Attentato al papa: il faldone dimenticato e l’uomo misterioso

Scritto da: Ezio Gavazzeni
2 Maggio 2025

La scia di misteri intorno all’attentato a Giovanni Paolo II non si è ancora esaurita: da un faldone dimenticato spuntano piste mai realmente battute, come quella che porta in Libia e a un misterioso attentatore di cui nessuno sembra mai essersi realmente occupato, ma la cui ombra si allunga anche su Piazza San Pietro…

Papa Giovanni Paolo II ferito in piazza San Pietro viene sorretto dai collaboratori, qualche istante dopo l’attentato.

Come in un racconto di Jorge Luis Borges qualcosa di infinitesimale, come un fotogramma emerso dal passato, riconnette il pomeriggio del 13 maggio 1981, giorno dell’attentato a papa Giovanni Paolo II, alle 17.20, con il presente. Basta poco alla fine. Un fotogramma rubato a una trasmissione Tv di oltre vent’anni fa, un vecchio Tg2. Ritrae la costola di un faldone appoggiato su un tavolo. Il titolo eloquente abbastanza da farmi trasalire sulla sedia: Giovanni Paolo II – Attentato 13-5-81.

Chi mi ha spedito il fotogramma l’ha intravisto per caso in una vecchia cassetta dimenticata in un angolo della libreria. Ha fotografato lo schermo del Tv e mi ha inviato la riproduzione del fermo immagine. Ecco il passato che ritorna.

Il fotogramma del TG2.

Svolgo delle ricerche. Il voluminoso raccoglitore si trova presso l’Ispettorato di Pubblica Sicurezza “Vaticano”, sito in via del Mascherino 12 a Roma. C’è voluto un mese per avere il permesso di consultarlo e di questo ringrazio la Digos di Roma che mi aiuta sempre nelle mie ricerche.

L’arresto di Agca e quegli strani errori

Arrivo in Ispettorato Vaticano in una mattina calda di aprile. Mi accolgono tutti in modo cordiale. Il faldone è all’archivio che mi aspetta. Coricato sul tavolo nel modo esatto come riprodotto nel fotogramma del Tg2. Apprendo che, appena catturato, Mehmet Ali Ağca, pochi minuti dopo aver sparato al papa, è stato portato presso questo posto di polizia. La folla lo voleva linciare. I poliziotti hanno faticato non poco a salvarlo dalla furia popolare.

Scrive l’allora appuntato di PS Pasquale Navarra: “… Immediatamente, impugnando la mia pistola d’ordinanza, mi precipitavo verso quella direzione e, notavo individuo sbucare dalla folla con una pistola in pugno, cercando disperatamente di dileguarsi fuggendo in direzione di via Porta Angelica. L’attentatore veniva inseguito da me e da altro personale del nostro ufficio. L’app. Luigi Zumbo, che si trovava in posizione più favorevole gli si parava davanti puntandogli la pistola in faccia. Nella impossibilità di sottrarsi alla cattura l’attentatore gettava a terra la pistola che ancora impugnava. Lo abbiamo afferrato e, personalmente, gli ho applicato le manette. Condotto a viva forza nel Posto fisso di Polizia “Portone di Bronzo”, sito in piazza San Pietro, anche per sottrarlo al furore della folla che minacciava il linciaggio, dichiarava scrivendolo di pugno essere: Mehmet Ali Ağca, nato in Turchia il 9.1.1958.”

Attraverso il linguaggio burocratico del rapporto dell’appuntato Navarra, a posteriori, si possono percepire la concitazione del momento. La folla inferocita che ha capito che qualcosa era successo e chi ne era il responsabile. I poliziotti che accorrono sono più di uno. Li riporto così come scritto in una Minuta, la N. 0501.B.1 e si tratta del: vice questore dr. Ettore Barbalucca; e gli appuntati: Cervasio Francesco; Vollero Pasquale; Navarra Pasquale; Zumbo Luigi e Piscitelli Bartolo.

