Banda della Uno bianca: fu terrorismo

Scritto da: Gianluca Zanella, Gianluca Prestigiacomo

37 anni fa, cominciava la parabola criminale della Banda della Uno Bianca, conclusasi solamente nel 1994 dopo l’arresto dei componenti (tutti, tranne uno, poliziotti). 103 azioni, 102 feriti, 24 vittime. Oggi le indagini sono state riaperte a seguito della presentazione di un corposo esposto e si punta a capire se dietro l’azione del fratelli Savi e degli altri componenti della Banda vi fosse uno o più mandanti

I fratelli Savi a processo. Da sinistra Roberto, Alberto e Fabio Savi, ritenuti i capi della Banda della Uno Bianca. Roberto e  Alberto, erano poliziotti, mentre Fabio era un camionista.

Non criminali, ma terroristi

Esattamente 37 anni fa, il 19 giugno 1987, al casello autostradale di Pesaro, sulla A-14, una banda di rapinatori, come fin dalle prime indagini fu considerata, mise a segno un colpo che fruttò un bottino di un milione e trecentomila lire. In realtà fu il primo di una lunga serie di atti violenti compiuti dalla «Banda della Uno Bianca» così denominata perché a cominciare dal 2 gennaio 1990 utilizzò quasi sempre questo modello di automobile per i propri crimini.

Un termine non usato a caso: crimini. Non semplici rapine, così come invece venivano indicate le azioni della banda. Questo nonostante le indagini avessero già individuato un modus operandi corrispondente a degli atti di matrice terroristica. Pertanto, sebbene al termine delle indagini giudici e investigatori, ovviamente per ragioni del tutto probatorie, giunsero alla conclusione che i componenti della banda – i fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti, Luca Vallicelli (ad eccezione di Fabio Savi, tutti poliziotti) – avevano agito per conto proprio, sic et simpliciter, nell’immaginario collettivo, invece, e anche in ambienti giudiziari, le perplessità che fosse stata manovrata da un burattinaio sono di fatto ancora presenti.

L’Alfetta dei Carabinieri Umberto Erriu e Cataldo Stasi, uccisi dalla Banda della Uno bianca dopo una rapina a Castel Maggiore (BO).

Indagini riaperte per scoprire i mandanti

Con l’esposto presentato il 24 gennaio 2023 dai familiari delle vittime tramite lo studio dell’avvocato Alessandro Gamberini del Foro di Bologna e accolto dal Procuratore aggiunto dott.ssa Lucia Russo, sono state riaperte le indagini proprio per verificare, sulla base degli elementi indicati nel documento, se vi sia realmente stata una longa manus. Un esposto, come si legge nella nota di accompagnamento, in cui potrebbero essere illuminati «elementi nuovi, rivisitando in modo sistemico e non frammentario e atomistico, quelli già noti» Elementi, quindi, che nel passato facevano pensare e supporre non si trattasse solo di una banda di rapinatori o di delinquenti isolati, ma di una organizzazione terroristica «il cui obiettivo era in primo luogo spargere panico nella popolazione».

Una violenza spropositata

Nelle 242 pagine, compresi gli allegati, infatti, viene sottolineato che il potenziale della violenza omicida delle loro azioni criminali è totalmente sganciato dalla «necessità» e visibilmente sproporzionato, nonché, in molte occasioni, privo di qualsivoglia scopo di lucro. Stando all’analisi dettagliata fornita dall’esposto, gli atti criminosi hanno sempre avuto caratteristiche e modalità per molti aspetti distanti da quelle il cui scopo è, di norma, fondamentalmente il bottino. Ma questo aspetto, appunto, è sempre stato evidente, nonostante gli elementi probatori non avessero, finora, potuto supportare accuse specifiche.

Effettivamente, il quadro generale prospettato nell’esposto, intrinseco di particolari indicazioni investigative, restituisce proprio quell’aspetto inquietante che mai aveva trovato riscontri. Anzi. Con tutta probabilità, osservando i fatti dal loro interno, il lato oscuro di tutta questa storia in cui le vittime furono 24 e 102 le persone ferite, nel corso di 103 azioni criminali, potrebbe essere proprio il nesso che lega i medesimi atti a una volontà occulta. Ovverosia, un supposto potere che, manovrando qualche filo, quasi invisibile, avesse lo scopo di riproporre o, per meglio dire, rinfrescare, la strategia della tensione che ha insanguinato l’Italia per un quarto di secolo, a partire dalla bomba di Piazza Fontana.

