Un omicidio bizzarro nella Milano del 1996. Un assassino ancora oggi ignoto che, con un colpo a bruciapelo in mezzo a una strada, pone fine alla vita di un uomo. Nessuno ha mai saputo chi fosse e perché lo avesse fatto. Unico indizio: un’insolita arma del delitto.

Piazzale Francesco Accursio a Milano.
PIOGGIA DI SANGUE
21 Dicembre 1996. Mancano quattro giorni a Natale ed è una serata piovosa a Milano. Un gruppo di sei ragazzi si è riunito a Piazzale Accursio, il consueto punto di ritrovo della comitiva. Sembra una sera come tante, lo è almeno fino alle 21:35, quando un forte botto sovrasta il rumore delle loro conversazioni. I giovani si allarmano e cercano di capire cosa sia successo. Mentre si guardano attorno vedono che, a circa cinquanta metri di distanza, c’è un uomo sdraiato per terra. Avvicinandosi capiscono subito che le sue condizioni sono critiche: gli abiti sono bagnati non soltanto dalla pioggia ma anche da un’evidente chiazza di sangue.
Sul posto arrivano i Carabinieri e l’ambulanza. Quell’uomo è stato raggiunto da un colpo di pistola, sparato dritto al cuore e a breve distanza.
È successo tutto all’improvviso, le testimonianze sono poche. Uno dei ragazzi dichiara di aver avvistato negli istanti successivi al delitto una Y10 blu guidata da un soggetto di circa 25 anni, con i capelli lunghi e un berretto in testa. Impossibile stabilire se c’entrasse qualcosa o meno con quanto accaduto. Quello che nessuno può ancora sapere è che l’omicidio è stato compiuto con una pistola decisamente particolare e inusuale. Un fatto che rende il tutto ancora più strano. Torneremo più avanti su questo aspetto.
CLAUDIO: UNA VITA COMPLICATA
La vittima viene identificata a stretto giro. Si chiamava Claudio Del Forno, aveva 35 anni e una laurea in legge. Abitava in Via Traiano con i genitori, era disoccupato poiché la sua aspirazione di diventare avvocato si era infranta più volte a causa della sua situazione particolare, dovuta a un evento accadutogli quando era bambino.
A 10 anni era stato investito da un auto e questo incidente aveva lasciato dei segni indelebili. Uscì dal ricovero con dei disturbi psichici che lo accompagnarono per il resto della sua breve e sfortunata esistenza. In queste circostanze muoversi nel mondo non è stato affatto semplice, come testimonia un suo ex compagno di scuola che abbiamo rintracciato e contattato:
“Per lui integrarsi diventava difficile per via del suo comportamento parecchio strano, pare dovuto a un trauma cranico a seguito di un incidente da piccolo. Era sempre sopra le righe, molto confuso sul modo giusto per rapportarsi agli altri.
Francamente, stare con Claudio era pesante, e per dei ragazzi non troppo sensibili alle pene degli altri come si era tutti a quell’età, era una situazione a cui sfuggire il più possibile. In classe lo si tollerava, a volte lo si includeva solo per il gusto di ridere di lui, attenti poi a lasciarlo solo appena lui diventava appiccicoso. Purtroppo Claudio era anche abbastanza incapace di vedere le cose come stavano e pensava che i miseri approcci temporanei dei suoi “amici” fossero davvero manifestazioni di amicizia. Salvo poi trovarsi solo, scaricato senza troppi complimenti, con una risatina e un commento cattivo di qualcuno.
Non essendo rimasto in contatto, non so quanto questo abbia influito sul carattere di Claudio. Immaginarlo all’università e poi nel mondo adulto, mi risulta difficile, e immagino quanto debba essere stato complicato per lui stringere rapporti con gli altri che non fossero a senso unico o molto temporanei.
Che sia finito così male, povero Claudio, mi ha rattristato ma non mi ha sorpreso: anche se non capiremo mai i dettagli di quello che è successo, posso affermare che uno come lui aveva notevoli probabilità di finire in un pozzo nero, in un modo o nell’altro“.
Un Trattamento Sanitario Obbligatorio nel 1995. Alcune brevi esperienze lavorative, l’ultima presso uno studio legale dove venne infine licenziato a causa dei suoi comportamenti, cinque mesi prima della morte. Nessuna fidanzata, pochi amici. Con uno di quei pochi ci si era visto nella sua ultima sera di vita.