C’era calca. C’era da evitare un linciaggio. Era successo qualcosa di incomprensibile al momento ma qualcosa andava fatto. L’attribuzione della nazionalità dell’attentatore, come si saprà poi, non sarà subito così facile. Lo stesso vice questore dr. Domenico Volpe, in un rapporto dello stesso 13 maggio scrive: “…il presunto attentatore, che sembrava un arabo…”.

Ali Agca dichiara subito per iscritto il proprio nome e di essere nato in Turchia l’1.9.1958. Ma non è così, l’attentatore del papa è nato a Malatya in Turchia il 9 gennaio 1958 e non il 1° settembre 1958. Errore forse voluto? A posteriori non possiamo saperlo ma questo ingenera un ripetersi di rapporti scritti nelle poche ore successive, presso il posto di PS di via del Mascherino 12, dove la data di nascita attribuita a settembre viene ripetuta più e più volte e per molte ore.

Riporto frammento dell’appunto scritto da Mehmet Ali Ağca di suo pugno appena catturato:

L’appunto di Mehmet Ali Ağca.

Nel frammento c’è un altro “errore” che si somma alla data di nascita: la nazionalità che è riportata come “Greecs Greece”, Grecia. Infatti nel “Processo verbale di arresto”, a cura degli appuntati Zumbo Luigi e Navarra Pasquale, viene riportato: “…del sedicente Mehmet Ali’ Ağca, nato 01.09.1958 Greecs (Grecia), studente, residente a Perugia presso Hotel studenti.”

Il doppio errore sarà poi corretto nelle ore successive. In serata Ağca viene portato in questura a Roma, nell’ufficio del capo della Digos Alfredo Lazzarini, dove lo raggiungono il procuratore capo Achille Gallucci, i sostituti Domenico Sica, Nicolò Amato, Luciano Infelisi. Ai magistrati l’attentatore, come riportato nel suo articolo Sandro Acciari del Corriere della Sera, che li ha intervistati all’uscita la mattina presto: “…il giovane ha dato risposte vaghe, ha detto di essere turco, poi palestinese, alla fine armeno.” La Grecia è sparita dai radar in modo definitivo anche se in serata l’agenzia stampa turca Anatolia, chiarisce che Mehmet Ali Ağca è di nazionalità turca e ricercato per l’omicidio di un giornalista.

L’appunto dimenticato

Nel faldone dimenticato in via del Mascherino ci aspetta però dell’altro. Il 20 maggio 1981, un appunto vergato a mano, riporta di una telefonata pervenuta dall’abitazione di una signora, che chiamerò “Anita” per rispettare la sua privacy, alla Digos romana, che racconta che: “…ravvisando in un provino, fatto durante la visita del papa a San Tommaso il 10 maggio, l’attentatore del Pontefice.”

Questo appunto dimenticato nel nostro faldone in via del Mascherino 12, avvalora e conferma la famosa fotografia pubblicata dal settimanale Oggi solo cinque anni fa dove, in un fotogramma, si intravede tra la folla un uomo molto somigliante ad Ali Ağca, proprio durante la visita di papa Giovanni Paolo II alla parrocchia romana di S. Tommaso. Come si sa, la foto è stata giudicata controversa e non attribuibile all’attentatore del papa ma questa telefonata alla Digos della signora romana “Anita”, ci conferma che invece alla parrocchia qualcuno si è accorto della presenza di Ağca, così tanto da riconoscerlo dai giornali (non dimentichiamo che Internet nel 1981 non c’era!) e di collegarlo alle fotografie scattate quel giorno.

Il misterioso uomo in fuga

Ma il nostro faldone che, dall’aspetto sembra averne viste tante, emerge anche dell’altro. L’8 giugno ’81, “Mons. Eduardo Martinez Somalo, arcivescovo tit. di Tagora, Sostituto della Segreteria di Stato”, del quale ho parlato nel mio libro Il papa deve morire (edito dalla PaperFIRST, NdA) ringrazia in modo sentito il dott. Francesco Pasanisi, dirigente dell’ispettorato Generale vaticano di PS. “…vivissimo ringraziamento a Lei ed a i suoi collaboratori per l’opera compiuta in quella drammatica circostanza.”

