Attentato al papa: un caso da riaprire?

Scritto da: Gianluca Zanella
3 Aprile 2025

Ezio Gavazzeni, autore del libro “Il papa deve morire”, ha presentato un esposto alla Procura delle Repubblica di Roma esponendo una serie di elementi a favore di una riapertura delle indagini riguardo l’attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981.

Ezio Gavazeni e la copertina del suo libro edito da PaperFIRST.

Tempo fa abbiamo avuto il piacere di presentare il libro “Il papa deve morire”, di Ezio Gavazzeni, il quale è poi diventato anche un nostro collaboratore. È notizia di oggi – già ripresa da diverse agenzie – che Gavazzeni ha presentato un esposto alla Procura delle Repubblica di Roma, all’attenzione del procuratore capo Francesco Lo Voi, per portare alla sua attenzione alcuni elementi contenuti nel libro (di cui noi abbiamo ampiamente trattato nel corso della diretta streaming). Elementi che, secondo l’autore, potrebbero (anzi, dovrebbero) portare a una riapertura delle indagini riguardo l’attentato a Giovanni Paolo II, avvenuto in Piazza San Pietro il 13 maggio 1981.

Di seguito, vi riportiamo il testo integrale dell’esposto:

 

Esposto alla Procura della Repubblica di Roma
All’attenzione del procuratore capo Francesco Lo Voi

Roma 3 aprile 2025

PREMESSA

Gent.mo dott. Francesco Lo Voi, procuratore capo di Roma, mi chiamo Ezio Gavazzeni e sono uno scrittore di Milano. Nato a Milano il 2 gennaio del 1959 e residente a Milano in via Cogne 5/A, 20157; questa è la mia pagina Web dove trovare informazioni sulla mia per-sona e sulla mia attività lavorativa: https://www.eziogavazzeni.com.

Durante la stesura del mio ultimo libro Il papa deve morire (Alle-gato 1), edito dalla PaperFIRST by Il Fatto Quotidiano, che riscrive la vicenda dell’attentato a Sua Santità papa San Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981, mi sono imbattuto in una serie di evidenze, fatti e cir-costanze (tutte dimostrate con documenti originali, oltre 480, del SI-SDE, SISMI, questure, ministero dell’Interno, presidenza del Consi-glio ecc.), che dimostrano che agli inquirenti, soprattutto il giudice istruttore dell’epoca, il dott. Ilario Martella, sono stati omessi fatti, circostanze e documentazione che posso solo definire di una mole notevole.
Più mi addentravo nella stesura del libro e più scoprivo quanto era stato omesso ai magistrati che indagavano sull’attentato a papa Karol Wojtyla, da definire questa omissione come depistante e forviante rispetto allo svolgersi dei fatti.

Nel mese di marzo del 2024, a libro quasi concluso, mi sono risolto a parlarne con il dott. Ilario Martella, che era il giudice istruttore all’epoca della cosiddetta “pista bulgara”, in fondo al libro troverà l’intervista che posso definire parecchio esplicativa e interessante, che riporterò comunque, a titolo d’esempio, in questo Esposto.

Durante le mie ricerche ho scoperto, inoltre, che lo Stato italiano ha trattato con i terroristi dell’Esercito Segreto di Liberazione dell’Armenia, a Beirut, tra il 1980 e il 1983, con la mediazione dell’OLP. Il nostro governo ha mandato a trattare il funzionario, responsabile della 2° Divisione SISMI, generale Armando Sportelli, addetto militare a Beirut e capo Ufficio R, che si occupava dell’estero.
L’accordo è stato firmato dall’allora ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro. Tutto documentato con i verbali delle riunioni e la firma autografa del ministro Scalfaro, qui sotto riportata.

Circostanza, quella della trattativa, come ho dimostrato nel libro e in questo esposto, direttamente collegata con l’attentato a papa San Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla.

Le evidenze da me raccolte dimostrano che la narrazione dell’attentato a papa San Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla, non può più essere considerata quella che è stata tramandata fino a oggi.

