Quarant’anni di indagini, falsi colpevoli e piste abbandonate: il caso della Banda del Brabante tormenta ancora il Belgio. Ex gendarmi, uomini legati all’intelligence, una foto rimasta per anni nei fascicoli e due testimoni mai ascoltati. E un interrogativo che ricorda la vicenda della banda della Uno Bianca: criminalità comune o qualcosa di più?

Identikit dei presunti componenti della banda del Brabante: il Gigante, il Killer e il Vecchio.
Le recenti dichiarazioni di Roberto Savi sul possibile coinvolgimento di apparati di Intelligence, ancora non identificati, nella vicenda della Uno Bianca hanno riacceso l’attenzione sui molti interrogativi rimasti senza risposta e su piste investigative finora mai approfondite. La Procura di Bologna sentirà Savi proprio in relazione alle sue affermazioni. Quando sta succedendo sul caso della Uno Bianca ci offre l’opportunità di fare un parallelismo con quanto accadde in Belgio negli anni Ottanta. Anche lì una serie di rapine e omicidi di eccezionale violenza, apparentemente riconducibili alla criminalità comune, alimentò nel tempo il sospetto che dietro gli esecutori potessero muoversi interessi, coperture o ambienti legati agli apparati dello Stato. Una somiglianza che fa riflettere sulle ombre che, per molti anni, sono rimaste ai margini del racconto pubblico italiano
Confessioni e Morti Misteriose
Nel precedente articolo ci siamo lasciati con la misteriosa morte del bandito Patrick Haemers, trovato impiccato al termosifone della sua cella prima di essere interrogato dalle autorità. Dopo una prima fase nella quale vennero inseriti, tra i sospettati, decine e decine di criminali ed ex gendarmi senza ottenere risultati, le indagini seguenti si caratterizzarono per una serie di errori da parte degli inquirenti, delle forze dell’ordine e della magistratura. Nel corso di tutti gli anni ’90, fortissime polemiche alimentarono i dibattiti pubblici, tanto da spingere il governo a riformare gli apparati di sicurezza e a sciogliere il corpo della Gendarmeria nel 2001, distribuendo i compiti delle forze dell’ordine tra una Polizia Federale nazionale e una locale.
Agli inizi degli anni 2000 venne sospettato ed interrogato un ex gendarme appartenente al Gruppo Diane, Christiaan Bonkoffsky, il quale nel 2015, sul letto di morte, avrebbe confessato di essere il “gigante” della banda. Le indagini sul suo DNA e sulle impronte digitali avrebbero (il condizionale è d’obbligo in questi casi) escluso categoricamente la sua appartenenza al gruppo di fuoco. Nonostante la sua esclusione i sospetti su di lui rimasero: Bonkoffsky infatti era stato etichettato dai suoi parenti come “militarista” e favorevole ad un colpo di stato in Belgio.
Nel 2014 ci fu un altro colpo di scena quando venne fermato, poi successivamente rilasciato, un certo Jean-Marie Tinck. Secondo le autorità, Tinck, già noto per diversi reati, avrebbe confidato a un suo amico francese di esser stato un membro della banda e di aver preso parte agli assalti. Lo stesso era già finito nel registro degli indagati nel 1997, per poi però essere escluso dalla lista dei sospettati. Prima di essere rilasciato Tinck riferì ai magistrati di avere acquisito molte informazioni sulla banda durante il periodo di detenzione agli inizi degli anni ’90. Un suo compagno di cella gli avrebbe rivelato dettagli specifici sulla banda. Notizie che avrebbe poi rilasciato ai magistrati in fase di interrogatorio.

Christiaan Bonkoffsky, ex appartenente al Group Diane e sospettato di essere il “Gigante” della banda.
La foto mai pubblicata
Nel 2019 viene arrestato un ex gendarme con l’accusa di aver depistato le indagini sul ritrovamento delle armi nel canale allagato nel 1986 ma in assenza di prove l’agente venne scagionato dalle accuse. Il mistero si infittì nel 2020 quando, le autorità belghe, resero pubblica una foto inedita ritraente un uomo alto e robusto in un bosco mentre imbraccia un Franchi SPAS-12, con indosso quella che, sembrerebbe, una vecchia tuta di addestramento della gendarmeria. La foto, già presente nei precedenti fascicoli d’indagine, fu resa pubblica per volontà dell’autorità giudiziarie nella speranza di ottenere nuove informazioni relative all’identità del tiratore.
Un inquietante mix di elementi che ricorda gli addestramenti paramilitari da parte del gruppo Westland New Post e di tutta la galassia dell’estrema destra europea di quegli anni, Italia compresa. La pubblicazione della foto venne accompagnata da un appello: Chiunque abbia informazioni su quest’uomo è pregato di rivolgersi immediatamente alle autorità inquirenti, il tempo stringe.