Un appunto vergato a mano e datato “22 luglio 1981, ore 18.15” e firmato di pugno. Sembra più un promemoria a uso proprio perché non è indirizzato a nessuno e recita: “L’attentatore del papa è stato condannato (ore 17.30)

  • All’ergastolo + dieci anni per porto abusivo di arma, lesioni e passaporto falso commutati tutti in anno di isolamento + pubblicazione della sentenza…”

Tornando indietro a pochi giorni dall’attentato, un fonogramma datato 21 maggio, indirizzato all’ispettorato Generale vaticano e ai distretti e commissariati di PS, nonché all’Arma dei carabinieri, la Polstrada e alla 2° divisione sq. Mobile e sq. Traffico, chiede se qualcuno possa: “…coadiuvare identificazione giovane con giubbino scuro che attraversa di corsa piazza San Pietro, ritratto nelle allegate 2 foto da reporter che trovavasi in loco giorno 13 u.sc., subito dopo attentato at Santo Padre. Secondo citato reporter, individuo in questione, avrebbe impugnato nella mano destra piccolo revolver nero…”

Il giovane sconosciuto che attraversa di corsa piazza San Pietro.

Sulla foto in questione, che nel faldone trovo riprodotta in modo egregio, di sicuro sviluppata partendo dal negativo originale e ancora conservata in una cartellina dove è stata infilata a suo tempo, ne ho parlato nel mio libro. Fatto ancora avvolto nel mistero. Per chiarezza ne riporto la storia:

Nel frangente degli spari avviene un episodio che rimane irrisolto fino a oggi. In piazza San Pietro è presente un fotografo americano, Lowell Newton di Detroit, insieme alla famiglia. Mentre si odono gli spari dell’attentato fotografa la scena. Dichiara, interrogato sulla vicenda: “Ero in piedi in cima alla fontana per avere una visione migliore, avevo appena alzato la macchina fotografica e avevo fatto una foto del papa prima degli spari. Ho abbassato la telecamera e ho sentito tre colpi di pistola – pop, pop, pop – in rapida successione, ho sollevato la macchina fotografica e ho scattato un’altra fotografia, poi sono saltato giù dalla fontana… quando improvvisamente ho visto un giovane che correva fuori dalla folla verso di me. Aveva una pistola nella mano destra. Più tardi ho disegnato uno schizzo dell’uomo con la pistola. Anche mia moglie e gli amici che viaggiavano con noi lo hanno visto con la pistola. Mentre passava, mi sono girato rapidamente, gli ho scattato una foto da tre metri di distanza. L’ho inseguito per circa sei metri, mi sono fermato, ho scattato un’altra foto da circa sei metri di distanza. Poi il giovane e la pistola sono scomparsi tra le colonne dietro il colonnato”.

L’identikit

Chi è il misterioso personaggio che scappa dalla piazza con una pistola in mano?

Lowell Newton, pochi mesi dopo, in una circostanza fortuita, riconosce l’uomo in una fotografia di gruppo di cinque. Il suo nome è Ali Chafic. Le immagini sono pubblicate nell’edizione del Time del 21 dicembre 1981 e raffigurano cinque sospettati terroristi che potrebbero attentare alla vita del presidente Ronald Reagan.

L’identikit di Ali Chafic.

I loro nomi sono stati indicati da “un ‘disertore’ che professa di avere conoscenza diretta di un complotto libico e ha dato alle autorità statunitensi i nomi di 14 terroristi inviati per uccidere Reagan, o altri funzionari statunitensi”.