Dopo 3 processi (la cosiddetta “pista bulgara”), che hanno visto i protagonisti assolti per insufficienza di prove, ciò che rimane di quella vicenda è solo Mehmet Ali Agca, l’attentatore del 13 maggio 1981, un cosiddetto “lupo solitario”, che un giorno, non si sa bene perché, in perfetta solitudine, ha attaccato la figura del Pontefice sparandogli 3 colpi di pistola.

Chiedo pertanto che, alla luce di quanto emerso e che dettaglierò in questo esposto e in modo più diffuso nel mio libro che troverà allegato alla presente, questa Procura riapra le indagini sull’attentato del 13 maggio 1981 in piazza San Pietro acquisendo le nuove evidenze emerse.

CIRCOSTANZE

Durante le mie ricerche apprendo (attraverso documentazione, oltre 480 documenti originali), che tra il 1977 e il 1983, il gruppo terroristico dell’ASALA (Esercito Segreto per la Liberazione dell’Armenia), minacciava di morte il papa, le gerarchie ecclesiastiche e il governo italiano, per via di un’organizzazione, che stazionava in orbita vaticana, appoggiata dal dipartimento di Stato americano, nella persona di Henry Kissinger e protetta dal governo italiano, che si occupava di espatriare gli armeni dall’allora Armenia sovietica, portarli a Roma, dove venivano fatti alloggiare in 16 pensioni “convenzionate con il ministero degli Interni”, prima di essere trasferiti negli Stati Uniti.

Tutto questo è avvenuto tra il 1975 e il 1983. L’operazione aveva nome “Safe Haven” (rifugio sicuro).

I profughi trasferiti erano nell’ordine di 2-2.500 ogni mese! Si calcola pertanto che il numero di persone trasferite durante gli 8 anni di vita di questa operazione, si possa calcolare in circa 200-250.000! Tutti accuditi e protetti dalle associazioni in orbita vaticana: WCC (Consiglio Mondiale delle Chiese), Hias, Ucei e altre, più quelle che gravitavano intorno agli interessi americani, la Tolstoy Foundation (fondata dalla figlia dello scrittore Lev Tolstoy) e dalla Rav-Tov, che si occupava in modo principale di espatriare gli ebrei, sempre in transito su Roma, direzione USA.  Questi erano un sottoinsieme che si poteva calcolare in circa il 5% del totale degli emigranti.

Le minacce di morte (come documentato nel mio libro Il papa deve morire), si ripeterono tra il 1977 e il 1983, ben oltre l’attentato del 1981 di piazza San Pietro.

Qualcuno potrebbe pensare che i profughi lasciassero la loro terra via mare, con carrette scassate, o via terra stipati su pullman stracolmi e puzzolenti, niente di più falso. Gli armeni lasciavano l’Armenia sovietica in aereo! Spesati di ogni cosa e alloggiati a Roma nelle 16 pensioni, che alla bisogna potevano anche aumentare.

Il gruppo terroristico dell’ASALA (Esercito Segreto di Liberazione dell’Armenia), che voleva rivendicare le terre usurpate dai turchi durante il Genocidio del 1915 e ricostruire la grande Armenia, non poteva sopportare che i loro territori fossero svuotati di migliaia di insegnanti, medici, ingegneri, intellettuali e giovani famiglie con figli piccoli, in favore degli Stati Uniti.

L’ASALA, che non conoscevo bene prima di cominciare questa indagine, negli anni, soprattutto tra il 1975 (anno di fondazione a Beirut, nel campo del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina di George Habash) e il 1985, si macchiò di oltre 250 attentati con bombe e 24 morti accertati in tutta Europa, comprese Madrid, Roma e Milano, tutti rivendicati con la richiesta di fermare il flusso degli armeni in direzione USA e con minacce dirette al papa, gerarchie vaticane e governo italiano che proteggeva questo flusso migratorio.

Durante la stesura del libro scopro anche che il governo italiano ha intavolato, fin dall’aprile del 1980, una trattativa a Beirut, con i vertici dell’ASALA, mediata dall’OLP di Yasser Arafat nella persona del braccio destro del leader palestinese, Abu Hol.

Al primo punto dell’accordo (riportato nel mio libro), firmato nell’agosto del 1983 a Beirut, c’era proprio la chiusura delle pensioni e la fine dell’operazione di espatrio degli armeni. La firma sotto l’accordo è dell’allora ministro degli Interni e futuro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro.

