più ripreso. Portò addosso per tutta la vita i segni fisici dovuti alle notevoli ferite da taglio, ma soprattutto quelli psicologici. Qualche anno fa, ha dichiarato: «Vermicino ci sono tornato chissà quante volte… Perché non sapevo come liberarmi di quel brutto sogno. Il pozzo alle spalle, e quando mi giravo c’era sempre quel buio, e mi svegliavo freddo come un morto». È deceduto nel 2021.

Il 13 giugno: l’annuncio in lacrime

La mattina del 13 giugno il conduttore del Tg1 Massimo Valentini diede la triste notizia in lacrime: «Alfredino non ce l’ha fatta, il suo corpo è sprofondato di 26 metri». Il cadavere fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, ben 28 giorni dopo la morte del bambino.

Il cadavere fu recuperato da tre squadre di minatori il 13 luglio, ben 28 giorni dopo la morte del bambino.

Alfredino fu sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma. La tragedia è tristemente famosa anche per la diretta televisiva di tre giorni che cambiò anche la storia del nostro piccolo schermo.

L’eredità di Vermicino: dal Centro Rampi alla Protezione Civile

Inoltre, a causa della mancata coordinazione dei soccorsi (ed in certi casa alla loro “improvvisazione”) la madre di Alfredino, Franca Rampi, fondò il “Centro Alfredo Rampi” (poi divenuto una ONLUS), che da allora si occupa di formazione alla prevenzione e di educazione al rischio ambientale e che porterà alla nascita della Protezione Civile.

La madre di Alfredino fondò il Centro Alfredo Rampi, che porterà alla nascita della Protezione Civile.

Negli anni si sono accumulate molte teorie riguardo alla tragedia. C’è anche chi ha ipotizzato un complotto per sviare l’opinione pubblica del paese dalla scoperta, in quello stesso periodo, della loggia massonica P2. Ipotesi a parte, c’è un libro di Giuseppe Genna che – seppur in maniera tangenziale – si sofferma sulla vicenda: Dies Irae, che racconta con lucidità e completezza di particolari l’intera vicenda e tutto ciò che poi ne scaturì per il nostro Paese. Lo stesso scrittore è rimasto particolarmente scosso dal dramma di Alfredino, tant’è che ha spesso ribadito che da anni scrive soltanto di lui, pensando a lui, al «bambino che è la fine di tutti i bambini». La vicenda, emblema dell’inanità e dell’impotenza umana e, in un certo qual modo, dell’oblomoviano carattere italico, è stata anche raccontata a loro modo dai Baustelle nella loro bellissima Alfredo: una canzone struggente che riesce pienamente a riportare il dolore e l’atmosfera che si respirava in quei tre giorni.

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  • Nasce a Napoli, vive e lavora a Milano da dieci anni. Impiegato amministrativo per una Spa, giornalista freelance per vari portali online. Scrive di cinema, letteratura e cronaca nera.  Ha scritto un libro "Storia di un ragazzo di provincia" che si è piazzato fra i finalisti del "Premio autori italiani" organizzato da Planet Book ed al premio "Pubblica il tuo libro" organizzato dalla casa editrice Il filo di Arianna.

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