I cinque in evidenza sono due iraniani, un palestinese, un libanese (Ali Chafic) e un uomo della Germania dell’Est vicino alla Rote Armee Fraktion. La segnalazione indica “Ali Chafic come di circa 35 anni, 1,76 di altezza, 75 kg, libanese ma si ritiene che abbia un passaporto turco, la testa può essere rasata, a volte ha la barba e i baffi, cammina zoppicando”. Il pezzo del Time a firma James Kelly attribuisce la paternità del gruppo terroristico alla Libia.

Aggiunge però alla notizia del gruppo di fuoco libico il Chicago Tribune del 3 gennaio 1982, attribuendo tra le varie finalità: “…Turchi armeni “interessati” alla rappresaglia per le atrocità del 1915.” Come dimostrato nel mio libro le minacce armene al papa, da parte dell’ASALA, sono durate per 6 anni. Con il corollario di attentati con morti e feriti.

I nostri magistrati non daranno seguito a questa testimonianza oculare avvalorata anche dai familiari di Lowell Newton, presenti in San Pietro il 13 maggio 1981 e che hanno confermato, sia il riconoscimento dall’identikit, sia che Ali Chafic impugnava una piccola pistola nella mano destra.

Una pista che porta in Libia

Sul riconoscimento del misterioso uomo con il giubbino nel faldone trovo traccia di parecchie ricerche tutte infruttuose. Questa segnalazione che conduce alla Libia, andrebbe ripresa di nuovo in considerazione, facendo il paio con la segnalazione SISDE della presenza di Ali Ağca a Genova per 2 giorni il 19 e il 20 aprile ’81 (meno di un mese prima dell’attentato), con telex datato 30 maggio 1981256, che recita: “Secondo notizie di fonte solitamente ben informata, il soggetto si sarebbe incontrato a Genova il 19 aprile 1981 con un esponente dei servizi segreti libici (probabilmente un componente della Missione Navale libica in quella città), al fine di ricevere direttive, o mezzi finanziari. […] SISMI al corrente.”

Ma non sono i soli tesori custoditi nel faldone dimenticato. È il momento delle minacce all’attentatore del papa, o delle lodi da parte di misteriosi fan.

Amici improbabili per l’attentatore

Il  luglio 1981 arriva una lettera al Governatorato – Segreteria generale S.C.V., di un “Gruppo massonico partenopeo”, spedita il giorno successivo alla sentenza di ergastolo pronunciata contro l’attentatore del papa, che recita: “Solidarietà per il maestro turco Mehmet Ali Ağca… consigliamo provvedere alla sua liberazione entro il mese in corso…” L’11 dicembre arriva in segreteria vaticana una lettera proveniente da Stuttgart, di un sedicente amico di Mehmet Ali Ağca, certo Nuri Caglayan. Ma sono altri i “fan” di Ağca a scrivergli in carcere. Anche un anonimo che invia un biglietto vergato a mano in stampatello, il 28 giugno 1982, trasmesso con nota del ministero dell’Interno N. 224/8206…,  che recita: “Presto o tardi quella carogna di Woitila avrà il piombo e verremo a liberarti.” In caso contrario promettono rappresaglie contro i pellegrini in visita a Lourdes.

Un altro tifoso di Ağca si fa vivo con una misteriosa e dettagliata lettera il 28 settembre 1982. Il mittente è tale “Dursun Kocan, che risiede al 10 di Triester, Str. 91, Vienna (Austria)”. Dal tono della missiva, vergata tutta a mano, sembrerebbe ravvisarsi la minaccia travestita da comunicazione di servizio. L’estensore informa il destinatario della costituzione a Vienna di una nuova organizzazione, composta da 500 elementi, avente come obiettivi:

  • entro un anno, … rapinare10 banche a Vienna e prendere in ostaggio il Cancelliere;
  • Successivamente di farlo evadere insieme ad “altre cento persone” con lui detenute, mediante l’impiego di un aereo che li condurrebbe in Iran e l’appoggio di 27 uomini, dei quali viene fornito il nominativo;
  • Il sequestro e l’uccisione del papa “prima che arrivi la seconda lettera”;
  • Elenca le generalità di 32 elementi che, a suo dire, “passeranno all’azione da Vienna”.

