C’è un filo che attraversa mezzo mondo e finisce a Napoli, su un marciapiede insanguinato. Parte da Tokyo, passa per i campi della Valle della Bekaa e arriva fino all’Italia degli anni di piombo. È qui che prende forma la presenza dell’Armata Rossa Giapponese in Italia. Non è una coincidenza, ma una rete. Al centro, un nome: Wadi Haddad. E un esecutore: Junzō Okudaira.
Alle 19:49 del 14 aprile 1988, una Ford Fiesta imbottita di tritolo, dadi e bulloni esplose davanti al circolo ricreativo statunitense USO di Calata San Marco, nel cuore di Napoli. In pochi secondi, la piccola via stretta nei pressi di Piazza Municipio si trasformò in un campo di guerra: cinque persone morirono, quindici rimasero ferite, alcune delle quali porteranno per sempre i segni di quella sera. L’uomo che aveva noleggiato l’auto e collocato la bomba non era un terrorista della camorra né un militante delle Brigate Rosse: era un giapponese di quarant’anni, membro di una delle organizzazioni terroristiche più pericolose e meno conosciute dell’Italia del dopoguerra. Era il “samurai del terrore”, Junzō Okudaira, operativo di punta dell’Armata Rossa Giapponese e, dopo trentasei anni, risulta ancora il latitante numero uno della Procura di Napoli.
Nata dal ’68 giapponese: l’Armata Rossa tra katane e rivoluzione mondiale
Il Giappone del dopoguerra fu il laboratorio di una delle sinistre radicali più intense e originali del Novecento. La Zengakuren, federazione degli studenti universitari nata nel 1948 da una costola del Partito Comunista Giapponese, fu il bacino da cui emersero ondate successive di radicalizzazione politica. Le battaglie contro il trattato di sicurezza con gli Stati Uniti, passate alla storia come la “lotta all’Anpo”, portarono nelle piazze centinaia di migliaia di giovani profondamente anti-americani e anti-imperialisti.
Nel settembre 1969, da una scissione della Lega Comunista, nacque la Sekigun-ha, la Fazione dell’Armata Rossa, una cellula di estremisti convinti che solo la rivoluzione armata immediata potesse cambiare il mondo. Il primo atto clamoroso del gruppo fu il dirottamento di un volo interno Japan Airlines il 31 marzo 1970: otto militanti armati di katane e finte bombe a tubo, nascoste in custodie da pesca, costrinsero il pilota a volare verso la Corea del Nord, dove ottennero asilo politico. Era la firma di un gruppo che avrebbe fatto del gesto spettacolare la sua cifra stilistica. Ma fu la scissione interna e la figura di una donna straordinaria, a dare vita all’organizzazione che avrebbe insanguinato tre continenti.
Fusako Shigenobu: la “Regina del Terrorismo” e la nascita della JRA in Libano
Fusako Shigenobu nacque a Tokyo il 28 settembre 1945, poche settimane dopo Hiroshima. Figlia di un militante della destra ultranazionalista, crebbe in povertà assorbendo un’ideologia dell’odio che, con il tempo, si trasformò: l’odio per i corrotti divenne odio per il capitalismo, e la radicalità del padre trovò nel marxismo-leninismo la sua nuova forma. All’Università Meiji si laureò e divenne uno dei principali leader del movimento studentesco.
Nel 1971, mentre in patria l’Armata Rossa Unita si stava consumando in sanguinose purghe interne – quattordici militanti torturati e uccisi dai compagni per “disfattismo rivoluzionario” – Shigenobu organizò la sua fuga. Per eludere i controlli della polizia giapponese contrasse un matrimonio fittizio con un compagno di lotta, Tsuyoshi Okudaira, acquisendone il cognome. Con questo nuovo documento, Fusako Okudaira poté lasciare il Giappone.
Arrivata in Libano nel febbraio 1971, nel crogiolo politico di Beirut e nei campi palestinesi della Valle della Bekaa, prese forma la Japanese Red Army – il Nihon Sekigun. Non più di quaranta membri effettivi, mai più di cento nella sua storia, ma con una capacità operativa globale senza precedenti per un gruppo così piccolo.
“Lo scopo della missione era di consolidare l’alleanza rivoluzionaria internazionale contro gli imperialisti del mondo.”