La foto del sospettato.
Quale verità?
Nel gennaio del 2023 venne nuovamente arrestato, come sospettato principale dei delitti della banda, Robert Beijer, da anni residente in Thailandia. Beijer, dopo aver scontato le condanne per vari omicidi in combutta con Madani Bouhouche, si trasferì nel paese asiatico nel 1999. Nel 2010 scrisse anche un libro, “L’ultima bugia”. Nel testo oltre a dichiarare apertamente di essere stato al soldo dei servizi segreti sovietici, descrive puntualmente tutti i suoi crimini passati. A rendere la lettura ancora più curiosa è il fatto che Beijer descrive le sue azioni come quelle di un “barbouze” termine francofono che identifica un agente segreto o qualcuno addestrato in azioni criminali e al lavoro di intelligence occasionale.

Robert Beijer alla presentazione del suo libro.
Nel gennaio 2025, a pochi mesi dalla chiusura definitiva delle indagini, le autorità dichiarano di essere in possesso di nuovi elementi presentati sia dalle parti civili della città di Mons sia dai familiari delle vittime. In particolare, il riferimento è a due giovani testimoni che chiesero di essere ascoltati in merito all’attacco di Aalst del novembre 1985. I ragazzi, entrambi fratelli e all’epoca adolescenti, avrebbero scritto i numeri di targa delle due auto utilizzate durante l’attacco. Il padre dei due testimoni avrebbe raccontato che, quei numeri di targa, furono consegnati più volte alla polizia, la quale, per quaranta lunghi anni, non avrebbe dato alcun riscontro e non chiamò nessuno dei figli a testimoniare. Proprio su Aalst, Kristiaan Vandenbussche, uno dei legali dei parenti delle vittime dichiarò alla stampa “Non vogliamo arrenderci”.
I familiari delle vittime chiesero l’apertura di un’inchiesta congiunta con la Francia. Chiesero di seguire la pista che condusse a due fratelli, Thierry and Xavier Sliman (entrambi deceduti), autori di violente rapine nel nord della Francia al confine con il Belgio durante gli anni degli attacchi della banda in Belgio. Curiosamente, i due fratelli risultarono essere detenuti nel periodo di inattività della banda tra la metà del 1984 e il settembre 1985. Durante una sua sortita in Belgio lo stesso Thierry riferì ad un complice di avere “le mani sporche di sangue nel paese”.

Identikit di Xavier Sliman sulla sua possibile appartenenza alla banda.
La tesi dei Fratelli Sliman venne sostenuta da un ex gendarme, Jean-Pierre Adam, nel recente libro: “Tueries du Brabant, la piste négligée”. Seguendo questa pista, egli afferma che l’identikit di uno degli assalitori della rapina all’armeria Dekaise di Wavre raffigurerebbe uno dei fratelli Sliman. Sempre secondo l’autore, Thierry sarebbe implicato anche nell’omicidio del tassista Constantin Angelou, ucciso con un’arma successivamente utilizzata proprio negli attacchi della banda del Brabante.
Le indagini (le più lunghe e costose della storia del Belgio) continuano, ma, in assenza di ulteriori elementi, c’è il concreto rischio che vengano chiuse definitivamente. Il tutto potrebbe essere archiviato senza nessun colpevole, facendo così sprofondare il Belgio in quella coltre di oscurità destinata a rimanere impenetrabile.
I fatti della banda del Brabante-Vallone si inseriscono in un periodo storico turbolento e di grandi cambiamenti per il paese: Il rafforzamento dei partiti di sinistra (che arriveranno a un pelo dalla vittoria nelle elezioni generali del 1981), la presenza capillare e indiscussa di apparati della NATO sul territorio e l’incredibile intreccio di scandali, corruzione e depistaggi che coinvolsero le autorità statali, dalla politica alla Gendarmeria. Tutti elementi oggettivi che nessuna archiviazione potrà cancellare.
A nota di questa oscura e triste storia, nel 2023 uscì una serie televisiva di produzione olandese, “1985”. Prodotta dalla Warner Bros Netherlands che descrive alla perfezione i fatti relativi alla banda e le tensioni politiche e sociali del Belgio di quegli anni. A questo punto l’analogia, anche alla luce dei nuovi sviluppi, con la nostrana Uno Bianca sono inevitabili. Sarebbe opportuno riflettere su quanto queste storie siano casi isolati o quanto siano invece tessere di un puzzle tutto europeo sul quale c’è ancora molto da riflettere.



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