Banda della Uno Bianca: gli esordi tra rapine e violenza spropositata

Scritto da: Gianluca Zanella, Gianluca Prestigiacomo

Tra l’estate e l’autunno del 1987, quella che ancora viene chiamata “Banda della Regata” semina il terrore sulla A14, rapinando i caselli stradali e, in due occasioni, degli uffici postali. A fronte del magro bottino, la violenza messa in atto dalla banda risulta già spropositata. Questa prima fase criminale si concluderà con l’uccisione della prima vittima.

Fabio (in primo piano) e Roberto Savi, fondatori della ‘Banda della Uno bianca”, durante il processo ad Ancona per l’omicidio del bancario pesarese Ubaldo Paci.

Il mistero dei fratelli Savi

Dare un’interpretazione univoca alle azioni della Banda della Uno Bianca è impresa ardua. Il gruppo composto dai fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, con Luca Vallicelli, Pietro Gugliotta e Marino Occhipinti (tutti, eccetto Fabio Savi, poliziotti), si è macchiato nell’arco di sette anni di un numero impressionante di delitti. Una scia di sangue ancora senza un perché. Ignoti i motivi di tanta violenza. Secondo i legali Alessandro Gamberini e Luca Moser, che su istanza di alcuni parenti delle vittime hanno ottenuto la riapertura delle indagini presso la Procura di Bologna, non si è trattato di un caso di criminalità. Bisognerebbe parlare piuttosto di terrorismo.

E a suggerire che non si sia trattato di un semplice caso di criminalità, l’evoluzione delle azioni della Banda. Un’evoluzione tanto inquietante, quanto misteriosa. In questo articolo analizzeremo la prima fase, quella che comincia con l’esordio del gruppo il 19 giugno 1987 e che si conclude il 3 ottobre dello stesso anno.

La prima fase, il primo sangue

5 mesi, 15 azioni, un morto e tre feriti. Ancora non si parla di “Banda della Uno Bianca”, perché in realtà il mezzo utilizzato più spesso è una Fiat Regata. Gli obiettivi di queste azioni sono i caselli autostradali della A14 e gli uffici postali. Due azioni a giugno, il 19 e il 26, quando vengono rapinati i caselli di Pesaro e Riccione,  per un bottino complessivo di 3 milioni e 700 mila lire. Poi, in rapidissima successione, sette rapine a luglio. Due nella stessa giornata del 2 luglio, ai caselli di Cesena e Rimini (4 milioni e 900 mila lire); il 6 luglio a San Lazzaro (4 milioni e 278 mila lire); il 18 luglio a Riccione (5 milioni); il 24 luglio all’ufficio postale di Coriano (Forlì), con un bottino di 54 milioni, e al casello di Ancona (5 milioni e 530 mila lire); il 27 luglio di nuovo a San Lazzaro (3 milioni e 515 mila lire). Tre azioni ad agosto: il 4 a Rimini (6 milioni e 462 mila lire); il 13 a Riccione (2 milioni); il 31 ancora a San Lazzaro. In questo caso la banda non riesce a prendere soldi, ma lascia a terra un ferito. Il 5 e il 17 settembre vengono rapinati il casello di Cesena (2 milioni e 200 mila lire) e l’ufficio postale di San Vito (Forlì), con un bottino di 3 milioni e 500 mila lire. Il 3 ottobre si registra il primo sangue della banda. Una tentata estorsione a Cesena finisce male: un morto e due feriti.

La prova del fuoco

In tre mesi la nuova banda criminale che terrorizza l’A14 ha ottenuto 94 milioni di lire. Azioni rapide, violente, portate a termine sempre di notte o all’alba. Le armi utilizzate erano state acquistate regolarmente: una pistola calibro 38 comprata da Fabio Savi e due fucili a pompa calibro 12 comprati da Alberto Savi. La Fiat Regata utilizzata in quasi tutte le occasioni era la macchina di Alberto Savi, cui veniva semplicemente tolta la targa. Secondo l’esposto presentato dai legali di alcune delle vittime e che è alla base della riapertura delle indagini, queste azioni “sembravano più una prova di fuoco per assoldare i suoi componenti i quali, una volta complici, avevano una sola strada in quanto poliziotti, quella di continuare a delinquere o uscirsene nell’assoluta omertà”.

Alberto Savi nella gabbia dell’aula del tribunale di Bologna.

