Andrea Cricorian, scomparso a Roma nel 1979: una storia mai raccontata

Scritto da: Pietro Di Dionisio
6 Febbraio 2026

Andrea Cricorian, nato e cresciuto in Libia da una famiglia italiana, ha diciannove anni quando scompare a Roma nell’ultima estate degli anni Settanta. La sua sparizione non fa notizia, non arriva neanche sui giornali. Sullo sfondo ci sono gli anni di piombo e un contesto segnato da tensioni internazionali. Questa è la storia di un ragazzo che non sembra mai esistito, la vicenda mai raccontata di un mistero che ancora oggi non trova una spiegazione…

Andrea Cricorian.

Stazione Termini, 17 agosto 1979, ore 20: un cielo incerto coperto di nuvole avvolge di umidità le poche persone rimaste nella capitale, in un’epoca in cui le città in agosto si svuotano ancora. Tra i bar chiusi e l’odore di asfalto estivo, resta aperto un chiosco di cocomerari che illumina uno dei piazzali, e da una radiolina accesa arrivano le note di un successo del momento: “Gloria” di Umberto Tozzi.

In questo deserto di serrande abbassate un giovane ragazzo con la maglietta gialla e i jeans è appena sceso da un treno proveniente da Firenze. Trascina per Piazza dei Cinquecento la sua borsa di plastica blu con su scritto “Reale Collegio Carlo Alberto di Moncalieri”. Cammina cercando spaesato la fermata del suo autobus per raggiungere casa della zia paterna a Montesacro. Non è di Roma, anche se in città c’è già stato dieci giorni fa.

Sta per arrivare un forte temporale carico di sabbia, e questo è uno degli ultimi momenti in cui Andrea Cricorian può essere collocato con certezza nello spazio e nel tempo.

Roma, agosto 1979, foto di Gianfranco Torossi.

La famiglia Cricorian

Per capire la storia di Andrea è necessario partire dalla sua famiglia.

I Cricorian vivono in Libia, ma le loro radici affondano nella diaspora armena: sono armeni d’origine, italiani per lingua e cultura.

Il padre di Andrea, Nicola Cricorian, nasce a Bengasi nel 1921 da genitori che, ancora bambini, erano fuggiti dall’Armenia durante i massacri perpetrati dall’Impero Ottomano tra la fine dell’Ottocento e il 1915. Secondo le stime storiche più accreditate, tra uno e due milioni di armeni vengono uccisi attraverso deportazioni di massa, massacri e marce della morte. I sopravvissuti sono costretti all’esilio, dando origine a una diaspora dispersa tra Medio Oriente, Mediterraneo orientale e Nord Africa.

Nel 1911 la Libia, fino ad allora parte dell’Impero Ottomano, diventa colonia italiana. Le famiglie armene presenti sul territorio vengono riconosciute come italiane e inserite nel sistema coloniale. Nicola cresce come cittadino italiano e, durante la Seconda guerra mondiale, combatte nell’esercito italiano nella campagna d’Africa.

Dopo il conflitto, con la Libia sotto amministrazione britannica, Nicola e i suoi fratelli scelgono di restare a Bengasi. Rinuncia alla cittadinanza italiana e acquisisce quella libica, aprendo un’attività di riparazione di macchine da scrivere.

Alla fine degli anni Cinquanta conosce a Bengasi Rosanna Marcacci, una giovane emiliana arrivata in Libia per visitare la sorella Vittoria, fidanzata con un militare inglese di stanza nel Paese. L’incontro è rapido e decisivo: si innamorano, si sposano in breve tempo e mettono su famiglia. Nascono quattro figli.

Andrea Cricorian nasce a Bengasi l’11 agosto 1960. Cresce frequentando le scuole italiane in Libia e trascorre molte estati in Italia, a Montorio Romano, in provincia di Roma, dove la famiglia torna regolarmente per le vacanze.

Dopo l’infanzia trascorsa in Libia, compiuti tredici anni, Andrea viene mandato a studiare in Italia. Viene iscritto a un liceo scientifico a Torino, l’austero Reale Collegio Carlo Alberto di Moncalieri.

I genitori e la sorella di Andrea Cricorian in una foto degli anni ‘80.

La Libia di Gheddafi

Negli anni in cui Andrea Cricorian frequenta il liceo in Italia, la Libia attraversa una trasformazione profonda. Nel 1969 il giovane ufficiale Muammar Gheddafi rovescia con un colpo di Stato la monarchia di re Idris e instaura un regime autoritario fondato sul controllo politico, abolendo i partiti di opposizione. Il Paese viene riorganizzato secondo l’ideologia della Jamahiriya, formalmente il “governo delle masse”, di fatto concentrato nelle mani del leader.