Dopo aver trovato tutti i documenti esclusivi che raccontavano questa storia, alla fine oltre 480! Mi sono risolto a chiamare al telefono l’ex magistrato Ilario Martella, che si è occupato, nel 1982-83, di redigere l’istruttoria per il processo a Mehmet Ali Agca, quella che passerà alla storia come la cosiddetta “pista bulgara” e gli racconto quanto ho trovato.

La registrazione della nostra conversazione è conservata nel mio archivio e io l’ho riportata nel libro senza omettere una sola parola. Dall’altra parte della comunicazione registro dei “nessuno mi aveva detto nulla… apprendo questi fatti solo ora… a me tutto questo era sconosciuto…”. Dalla reazione del magistrato deduco che i servizi segreti non gli avevano passato le evidenze che c’erano delle minacce armene alla vita del papa, prima dell’attentato di Mehmet Ali Agca e che si era svolta addirittura una trattativa in merito. Il dott. Ilario Martella mi racconta, inoltre, che incontrava Oscar Luigi Scalfaro ogni settimana ma mai gli aveva raccontato di una trattativa, tanto meno a Beirut e con gli armeni.

Mi invia inoltre i virgolettati delle sue richieste a Ninetto Lugaresi (capo del SISMI) ed Emanuele De Francesco (SISDE), del novembre ’83, dove chiedeva se ci fossero delle novità circa la sua istruttoria che si stava concludendo:  “…chiesi a loro se c’erano delle testimonianze e tutto quello che avevano compiuto e come avevano agito. Quindi loro si sono assunti una responsabilità testimoniale, io ho agli atti le loro testimonianze, quindi nel momento in cui io, come giudice istruttore, chiamavo e le indagini erano in corso, quello che lei mi ha detto dovevano essere loro a dovere mettere a conoscenza, ma non l’hanno fatto.”

L’ultima minaccia armena di morte al papa era solo del 26 agosto precedente a questa richiesta ma nessuno lo informa, mentre Sua Santità si trovava a Castelgandolfo e si è risolta in posti di blocco, ingente dispiegamento di forze dell’ordine ed elicotteri a sorvolare la zona, nonché la cancellazione dell’agenda del papa per tutta la settimana successiva.

Ma non sono le sole informazioni che sono taciute al giudice istruttore. Da un documento polacco, desecretato dal 2014 e che mi è stato inviato dal governo polacco (che ho ringraziato nel libro: “Un grazie speciale all’Instytut Pamieci Narodowej Komisja Scigania Zbrodni przeciwko Narodowi Polskiemu, nella persona del procuratore Michal Skwara.”), si apprende che Mehmet Ali Agca è transitato da Belgrado nel marzo 1981 (2 mesi prima dell’attentato! Secondo le indagini si trovava invece a Vienna), con passaporto falso giordano e si è presentato all’Ambasciata italiana richiedendo un visto per il nostro paese. Circostanza mai emersa prima in nessuna inchiesta.

Ma il visto gli viene rifiutato con due motivazioni: la prima sembrerebbe di provenienza della Farnesina, la seconda della questura di Roma.

La nostra Ambasciata risponde che l’uomo che si presenta alla nostra legazione è sospettato di appartenere al FPLP di George Habash. E questa informazione. Così come riportata, sembra appartenere alla rete informativa interna del ministero degli Esteri.

La nostra missione diplomatica invia comunque una richiesta alla questura di Roma che risponde di rifiutare il visto perché Ali Agca è “manovrato dai servizi israeliani”, il Mossad.

Le due risposte, due mesi prima dell’attentato a papa Giovanni Paolo II, sembrano dimostrare che esistevano delle informazioni già strutturate su Mehmet Ali Agca, almeno due file aperti a suo nome, ma tutto questo viene taciuto agli inquirenti, così come le minacce di morte (con a contorno attentati, morti e feriti tutti rivendicati con la richiesta che il Vaticano interrompa l’emigrazione degli armeni dall’URSS) e la trattativa tra lo Stato italiano e i terroristi dell’ASALA a Beirut, come dimostrato nel mio libro.