Fusako Shigenobu, dalle sue memorie scritte in carcere
Il triangolo con il FPLP: Tokyo, Beirut e le reti del terrore globale
La chiave della potenza della JRA non stava nel numero dei suoi militanti ma nelle capacità di intessere alleanze e sicuramente nella sua capacità organizzativa. Il punto di contatto fu il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP/PFLP) e in particolare la sua branca segreta delle operazioni esterne, guidata da Wadi Haddad, il medico palestinese che aveva trasformato il terrorismo aereo in un’arma politica globale.
La JRA e il PFLP condividevano tutto: ideologia marxista-leninista, nemico comune (l’imperialismo americano e il “sionismo israeliano”), e una visione della rivoluzione come fenomeno internazionale. Il PFLP forniva alla JRA campi di addestramento nella Valle della Bekaa, armi, documenti falsi, copertura logistica e finanziamenti. In cambio, i militanti giapponesi portavano alla rete di Haddad qualcosa di preziosissimo: facce non arabe, passaporti non israeliani, profili che sfuggivano ai checkpoint di sicurezza dell’epoca.
La prima operazione comune ma anche la più sanguinosa, fu il massacro dell’aeroporto di Lod del 30 maggio 1972. Tre militanti della JRA, addestrati dal FPLP nei campi libanesi, aprirono il fuoco nella grande sala del terminal di Tel Aviv: ventissei morti, settantanove feriti. Tsuyoshi Okudaira, il “marito” di Fusako, morì nell’azione.
Il collegamento tra la JRA, il PFLP e le Brigate Rosse italiane non fu mai un’alleanza operativa diretta: non ci sono prove di riunioni congiunte tra i vertici delle tre organizzazioni. Fu piuttosto una parentela strutturale, mediata dallo stesso centro nevralgico. Un documento degli archivi sovietici, reso pubblico dal dissidente Vladimir Bukovsky, rivela che il KGB aiutò un operativo di Haddad, Taysir Quba’a (nome in codice “Kim”), a contattare le Brigate Rosse in Italia e il Baader-Meinhof in Germania per operazioni congiunte. Le BR, dal canto loro, acquisirono armi dal PFLP con la Libia come intermediario a partire almeno dal 1978, la stessa Libia che finanziava e proteggeva la JRA.
Il Prologo Italiano: la notte del G7 e gli attentati alle ambasciate di Roma
Prima di Napoli, ci fu Roma. Tra l’8 e il 10 giugno 1987, l’Italia ospitava a Venezia il vertice del G7, con Ronald Reagan e Margaret Thatcher in prima fila. All’ordine del giorno, tra gli altri temi, c’era la lotta condivisa al terrorismo internazionale. La risposta della JRA arrivò puntuale all’alba del 9 giugno, con due attentati in rapida sequenza nella capitale.
Alle 7:30, in via Boncompagni, una autobomba esplose all’ingresso laterale dell’ambasciata americana; due colpi di bazooka oltrepassarono il muro di cinta. Quasi in contemporanea, un analogo attacco colpì l’ambasciata britannica. Nessuna vittima, ma l’effetto simbolico era devastante: mentre i leader mondiali parlavano di sicurezza, i samurai rossi dimostravano di essere già in Europa.
La rivendicazione arrivò nel pomeriggio con una telefonata anonima alle redazioni dell’Associated Press, a nome delle “Brigate Internazionali Antimperialiste”, una sigla che la JRA usava per le sue operazioni europee. Okudaira fu riconosciuto come esecutore materiale nel giro di ventiquattro ore, ma era già sparito nel nulla. Per quell’attacco fu condannato in absentia a diciassette anni di carcere.
LA SIGLA USATA IN ITALIA: “BRIGATE INTERNAZIONALI ANTIMPERIALISTE” – La JRA operò in Europa sotto questa denominazione alternativa, talvolta indicata anche come Anti-Imperialist International Brigade (AIIB). La scelta di un nome contenente la parola “Brigate”, termine che in Italia rimandava immediatamente alle Brigate Rosse, non era casuale: suggeriva una fratellanza ideologica con le organizzazioni terroristiche europee e confondeva l’attribuzione agli investigatori nelle prime ore successive agli attentati.
14 Aprile 1988 – Calata San Marco: la strage, le vittime, la fuga
Un anno dopo Roma, Okudaira è di nuovo in Italia. Stavolta a Napoli, e stavolta con la sua comandante: Fusako Shigenobu in persona. I due alloggiavano in un albergo di Piazza Garibaldi sotto false identità, Okudaira con documenti taiwanese. La missione era precisa nel suo simbolismo: colpire un obiettivo americano il 14 aprile, secondo anniversario esatto del bombardamento americano su Tripoli e Bengasi del 1986.