L’elenco dei primi 27 uomini è scritto con i nomi e i cognomi evidenziati e scritti per esteso per ognuno (una grande fatica che deve avere avuto uno scopo), così come i 32 nomi successivi. Nella missiva i numeri sembrano essere fondamentali e, con tutta probabilità, tra i numeri e i nomi esiste un codice che a tutt’oggi, non mi risulta che qualcuno abbia tentato di decrittare.

L’elenco.

Anche il 28 ottobre 1985 un anonimo invia due scritti a mano, indirizzati alla segreteria generale dello Stato del Vaticano. “Il primo redatto in lingua straniera, inizia con la parole ‘04/06/85 Sah, Adana Kurkculer Koy’ e termina con la parola ‘Saygelnmla’. Il secondo, probabilmente la traduzione in sintesi del precedente, inizia con le parole ‘Notizie avute sullo attentato al S. Padre’ e termina con le parole ‘Can: Turkey’.”

Lo scritto è interessante perché parla anche di Oral Celik (amico e sodale di Ağca nonché dirigente dei Lupi Grigi) e si riferisce all’Olanda. Non si conosce se questa segnalazione, anch’essa dettagliata e vergata a mano, sia stata presa in considerazione dagli inquirenti. In particolare il dott. Ilario Martella. Ma ancora l’8 maggio 1987 arriva una fantasiosa lettera firmata “la Confederazione P2 – B.R.” diretta al cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli, contenente gravi minacce nei confronti della chiesa.

La lettera.

Una fine che può essere un inizio

Ho scritto solo alcune delle informazioni che ho trovato nel misterioso faldone conservato nell’ispettorato vaticano di via del Mascherino al numero 12. Ora il grosso plico di carta tornerà nella sua dimora. Lo scrigno dei suoi segreti si è aperto ancora una volta, forse l’ultima, e ci ha svelato atti di coraggio, minacce in codice, fantomatici gruppi e depistaggi di ogni tipo.

Ma anche un misterioso attentatore non riconosciuto e che sembra non esistere in nessun archivio (CIA, dipartimento di Stato, SISDE, SISMI, questure, siti internet specializzati) Ali Chafic; sempre che questo sia il suo vero nome. Libanese d’origine ma al soldo dei libici di Gheddafi, impossibile da rintracciare e, da quanto so, nemmeno la nostra magistratura ha chiesto agli organi competenti americani di rivelare di più su questo strano personaggio che, a oggi, rimane solo un identikit e una fotografia di spalle, con solo pochi dettagli del viso in evidenza. Un altro mistero mai risolto.

Questo ci dimostra che ancora molto non è stato svelato dell’attentato a papa Giovanni Paolo II e che la mia richiesta di riapertura delle indagini sull’attentato del 13 maggio, attraverso un esposto al procuratore capo di Roma dott. Francesco Lo Voi del 3 aprile scorso, è tuttora sempre più valida e attuale.

Dopo vent’anni dalla sua scomparsa forse è venuto il momento di trovare tutta la verità sull’attentato a papa Karol Wojtyla e mettere fine a questo ennesimo segreto irrisolto d’Italia.

©Riproduzione riservata

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Autore

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  • Scrittore. Vive e lavora a Milano. Fin dagli anni ’80 ha lavorato come correttore e redattore per importanti collane Mondadori, Motta editore, Giuffré e per importanti case editrici. Conduce da anni corsi di scrittura e ha ottenuto importanti e prestigiosi premi letterari. È autore di romanzi thriller e noir. Ha pubblicato storie di mafia con il supporto di Salvatore Borsellino. "Il papa deve morire", edito da PaperFIRST, è il suo ultimo lavoro d’inchiesta.

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