L’INTERIVSTA A ILARIO MARTELLA

Ezio Gavazzeni: Dott. Martella, sono venuto in possesso di documenti della Questura, SISDE, SISMI, ministero dell’Interno, che dimostrano, che prima dell’attentato al papa del 13 maggio 1981, c’erano delle minacce di morte al Pontefice da parte del terrorismo armeno. La sigla dell’organizzazione è ASALA (Esercito Segreto per la Liberazione dell’Armenia).

La ragione delle minacce è da ricercarsi nel transito degli armeni in fuga dall’URSS (l’Armenia era inglobata nell’URSS allora), da Roma, attraverso un programma americano chiamato TCP (Third Country Process; programma del Paese terzo, NdA), che poi li conduceva fino a espatriare negli Stati Uniti.

Gli armeni erano alloggiati in pensioni, a Roma ce n’erano 16. Una, la pensione Dina, nel dicembre del 1979 è stata pure oggetto di un attentato da parte dell’ASALA.

Questa organizzazione che aiutava gli armeni (migliaia ogni anno) era articolata attraverso organizzazioni vicine al Vaticano (CEI, WCC, Fondazione Tolstoy, HIAS, Rav-Tov), da qui le minacce al papa e allo Stato italiano affinché interrompessero questa attività.

Perché, nonostante in alcuni documenti del SISDE si consigliasse di seguire questa traccia, per risalire ai mandanti dell’attentato al papa, non si è scelto di seguire questa pista?

Ilario Martella: Guardi questa pista armena a me è del tutto sconosciuta e se da un certo momento è effettivamente sussistita mi meraviglio perché mai i servizi non mi abbiano edotto di questo nel corso delle mie indagini. Io ne sento parlare per la prima volta.

EG: Ho acquisito centinaia di documenti dall’ACS (Archivio Centrale di Stato),  un centinaio da WikiLeaks e altre fonti, dove si dimostra che c’erano minacce di morte al Pontefice già dal 1978 sempre da parte dell’ASALA e la ragione è sempre legata al fatto che la Chiesa favoriva la fuga degli armeni dall’URSS.

IM: Volevo dirle che se avessi avuto una minima traccia di questo mi sarei di certo occupato. Se effettivamente all’epoca avessi saputo e non metto in dubbio quanto mi sta dicendo, anche perché fa riferimento a dei documenti, ma ora è chiaro che all’epoca dovevano rendermi edotto di questo.

Ma dall’ampia istruttoria che io ho costruito non emerge nulla che possa accreditare qualsiasi altra tesi. Quello che invece che si poteva, sia nelle mie indagini, sia anche se vogliamo aggiungere anche il caso Orlandi … quello che invece il vero motivo di preoccupazione all’epoca era quello dell’avvento di un pontefice come Giovanni Paolo II, dalla Polonia che era un paese comunista ma già era caratterizzata da impulsi.

Questo costituiva al momento una grandissima preoccupazione per l’incolumità del papa. Perché il papa poteva essere un elemento disgregante come poi effettivamente si è verificato.

EG: Mi interessa il ruolo di una persona che ha incontrato anche nella sua istruttoria Teslim Töre, che ho scoperto essere stato mentore di Agca da ragazzo. L’ha portato a Beirut ad addestrarsi per 40 giorni, nello stesso campo di George Habash, dove è stato fondato l’ASALA e anche in Siria sempre in un campo di Habash dove si sono addestrati dei guerriglieri dell’ASALA.

Ha mai approfondito le circostanze e le date degli incontri tra Teslim Töre e Agca?

IM: Guardi escludo nella maniera più assoluta che Agca sia stato portato in un campo palestinese (io invece dimostro che evidenze ci sono ma non a conoscenza del giudice istruttore all’epoca, NdA). Non mi risulta in alcun modo. Io ho molto approfondito gli spostamenti che Agca all’epoca ha fatto. È interessante il periodo in cui l’attentatore del papa, per sottrarsi alle ricerche alle autorità turca, in quanto si rese responsabile dell’uccisione di un giornalista progressista di Millyet Ipekci.