Il circolo USO di Calata San Marco era un luogo di ritrovo per i militari della base navale americana di Napoli. Quella sera era in corso una festa in onore del comandante del cacciatorpediniere USS Paul, appena ormeggiato al Molo Angioino. Okudaira aveva noleggiato una Ford Fiesta, l’aveva imbottita di tritolo, dadi e bulloni, e l’aveva parcheggiata davanti all’ingresso. Secondo gli inquirenti, accanto a lui e a Shigenobu c’era almeno un terzo complice – un uomo dai tratti nordafricani o mediorientali, mai identificato.
Alle 19:49, il boato. La colonna di fumo fu visibile da ogni punto della città. La piccola via fu devastata: vetrine, finestre, facciate di palazzi ridotte in frantumi. La maggior parte dei marinai sopravvissero perché si trovavano nei seminterrati del circolo, parzialmente protetti dalla struttura.

L’attentato fu rivendicato con due telefonate distinte, a Roma e a Beirut, a nome dell’“Organizzazione delle Brigate della Jihad”, un’altra sigla fantasma usata dalla rete. Una voce diceva: “Gli imperialisti americani devono morire due anni dopo il loro barbaro attacco contro lo stato arabo libico.”
L’impronta digitale, la fuga e il latitante
Le indagini della Polizia di Stato, della DIGOS e dell’FBI condussero alla svolta in poche ore. Sul contratto di noleggio della Ford Fiesta fu trovata un’impronta digitale di Okudaira, già schedato per il precedente attentato di Roma. Il personale dell’albergo di Piazza Garibaldi lo riconobbe: lo aveva visto uscire quel pomeriggio con un pesante borsone. Numerosi passanti lo avevano notato nelle vicinanze del luogo dell’attentato. Shigenobu fu identificata grazie alle descrizioni dei testimoni.
Ma entrambi erano già spariti. La polizia italiana dichiarò esplicitamente di non ritenere che Okudaira stesse agendo da solo o lavorando esclusivamente per la JRA: il coinvolgimento di quel terzo complice nordafricano non identificato e la precisione del simbolismo della data suggerivano coordinamento con una rete più ampia, presumibilmente libanese.

Nel 2020, il procuratore di Napoli Giovanni Melillo dichiarò pubblicamente che Okudaira era il latitante numero uno della Procura partenopea, veniva prima dei boss della camorra, prima dei narcotrafficanti. L’11 aprile 2021 le indagini furono ufficialmente riaperte e una targa commemorativa fu finalmente apposta a Calata San Marco per le cinque vittime.
Il triangolo BR–JRA–FPLP: come le reti del terrore si intersecavano
L’Armata Rossa Giapponese non era un’organizzazione isolata: era un nodo di una rete internazionale. La stessa rete che, attraverso canali diversi, raggiungeva anche le Brigate Rosse italiane. Il FPLP di Wadi Haddad funzionava come un hub, una “prima multinazionale del terrore”. Haddad organizzava campi di addestramento per organizzazioni di tutto il mondo nella Valle della Bekaa; coordinava operazioni comuni; forniva logistica, armi e copertura diplomatica dei paesi sponsor (Libia, Siria, Yemen del Sud). In questo stesso ecosistema operavano sia la JRA, che aveva la sua base permanente a Beirut, sia le Brigate Rosse, che ricevevano armi dal FPLP con la Libia come intermediario a partire almeno dal 1978.
Un documento degli archivi sovietici, scoperto dal dissidente Vladimir Bukovsky e ora pubblicato negli Archivi Bukovsky online, mostra che il KGB aiutò un operativo di Haddad, Taysir Quba’a (nome in codice “Kim”), a contattare esplicitamente le Brigate Rosse e il Baader-Meinhof per possibili operazioni congiunte. Haddad era stato reclutato come agente KGB nel 1970 con il nome in codice “Natsionalist”: la rete del terrore internazionale aveva radici che risalivano fino al Politburo di Mosca.