Per gli stranieri che vivono in Libia, e in particolare per chi non dispone di una cittadinanza forte, gli anni Settanta diventano un periodo di crescente incertezza. Il punto di rottura arriva il 7 ottobre 1970, quando Gheddafi proclama la “Giornata della Vendetta” e avvia l’espulsione degli stranieri, soprattutto degli italiani, con la confisca di case, terreni e attività commerciali. È una scelta che segna la fine definitiva della presenza coloniale e rende la Libia un Paese sempre meno accessibile per chi non è pienamente libico.

Andrea Cricorian si trova in una condizione giuridica ambigua. È apolide. Non è considerato cittadino libico, nonostante il padre lo sia, perché la Libia non riconosce automaticamente la cittadinanza per nascita. Allo stesso tempo non è cittadino italiano, pur avendo la madre italiana, poiché la legislazione dell’epoca, precedente alla riforma del 1992, applica in modo restrittivo il principio dello ius sanguinis nei casi di nascita all’estero.

A tredici anni Andrea viene mandato a studiare in Italia e iscritto al Reale Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, alle porte di Torino. È uno studente serio e riservato, con buoni risultati scolastici. Sviluppa una forte passione per l’aeronautica: costruisce modellini di aerei, segue con interesse tutto ciò che riguarda il volo e immagina un futuro da ingegnere aeronautico. Con alcuni compagni si lamenta della scelta dei genitori di continuare a vivere a Bengasi nonostante l’irrigidirsi del regime di Gheddafi. La Libia non gli piace, e il suo obiettivo è proseguire gli studi universitari a Torino. Agli amici confida: “Voglio andare negli Usa, magari nascondendomi nel carrello di un aereo. Meglio rischiare che tornare in Libia”.

Accanto ai progetti emerge però un problema centrale: i documenti. Andrea non possiede un passaporto vero e proprio, ma soltanto un permesso di soggiorno in Italia e un visto libico, un lasciapassare che gli consente esclusivamente di studiare. Quel visto ha una scadenza precisa: 18 agosto 1979. Per rinnovarlo non esistono alternative amministrative: è necessario rientrare in Libia.

Il rientro a Bengasi comporta un rischio concreto. In Libia vige il servizio militare obbligatorio, e l’arruolamento rappresenta una condizione quasi indispensabile per ottenere documenti e visti di uscita dal Paese. Allo stesso tempo, la condizione di apolide e di cristiano rende incerto persino l’accesso alla leva. In entrambi i casi, la situazione è vincolante.

Nel giugno del 1979 Andrea consegue la maturità scientifica. Terminati gli studi, non può rimanere in Italia: il permesso di soggiorno è temporaneo e il visto libico sta per scadere. Il rientro in Libia per rinnovarlo diventa, di fatto, obbligato.

Gheddafi negli anni ’70.

Gli strani giorni prima della scomparsa

Andrea, che in quei giorni si appoggia alla casa di proprietà della famiglia in provincia di Lucca, si mette in viaggio verso Roma. La partenza per la Libia è prevista per l’8 agosto 1979.

Arrivato a Fiumicino, scopre che il volo per Bengasi è stato annullato. La cancellazione non dipende da problemi tecnici: le autorità libiche hanno disposto la chiusura dell’aeroporto di Bengasi in vista delle celebrazioni per il decennale della rivoluzione del 1° settembre. I collegamenti con la Libia vengono sospesi per più giorni.

Andrea rimane a Fiumicino e passa la notte in aeroporto, in attesa di indicazioni per il giorno successivo. Nei giorni seguenti racconterà alla cugina Francesca di aver incontrato, durante quella notte, un pastore protestante americano, al quale avrebbe confidato il desiderio di trasferirsi negli Stati Uniti. Il racconto viene riferito dalla cugina e non risulta supportato da riscontri esterni.

L’episodio assume rilievo alla luce di un’altra informazione emersa successivamente: secondo una testimonianza raccolta, Andrea si sarebbe recato qualche mese prima a Roma per tentare di ottenere asilo politico negli Stati Uniti, presentandosi come cristiano residente in Libia. Anche questo tentativo non avrebbe avuto esito.

Sempre secondo il racconto fatto alla cugina, la mattina del 9 agosto, ormai consapevole dell’impossibilità di partire per Bengasi, Andrea avrebbe iniziato a camminare lungo il perimetro dell’aeroporto. Avrebbe individuato un varco in una rete metallica nei pressi di una pista e sarebbe entrato in un’area erbosa interna allo scalo, restando per alcune ore a osservare gli aerei in decollo e atterraggio.