È stato condannato a morte per questo ed è fuggito in Iran, poi è stato raggiunto dalla sua organizzazione e indirizzato verso la Bulgaria e si è intrattenuto per 3 mesi, ospite nei migliori residence della città. Credo che in quell’occasione ha avuto delle ampie disponibilità, sia economiche, sia di altro genere, per prepararsi al viaggio a Roma, ma per altre esperienze siriane, o altro io lo escluderei per quanto dicevo ho potuto accertare.

Ora posso dire che, se non quanto possa valere per l’impegno, che attualmente attende, che se questa benedetta commissione parlamentare inquirente dovesse una buona volta per sempre iniziare la sua attività, ancora buone cose potrebbero venire alla luce.

Io la vicenda del papa l’ho vissuta correlata a quella della Orlandi e ancora non ci si è resi conto, ma parlo per me, è una mia opinione, non è una verità evangelica, è mio convincimento, che la questione Orlandi sia stato un fatto completamente politico così come aveva anticipato Giovanni Paolo II quando si è recato nell’abitazione degli Orlandi nel 1983 e disse: “Si tratta di un intrigo internazionale”.

Lui questo l’aveva capito, non capisco la ragione per la quale questa strada sia stata completamente abbandonata, soprattutto dopo che la commissione che, come sappiamo, è già formata ma chissà perché non opera, ha acquisito dei documenti che dovrebbero essere oggetto di rilievo in sede di indagine parlamentare.

Mi scusi il piccolo sfogo.

EG: Della permanenza di Agca a Beirut e in Siria si parla degli anni 1977 e ’78 lui sarebbe andato secondo alcuni storici e anche a dire suo, di Agca, sarebbe stato portato prima a Beirut e poi in Siria sempre da Teslim Töre, questo per chiarire che sono fatti antecedenti all’attentato al papa di almeno 3-4 anni. Queste circostanze, oltre a essere state confessate da Agca, ma sappiamo che Agca non è attendibilissimo, sono state citate in diversi libri, soprattutto dalla Sterling e altri, non sempre attendibili, questo è vero, ma lo stesso Ali Agca di questi soggiorni d’addestramento ne ha scritto nel suo memoriale del maggio del 1981, a ridosso dell’attentato.

IM: Guardi rispetto alla Sterling diciamo che è stata un’accesa accusatrice bulgara ma alle volte ha ecceduto un po’ con la fantasia. Più di una volta la Sterling è venuta a trovarmi in ufficio ma io ho recepito solo quello che poteva avere riscontro nella attività che avevo svolto io. Quello che posso dire che ho seguito Ali Agca passo passo dal momento dell’assassinio di Ipekci in poi e a me non risulta che si sia portato in Palestina nella maniera più assoluta e poi che motivo avrebbe avuto per non dirmelo, anche se non escludo che ciò sia avvenuto ma non è stato oggetto della mia indagine.

EG: In un documento SISDE si legge, che pochi giorni prima dall’attentato al papa, Agca si sarebbe incontrato con un emissario del terrorismo armeno in un bar di Roma, il Caffè dell’Opera. Nello stesso documento si chiede di approfondire in questo senso i contatti di Agca con il terrorismo armeno. Il documento però non ha seguito.

Com’è che non è stata seguita questa pista?

IM: Guardi i fatti accaduti che coinvolgono Ali Agca, i giorni prima dell’attentato, sono stati oggetto dell’indagine svolta. Io so solo questo che, ormai sono passati vari anni, ma ho motivo di ricordare che il 10 maggio 1981 Agca si trovava a Milano, venne raggiunto da Omer Bakci che gli portò la pistola ma dopodiché prese il treno e arrivò a Roma la mattina di lunedì 11 maggio andò ad alloggiare all’ostello YMCA, che si trova nei pressi della Stazione Termini e da lì c’era una persona che a lui si accompagnava in un italiano diciamo comprensibile, anche se non proprio perfetto al cento per cento, prenotò la stanza presso la pensione Isa dove poi lui andò a soggiornare fino a quando il 13 maggio ci fu l’attentato.