Un documento della Heritage Foundation del 1977, basato su fonti di intelligence americana, descriveva esplicitamente la JRA come un’organizzazione che “opera in Europa occidentale in alleanza con i gruppi palestinese, Carlos, e Baader-Meinhof” e trattava le Brigate Rosse come la più grande organizzazione terroristica attiva in Italia, nello stesso quadro analitico. Non un’alleanza diretta, ma la stessa galassia.
Abbiamo detto che un collegamento diretto tra BR e Armato Rossa Giapponese non siamo in grado di farlo. Il collegamento è dato dagli intrecci di relazioni nei quali gli ambienti terroristici dell’epoca si formarono, svilupparono e addestrarono. Molto probabilmente anche dai flussi di denaro e armi. A questo punto una domanda sorge spontanea. Perché Napoli? All’epoca degli attacchi Napoli era quella che possiamo definire una città “sensibile” sia per gli USA che per la NATO poiché era sede del comando navale mediterraneo. Napoli era sicuramente uno snodo, un punto di collegamento tra apparati, quello che in maniera riduttiva potremmo chiamare “una porta sul mediterraneo”. A rafforzare questa ipotesi vi è il fatto che in quegli anni a Napoli, risiedeva l’Ammiraglio Stansfield Turner, già capo della CIA dal 1977 al 1981 per nomina del Presidente Jimmy Carter.
La JRA in Italia e in Europa: una timeline
30 mag. 1972 Massacro di Lod (Tel Aviv): tre militanti JRA, addestrati dal FPLP, uccidono 26 persone. I passeggeri erano arrivati da un volo Air France partito da Roma.
13 set. 1974 Assalto all’ambasciata francese dell’Aia: Okudaira è tra i protagonisti. L’azione libera un compagno detenuto in Francia e frutta 300.000 dollari di riscatto.
Mag. 1986 La JRA spara colpi di mortaio alle ambasciate statunitense, giapponese e canadese a Giacarta, Indonesia.
9 giu. 1987 Roma: attentato alle ambasciate americana e britannica durante il G7 di Venezia. Rivendicazione sotto il nome “Brigate Internazionali Antimperialiste”. Nessuna vittima. Okudaira condannato in absentia a 17 anni.
14 apr. 1988 Napoli, Calata San Marco: autobomba al circolo USO. Cinque morti, quindici feriti. Okudaira e Shigenobu principali sospettati. Stesso giorno, a Newark (New Jersey), arrestato il militante JRA Yu Kikumura con tre bombe a tubo.
20 mar. 1992 La Corte d’Assise di Napoli condanna Okudaira all’ergastolo in contumacia.
Feb. 1997 Okudaira sfugge per un soffio alla cattura in Libano.
11 apr. 2021 La Procura di Napoli riapre ufficialmente le indagini sull’attentato di Calata San Marco. Apposizione di una targa commemorativa per le vittime.
Una strage dimenticata
Per trentasei anni, le cinque vittime di Calata San Marco non hanno avuto nemmeno una lapide. La strage era scivolata fuori dalla memoria collettiva italiana, schiacciata tra la fine degli anni di piombo interni e l’incapacità di metabolizzare un terrorismo “esotico” come quello giapponese. Fu il procuratore Giovanni Melillo a rimettere i riflettori sull’evento nel 2020, durante una conferenza stampa in cui presentava la lista dei latitanti più ricercati dalla Procura di Napoli. La notizia che il primo nome non fosse un boss camorrista ma un settantenne giapponese fece scalpore. “Una strage dimenticata”, disse Melillo. “Nemmeno una lapide, né un’occasione per ricordare le vittime.”
Il prefetto Marco Valentini e il sindaco Luigi De Magistris rimediarono nell’aprile 2021, apponendo finalmente una targa commemorativa a Calata San Marco. Junzō Okudaira, oggi settantacinquenne, rimane un fantasma. Su di lui pende una taglia di cinque milioni di dollari del Dipartimento di Stato americano. La giustizia italiana e quella americana hanno pronunciato sentenze contro di lui. Eppure il samurai del terrore continua a essere irrintracciabile, il più elusivo tra i fantasmi di un’epoca che l’Europa vorrebbe credere definitivamente chiusa.
“Non ci sono più grandi nomi da cercare sul nostro territorio, ma da troppo tempo cerchiamo criminali per i quali avremo bisogno dell’aiuto di altri Paesi. Il primo nome è quello di Junzo Okudaira, latitante dal 1984.”
Giovanni Melillo, Procuratore capo di Napoli, 2020





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