Si tratta di un racconto singolare, riferito a posteriori, e privo di conferme ufficiali. Va inoltre collocato in un contesto storico in cui la sicurezza aeroportuale, anche prima dell’inasprimento successivo agli anni Ottanta, era già fortemente condizionata dal rischio di dirottamenti. Non a caso, meno di un mese dopo, il 7 settembre 1979, un aereo Alitalia verrà dirottato da tre militanti sciiti libanesi nell’ambito delle tensioni politiche legate alla Libia e al regime di Gheddafi.

Il 10 agosto Andrea torna nella sua casa a San Lorenzo a Vaccoli, in provincia di Lucca. Lì ci trova la cugina, e festeggiano il compleanno insieme.

L’11 agosto, giorno del suo compleanno, compie un gesto che, alla luce di quanto accadrà pochi giorni dopo, assume un significato particolare.

Davanti a lei prende una scatola di scarpe contenente numerose fotografie personali e le strappa una a una. Secondo il racconto della cugina, avrebbe detto: «Non deve restare nulla».

Qualche settimana prima, parlando con una zia, Andrea aveva pronunciato una frase rimasta impressa: «Sentirete parlare di me in agosto, non posso dirti altro».

Il DC-8 Alitalia dirottato il 7 settembre 1979 a Fiumicino in una ripresa della tv francese.

La scomparsa

Andrea Cricorian torna a Roma il 17 agosto 1979. La partenza per Bengasi è prevista per il pomeriggio del 18 agosto. Arriva alla stazione Termini intorno alle 20, con un treno proveniente da Firenze, e si dirige verso il quartiere Montesacro, dove vive la zia paterna, Margherita Cricorian.

Raggiunge la zona in autobus e arriva in via Valsassina. Suona il campanello dell’abitazione della zia, ma non ottiene risposta. Margherita in quei giorni si trova nella casa di campagna a Montorio Romano. Andrea allora si rivolge a una vicina, chiedendole se può lasciarle temporaneamente la borsa.

Subito dopo esce di nuovo e cerca una cabina telefonica. Chiama la zia a Montorio Romano. I due si accordano per incontrarsi la mattina seguente, alle nove, con una corriera. Andrea deve passare da lei per recuperare alcuni documenti da portare ai genitori a Bengasi.

Dopo la telefonata, sono ormai circa le 22. Andrea torna dalla vicina, le consegna la borsa contenente alcuni indumenti e il biglietto aereo, e trattiene con sé soltanto il visto libico. In quel momento sulla città si abbatte un forte temporale. Secondo quanto riferitoci da una nostra fonte, Andrea dice di dover incontrare alcuni amici. Non vengono forniti nomi né dettagli. Saluta la vicina e si allontana per le strade deserte di Montesacro.

È l’ultima volta che viene visto.

La mattina seguente la corriera arriva regolarmente a Montorio Romano, ma Andrea non c’è. La zia non si allarma subito, pensando che il nipote possa essere rimasto a Roma a causa del maltempo.

Nei giorni successivi Andrea non arriva in Libia. La madre, non vedendolo rientrare, telefona in Italia. Nessuno sa dove abbia passato la notte del 17 agosto né dove si trovi.

La vicina consegna la borsa alla zia di Andrea. All’interno ci sono ancora il biglietto aereo e gli effetti personali. A quel punto diventa chiaro che Andrea non si è allontanato per ripartire. La madre rientra a Roma da Bengasi.

Da quel momento, Andrea Cricorian risulta ufficialmente scomparso.

Il palazzo di via Valsassina dove Andrea viene visto per l’ultima volta, Google Maps.

Le ipotesi

A distanza di oltre quarant’anni, sulla scomparsa di Andrea Cricorian non esiste una verità giudiziaria. Per la nostra indagine abbiamo consultato archivi giudiziari e fonti d’epoca, ma non risulta l’apertura di un fascicolo penale strutturato né lo svolgimento di un’indagine approfondita da parte dell’autorità giudiziaria. Nel tempo sono emerse diverse ipotesi, basate su testimonianze, contesti storici e ricostruzioni successive. Nessuna di esse ha trovato conferme definitive.