A un certo momento mi ebbe allora… guardi c’è da… forse potrebbe essere approfondito questo signore perché sul punto l’Agca non è stato sufficientemente chiaro. Cioè la persona che ha telefonato alla pensione Isa in italiano, dicendo che prenotava una “camèra”, sbagliando l’accento di “càmera”, perciò si sapeva esprimere in italiano più o meno bene. Questo signore è rimasto un punto interrogativo. Un tizio che si è occupato di Agca i due giorni precedenti l’attentato e che si è accompagnato a lui.

Nel periodo che Agca era collaborativo con me disse che della prenotazione si erano occupati i bulgari. Perché c’è stato un periodo, fino a quando è cominciato il caso Orlandi, che Agca ha dimostrato la volontà di collaborare, a cominciare dal maggio del 1982 e tutto quello che lui ha detto in quel periodo ha avuto ampissimi riscontri. Altrimenti non avrei mai rinviato il giudizio

EG: Sapeva che lo Stato italiano, nel 1982-83 ha intrapreso una trattativa con l’ASALA a Beirut, mediata dall’OLP, proprio per far smettere le bombe e gli attentati sul nostro territorio e tra le richieste accettate dallo Stato italiano (ho il documento), al primo posto c’è proprio la richiesta che si interrompa il flusso di armeni in transito da Roma e diretti negli Stati Uniti?

È evidente che la trattativa si collega direttamente con il ruolo del Vaticano nel transito di armeni verso gli Stati Uniti e per la proprietà transitiva, con le minacce al papa che ne erano la conseguenza?

IM: Mi creda per me questo è un orizzonte del tutto sconosciuto. Proprio non saprei cosa dirle. E mi meraviglio tantissimo che da parte dei servizi che all’epoca esistevano (SISDE e SISMI), nessuno mi disse nulla. Io le dico questo: Io chiamai all’epoca i capi dei servizi, il dott. Ninetto Lugaresi (direttore del SISMI) e il dottor. Emanuele De Francesco (direttore del SISDE) e chiesi a loro se c’erano delle testimonianze e tutto quello che avevano compiuto e come avevano agito. Quindi loro si sono assunti una responsabilità testimoniale, io ho agli atti le loro testimonianze, quindi nel momento in cui io, come giudice istruttore, chiamavo e le indagini erano in corso, quello che lei mi ha detto dovevano essere loro a dovere mettere a conoscenza, ma non l’hanno fatto.

Quindi c’è un riferimento preciso. Chiamai, mi ricordo bene, che i capi dei servizi vennero assunti da me come testimoni, sia uno, sia l’altro e la testimonianza valeva come fonte di prova di quanto stavo facendo e richiamando le responsabilità mi dissero che entrambi “escludevano categoricamente qualsiasi autonomo contatto dei rispettivi Uffici con l’Agca e non fornivano notizie di sorta utili ai fini dello sviluppo dell’attività istruttoria in corso.”

Non capisco, se avevano questi elementi all’epoca perché non mi misero a conoscenza

EG: La trattativa Stato italiano ASALA si chiude nel 1983 e al primo punto c’è la chiusura del programma che fa transitare gli armeni da Roma nelle 16 pensioni… apro una parentesi, purtroppo le dico già che la pensione Isa, dove alloggiò Agca, non fa parte delle sedici. Sarebbe stato troppo facile.

(Al momento dell’intervista a Ilario Martella non sapevo ancora che la pensione Archimede, dove Ali Agca soggiorna da metà dicembre 1980 a tutto gennaio ’81, era una delle 16 coinvolte nell’ospitalità ai migranti armeni, NdA)

La trattativa crea un collegamento diretto tra il traffico degli armeni e le minacce al papa. La famiglia Mariani, proprietari di una delle pensioni implicate, la capofila, mi ha confermato che il traffico degli armeni si è interrotto appena dopo il 1983. Questa è la prova che la trattativa ha avuto esito positivo. Ormai chiamata “Lodo Scalfaro”, perché il ministro degli Interni era lui e ho la sua firma sull’accordo.

IM: Io all’epoca, siccome la questione di cui mi occupavo aveva assunto un significato internazionale, ebbi modo di parlare più di una volta con Scalfaro ma lui non mi accennò a nulla di questa trattativa. Posso dire invece, che senza interferire mai e mantenendo un atteggiamento controllato, Scalfaro si interessava alla mia indagine.