La notizia sul Giorno dell’assassinio di Claudio Del Forno.
LA CRONOLOGIA DEI FATTI E IL SOSPETTATO
Il 21 Dicembre, dopo aver cenato, Claudio esce di casa con l’intenzione di andare in discoteca. Prima però passa a casa di un amico, un perito elettronico disoccupato. I due trascorrono un po’ di tempo insieme, chiacchierano, suonano la chitarra. Claudio gli chiede se vuole accompagnarlo a fare serata, l’amico declina l’invito perché ha già in programma di vedersi con un’altra persona. La vittima allora lo saluta ed esce dalla casa. Sono le 21:30. Probabilmente ci sarebbe andato da solo in discoteca se cinque minuti dopo qualcuno non avesse deciso di sparargli un colpo nel petto e porre fine alla sua vita.
Alle 21:45 il perito elettronico esce a sua volta per andare a recarsi all’appuntamento. Mentre cammina in direzione di Piazzale Accursio nota la presenza dell’ambulanza, si avvicina e apprende quello che è accaduto. In preda allo shock rientra a casa e disdice l’incontro.
I carabinieri lo interrogano: appare confuso e disorientato. Gli vengono sequestrati due giubbotti per sottoporli alla prova dello stub. Su uno di essi saranno rilevate due particelle di piombo-bario, una di antimonio e altre due di piombo-antimonio. Particolari che possono essere riconducibili anche a un residuo di colpo di arma da fuoco, tuttavia non sono caratteristiche esclusive e la loro origine non può essere attribuita con certezza.
Viene perquisita la sua abitazione, quella dei suoi genitori, la sua auto. Nessuna traccia di pistole, nessun movente, quindi nessuna prova. L’uomo esce dalle indagini.
LA PISTOLA DI DYLAN DOG
Nel frattempo arrivano i risultati balistici. Ad uccidere Claudio non è stata un’arma qualsiasi. La pallottola calibro 10.4 mm che lo ha raggiunto al cuore è stata esplosa da una Glisenti Bodeo. Si tratta di una vecchia rivoltella prodotta tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900. Nell’immaginario comune è meglio conosciuta come la pistola di Dylan Dog. Un’arma da collezione.

La pistola Glisenti Bodeo 1889, resa famosa dal fumetto Dylan Dog.
E’ strano che il killer abbia deciso di utilizzarla per compiere un delitto. Non è molto comoda, lo scatto è duro e richiede una certa forza da imprimere sul grilletto. Trattandosi di un articolo così particolare resta difficile pensare che avesse a disposizione soltanto quella, un oggetto del genere suggerisce una certa conoscenza e passione per il settore.
I carabinieri fanno partire le ricerche in tutta Italia, alla fine rintracciano 17 Glisenti Bodeo tra Milano e Genova. Vengono tutte sequestrate e analizzate: nessuna di esse presenta le stesse striature incise sul proiettile che ha ucciso Claudio. Di conseguenza il delitto deve essere stato compiuto con una Glisenti Bodeo non registrata. Una pistola che non sarà mai ritrovata. L’arma che, nel mondo dei fumetti, è associata all’indagatore dell’incubo, il famoso personaggio creato da Tiziano Sclavi. Dylan Dog la usa per ammazzare i mostri, i pazzi e i serial killer. Per cercare di liberare il mondo da quegli orrori che si ripresentano costantemente. Chissà cosa passava per la mente dell’assassino quando, impugnando quel vecchio revolver in una serata di pioggia milanese, ha deciso di fare fuoco su Claudio.
Claudio che si avviava a passare una serata da solo, o meglio in compagnia dei suoi di mostri, quelli che da anni gli impedivano di vivere un’esistenza regolare e tranquilla. Perseguitato dall’emarginazione e dal fatto di non riuscire a trovare la propria strada nel mondo. Forse attendeva invano che qualcuno gli tendesse la mano per aiutarlo a uscire da quell’abisso in cui era sprofondato. Forse in questo modo le cose sarebbero andate diversamente. Purtroppo non lo sapremo mai.




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