Una delle ipotesi emerse negli anni riguarda un possibile collegamento con l’ambiente del terrorismo armeno attivo a Roma alla fine degli anni Settanta. In particolare, è emerso che un parente stretto di Andrea Cricorian ricoprisse un ruolo di rilievo all’interno degli ambienti riconducibili alla cellula romana dell’A.S.A.L.A., organizzazione rivoluzionaria armena responsabile di attentati contro obiettivi turchi, con l’obiettivo di portare all’attenzione internazionale la questione del genocidio armeno.

Nel 1977, a Roma, l’ambasciatore turco presso la Santa Sede, Taha Carim, viene ucciso in una strada dei Parioli in un attentato rivendicato dall’A.S.A.L.A. L’episodio si inserisce in una fase di forte tensione internazionale e di intensa attività di intelligence, con un rafforzamento delle azioni di monitoraggio da parte dei servizi di sicurezza turchi anche all’estero.

Secondo quanto emerso da una nostra fonte, Andrea Cricorian avrebbe espresso, in modo informale, simpatie per le attività dell’A.S.A.L.A., chiedendo informazioni a titolo esplorativo su un possibile reclutamento. Non risultano elementi che indichino un suo coinvolgimento operativo, né che abbia mai preso parte ad attività riconducibili all’organizzazione.

 

Il simbolo dell’A.S.A.L.A., movimento rivoluzionario per il riconoscimento del genocidio armeno.

In questo stesso contesto si colloca una testimonianza raccolta nel corso della nostra indagine. La fonte ha riferito che, negli anni immediatamente successivi all’uccisione di Taha Carim, il parente di Andrea attivo negli ambienti dell’A.S.A.L.A. sarebbe stato al centro di un tentativo di sequestro attribuito a soggetti riconducibili ai servizi di sicurezza turchi, che si sarebbero presentati come armeni nel tentativo di instaurare un contatto fiduciario e attirarlo nei pressi dell’area di Porta Portese, con l’obiettivo di farlo salire su un’autovettura. L’episodio si inserirebbe in un clima di pressione e intimidazione nei confronti degli ambienti armeni presenti nella capitale in quegli anni.

Secondo questa ricostruzione la scomparsa di Andrea Cricorian potrebbe essere stata letta dai servizi turchi come un’occasione di pressione indiretta, o come possibile ritorsione in relazione all’omicidio di Taha Carim. Si tratta tuttavia di una ricostruzione basata su testimonianze e valutazioni soggettive, che non trova riscontri documentali né conferme giudiziarie. Ad oggi non esistono elementi oggettivi che colleghino direttamente la scomparsa di Andrea Cricorian ad azioni riconducibili ai servizi segreti turchi.

Un’altra ipotesi prende in considerazione una fuga volontaria all’estero, in particolare verso gli Stati Uniti. Andrea aveva manifestato più volte il desiderio di trasferirsi oltreoceano e, secondo una testimonianza, avrebbe già tentato di ottenere asilo politico presentandosi come cristiano residente in Libia.

In questa chiave vengono letti alcuni comportamenti: l’incontro con un pastore americano a Fiumicino, il racconto di una possibile partenza clandestina, la distruzione delle fotografie personali e la decisione di lasciare il biglietto aereo prima di allontanarsi. Anche in questo caso, tuttavia, non esistono riscontri che confermino l’ingresso di Andrea negli Stati Uniti né l’utilizzo di un’identità diversa.

È stata avanzata anche l’ipotesi di un gesto volontario. A sostegno vengono citati alcuni elementi, come lo stato di angoscia e di incertezza legato al suo futuro e alcuni comportamenti considerati anomali. Tuttavia, non esistono riscontri oggettivi: nessun corpo è stato ritrovato nel periodo successivo alla scomparsa. Anche questa ipotesi resta quindi priva di elementi concreti.

Andrea Cricorian qualche mese prima della scomparsa nel Reale Collegio a Moncalieri.

Questa ricostruzione nasce dalla consultazione di documenti, testimonianze familiari e fonti d’archivio. Ad oggi, nessuna autorità giudiziaria risulta aver affrontato in modo organico la scomparsa di Andrea Cricorian.

Raccontare questa storia significa riportare alla luce un caso rimasto ai margini della cronaca, nella speranza che possano emergere nuove informazioni.

Restano una serie di fatti accertati, un contesto storico complesso e una domanda che non ha mai trovato spazio nei giornali e nelle istituzioni: che cosa è successo ad Andrea Cricorian dopo la sera del 17 agosto 1979?

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  • Pietro Di Dionisio, giornalista per Aise - Agenzia Internazionale Stampa Estero. Autore, chitarrista, appassionato di storia dell'arte, cronaca nera e anni di piombo.

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