Al di là di questo ho trattato con l’autorità governativa dell’epoca e ripeto il mio contatto con i servizi italiani era direi giornaliero. Questi elementi che lei mi dice che sono veramente importanti perché insomma mi meraviglio come non solo sono sfuggiti a me ma credo anche a Priore che dopo si è occupato della vicenda.

Io poi chiusi la mia inchiesta e passai ad altri uffici come la procura generale, la Cassazione e Priore continuò a indagare sull’attentato al papa, cercò di approfondire ancora quello che avevo fatto. Dopo 12 anni Priore conclude: “L’unica pista che rimane è quella bulgara.”

L’attività giudiziaria svolta da me e poi Priore che ha svolto indagini ad amplissimo raggio.

EG: Dott Martella, mi sono dimenticato di chiederle se ha saputo che nell’agosto del 1983, mentre il papa si trovava a Castelgandolfo a trattativa conclusa da 7 giorni, l’ASALA ha minacciato di morte ancora il papa in modo esplicito e diretto? La ragione, perché a dir loro lo Stato italiano non aveva ottemperato a tutte le clausole dell’accordo stipulato a Beirut.

Questa minaccia ha avuto come conseguenza una consistente mobilitazione di forze dell’ordine a protezione della residenza estiva del Pontefice.

IM: Come le ho detto prima ho proceduto ad assumere, quali testimoni di eventuali informazioni sull’operato di Agca e sue connesse attività con l’attentato, i capi dei Servizi dell’epoca: il dott. Ninetto Lugaresi e il dottor. Emanuele De Francesco, rispettivamente in data 10/11/1983 e in data 11/11/1983. Ed entrambi: “Escludevano categoricamente qualsiasi autonomo contatto dei rispettivi Uffici con l’Agca e non fornivano notizie di sorta utili ai fini dello sviluppo dell’attività istruttoria in corso.”

EG: Volevo precisarle che io non sto sconfessando le sue indagini e quelle svolte da Priore, io non credo proprio che andrebbero cancellate perché emerge dell’altro. Mi sono convinto che Agca sia stato un terminale di più volontà e soprattutto interessi, che in quel momento si sono addensati attorno alla figura del papa attentando alla sua persona. Perché un po’ faceva comodo a tutti quel suo gesto estremo… Molti ne traevano un guadagno.

IM: Mi creda io sarei molto lieto se questo lavoro potesse essere cancellato da elementi nuovi che dessero maggiori possibilità di comprensione. Lei sta facendo un lavoro meraviglioso…

EG: La ringrazio. Credo che questa vicenda degli armeni e le minacce al papa, arricchiscano il quadro che lei ha creato. Quello che emerge e che, forse, ha dovuto dipingere un quadro mancando di un colore fondamentale e la tela è risultata incompleta.

IM: La Storia, come lei sa, è una parola di origine greca che vuol dire “ricerca”, quindi la ricerca non si conclude mai e quando si trovano fatti così rilevanti è bene che si continui. Se lei ha queste nuove strade da percorrere lo faccia e io sarei ben lieto se si giungesse a una conclusione definitiva per un evento così drammatico.

CHIEDO

In seguito alle evidenze emerse nel mio libro (allegato 1 a questo esposto), e l’intervista al dott. Ilario Martella (riportata nel libro e riprodotta sopra), nonché la documentazione a supporto del mio lavoro editoriale (che posso fornire e far visionare se richiesta), con in più le nuove prove documentali che ho acquisito nel frattempo e la lettera al direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, dell’ex magistrato Giovanni Spinosa (allegato 2 a questo esposto), che siano riaperte da questa Procura di Roma, le indagini all’attentato a papa San Giovanni Paolo II, Karol Wojtyla, del 13 maggio 1981, per mettere finalmente fine a una narrazione che vede un solo lupo solitario, immotivato, che un giorno si è presentato in piazza San Pietro con una pistola in mano per sparare al papa polacco.

Ezio Gavazzeni

©Riproduzione riservata

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  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

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