Il ritrovamento a Zola Predosa (BO) del corpo di Massimiliano Valenti ucciso dalla Banda della Uno bianca.

L’ombra della Falange Armata e il tramonto della Guerra fredda

Ciò rende significativo il collegamento della Banda anche con le molteplici rivendicazioni della «Falange Armata», che hanno segnato anche il percorso criminale dei fratelli Savi e dei loro accoliti; e spiega l’impunità di cui un gruppo di assassini ha goduto per ben sette anni. Certo, non ci sono elementi, ma occorre contestualizzare i fatti.

Era il 1987, l’anno prima dell’omicidio di Roberto Ruffilli, consulente economico del governo in carica, presieduto da Ciriaco De Mita; tre anni dopo la cosiddetta «Strage del rapido 904», avvenuta il 23 dicembre 1984, nella Grande Galleria dell’Appenino, subito dopo la stazione di Vernio. C’era ancora la Guerra Fredda: la contrapposizione ideologica era ancora molto alta e, come emerse poi dalle indagini sulla Gladio, il pericolo di una invasione comunista era ancora viva negli apparati dello Stato. Licio Gelli era appena rientrato dalla Svizzera e, tramite il suo avvocato Fabio Dean, aveva fatto chiaramente capire al ministro dell’interno che avrebbe mostrato «i suoi artigli» a chi avrebbe pensato di coinvolgerlo nella strage di Bologna (2 agosto 1980 – stazione ferroviaria).

Non solo. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta fu il periodo in cui stava prendendo forma una coscienza popolare sulla illegalità diffusa in ambito principalmente politico e istituzionale. Infatti, nel 1992 la Procura della Repubblica di Milano iniziò la nota inchiesta «Mani pulite», che vide le sue fasi conclusive a cavallo dell’insediamento del primo Governo presieduto da Silvio Berlusconi. Il tessuto sociale, a cominciare dalla metà degli anni Ottanta, dopo la morte di Enrico Berlinguer, aveva dimostrato di avere gli anticorpi per reagire di fronte a qualsiasi forma di illegalità e tutto questo è probabile non andasse bene a qualcuno.

Il pool di “Mani Pulite”. Da sinistra i pm Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro e Piercamillo Davigo.

Ripartire dal contesto sociale per comprendere i crimini della Uno Bianca

Certo, si rimane nell’ambito delle supposizioni, ma le indagini, soprattutto quando vengono riaperte, andrebbero ricontestualizzate al periodo in cui si svolsero i fatti. Quando si indaga per omicidio, di norma si parte sempre dal fatto, invece, quando si tratta di una serie di episodi, che forniscono anche solo indizi di matrice eversiva, occorre partire dal contesto sociale, dalle contrapposizioni in esso contenute. Lo insegnano gli errori commessi negli anni di piombo, quando gli omicidi venivano considerati tali, ovverosia, come un reato comune. Solo due lustri più tardi con gli attentati nei confronti di Massimo D’Antona e Marco Biagi, si iniziò a comprendere l’importanza della contestualizzazione.

Comunque, nell’esposto, le azioni criminose della Banda della Uno bianca sono state diligentemente suddivise in anni, considerando quelle che maggiormente dimostrano la sproporzione dei comportamenti e il risultato ottenuto. Bottini di per sé irrisori rispetto al potere di fuoco delle armi usate; soprattutto le connotazioni dell’agire davano l’idea che lo scopo fosse realmente la diffusione del terrore. Il documento, peraltro, ripercorre tutta la serie di episodi catalogandoli come fossero delle campagne militari. E, oltre a mettere in evidenza alcune novità, esso entra più che altro nel merito dei fatti. In buona sostanza è proprio l’analisi puntuale e dettagliata che ha portato alla riapertura dei fascicoli.

Domande che esigono una risposta

Perché, dunque, avrebbero avuto l’esigenza di spargere terrore nella popolazione e in particolare nella Regione Emilia-Romagna, in un periodo compreso tra il 1987 e i primi anni Novanta? È una delle tante domande che si inseriscono tra i numerosi elementi forniti dagli esponenti. E tra le supposizioni, che fino a oggi mai hanno trovato una collocazione processuale, quella dell’elemento eversivo appare finalmente la strada giusta da percorrere. Ma allora, lo scopo di creare disordine insinuando insicurezza sociale, a chi serviva? Francamente, sarebbe difficile credere al fatto che avessero agito in totale autonomia. Non fosse altro per la mole organizzativa. E poi, come avrebbero potuto non essere mai identificati in un arco temporale di ben sette anni? Gli attori delle Br, che avevano un’organizzazione solida, suddivisa in compartimenti stagni, furono individuati quasi subito. Perciò, si tratta di volontà, quindi anche di coperture a un certo livello istituzionale, oppure semplicemente di leggerezza nelle indagini? Le indicazioni fornite nell’esposto sono molto precise su questo punto e non lasciano margine di interpretazione sulla eventuale leggerezza nella conduzione delle indagini.

L’arsenale dei fratelli Savi sequestrato dalla polizia di Rimini.

Qualcuno sapeva

Di fatto, in data 30 novembre 1994, subito dopo la scoperta dei componenti della banda, fu istituita una commissione d’inchiesta sulla questura di Bologna. A conclusione dei lavori diversi agenti e funzionari, a vario titolo coinvolti nelle indagini aperte per scoprire gli autori dei delitti attribuiti alla banda, furono trasferiti in altre località italiane. La relazione del Prefetto Serra definì la questura di Bologna, la peggiore d’Italia. Tutto il materiale in possesso già prima che l’esposto dei familiari delle vittime venisse depositato in Procura, non era mai stato esaminato e valutato complessivamente. La relazione Serra mise il tassello finale, insieme all’inchiesta parlamentare, ma non si trattava di mettere in discussione le responsabilità dei fratelli Savi e della banda. La questione era ancora più spigolosa: in quegli atti, evidentemente c’era qualcosa che avrebbe potuto mettere in luce le eventuali responsabilità di chi sapeva e non agì per fermare in tempo la lunga scia di sangue e terrore che la banda stava imponendo non solo a Bologna e nell’Emilia Romagna, ma in tutto il Paese.

Tuttavia, oggi, a distanza di ben 37 anni, siamo ancora qui a parlarne, con qualche capello bianco. E c’è la netta sensazione che qualcosa, diversamente dal passato, stia crollando. Intanto, queste storie vanno raccontate e indagate anche da punti di vista differenti: in questi 37 anni sono nate ben due generazioni e sanno poco o nulla di queste vicende in cui persero la vita persone innocenti, che si trovavano nel posto sbagliato, al momento sbagliato. E la riapertura delle indagini, non per cercare nuove responsabilità verso chi già è stato condannato in via definitiva, ma per capire e accertare chi c’era realmente dietro alla banda, è un fatto importante affinché possa emergere la verità completa, quella che per molti anni è stata solo ipotizzata.

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  • Gianluca Zanella

    Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, dal 2024 è redattore di InsideOver. È fondatore del format d'inchiesta DarkSide - Storia Segreta d'Italia.

  • Gianluca Prestigiacomo

    Gianluca Prestigiacomo, classe 1963, studi classici. Operatore della Digos in quiescenza. Si è occupato dell’analisi politica dei fenomeni sociali che si svilupparono sulla scorta delle Brigate Rosse e del terrorismo di estrema destra. Ha partecipato a numerose indagini sui traffici d’armi e sulle stragi, come piazza Fontana. È giornalista pubblicista dal 2007. Fondatore e vicepresidente dell’associazione Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso. Autore di alcuni libri tra i quali "G8 – Genova 2001 – Storia di un disastro annunciato" edito da Chiarelettere.

1 commento

  1. valerio cuccuru

    Nei medesimi anni della banda della uno bianca ha agito in belgio la cosiddetta banda del bramante” che aveva molti punti in comune con le modalità operative e organizzative dei fratelli Savi ei loro accoliti. “Le azioni criminali della banda consistevano prevalentemente in assalti a supermercati, caratterizzate da una violenza del tutto sproporzionata rispetto all’entità del bottino di cui la banda si impossessava”.

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