Colpirne uno per terrorizzarli tutti

Una prima anomalia nel comportamento della Banda si riscontra dopo il 24 luglio, quando dopo la rapina all’ufficio postale di Coriano che fruttò le bellezza di 54 milioni, il gruppo torna a rapinare i caselli autostradali. E parlando di anomalie – che nel modus operandi della Banda saranno poi la norma – anche il comportamento tenuto il 31 agosto al casello di San Lazzaro. Erano le 6.50 del mattino. La Fiat Regata arriva al casello e imbocca la pista numero 8. Nella cabina ci sono due persone, il casellante Roberto Recuperati e l’esattore Roberto Biondi. I rapinatori sono tre, tutti travisati con passamontagna. Il più alto  entra nella cabina, mentre gli altri due scendono e, armati di fucili a pompa, deviano il traffico. Il rapinatore nella cabina chiede a Recuperati le chiavi della cassaforte; quest’ultimo dice di non averle e, senza battere ciglio, l’uomo col passamontagna gli spara un colpo di pistola all’inguine e se ne va senza nemmeno prendere l’incasso. Una violenza cieca, gratuita, inspiegabile se non con la volontà di terrorizzare.

Possibile – si chiedono gli avvocati e i familiari che hanno firmato l’esposto – che per rapinare dei caselli fosse necessario utilizzare delle armi d’assalto, così grandi e ingombranti? E per cosa? Per un bottino così misero come quello che potevano appunto offrire i caselli. “Anche in questa fase – si legge nell’esposto – sembra che l’obiettivo fosse comunque terrorizzare, ma nessun inquirente pare essersi posto questi interrogativi”:

Pioggia di fuoco

Il 3 ottobre 1987, come precedentemente accennato, la banda tentò un’estorsione ai danni di Savino Grossi, commerciante conosciuto da Fabio Savi. L’uomo era stato oggetto della richiesta di una cospicua somma di denaro. Fingendo di acconsentire, ricevette le istruzioni da parte dei criminali e poi si recò alla polizia. Quello che accade, però, lascia il sospetto che in qualche modo i fratelli Savi si aspettassero – quasi sperassero – che l’uomo si sarebbe rivolto alle forze dell’ordine. Infatti, quando l’uomo si recò sul posto stabilito, accompagnato da alcune auto civetta della polizia, dall’alto di un cavalcavia arrivò una vera e propria pioggia di fuoco, che investì le forze dell’ordine con violenza inaudita. I colpi di fucile a pompa ferirono gravemente tre agenti. Uno di loro, il sovrintendente Antonio Mosca, morirà dopo un lungo periodo di grandi sofferenze, nel luglio 1989. Ancora oggi resta un mistero il perché, una volta accortisi della presenza della polizia, i Savi non abbiano desistito dal loro intento ma abbiano preferito scatenare il putiferio.

Il primo depistaggio

Il termine di questa prima fase della storia della Banda della Uno Bianca, vede comparire sulla scena anche il primo di una lunga serie di depistaggi, che per circa sette anni consentirono alla banda di agire pressoché indisturbata, seminando il panico e la morte tra Emilia Romagna e Marche. Così infatti viene definita nell’esposto presentato alla Procura di Bologna la falsa confessione di Giordano Donati, il primo personaggio in chiaroscuro di questa vicenda. L’uomo, identificato come possibile appartenente a quella che fino a quel momento viene chiamata “Banda della Regata”, viene arrestato e confessa prima ai carabinieri, poi al magistrato, di aver compiuto alcune delle rapine insieme a due complici, Paolo Merli e Paolo Grandini che, insieme anche a Paolo Palmisano, saranno poi rinviati a giudizio processati nonostante la ritrattazione di Donati.

Se i quattro si salveranno solamente grazie all’individuazione dei veri responsabili dei crimini loro attribuiti, resta senza risposta la domanda su chi abbia indotto Giordano Donati ad addossarsi la colpa di quelle rapine. “Chi o cosa – si chiedono nell’esposto avvocati e familiari di alcune vittime – lo ha indotto a comportarsi in tal senso? Siamo di fronte ad uno dei primi depistaggi di cui usufruì la banda che meriterebbe un accurato approfondimento investigativo”.

Finisce a questo punto la fase delle rapine ai caselli e agli uffici postali. La Banda della Uno Bianca ora può evolversi e agire al sicuro. In carcere ci sono degli innocenti. Nessuno sospetta ancora dei fratelli Savi e dei loro accoliti che si uniranno in questa macabra impresa. Alla prossima puntata.

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  • Gianluca Zanella

    Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, dal 2024 è redattore di InsideOver. È fondatore del format d'inchiesta DarkSide - Storia Segreta d'Italia.

  • Gianluca Prestigiacomo

    Gianluca Prestigiacomo, classe 1963, studi classici. Operatore della Digos in quiescenza. Si è occupato dell’analisi politica dei fenomeni sociali che si svilupparono sulla scorta delle Brigate Rosse e del terrorismo di estrema destra. Ha partecipato a numerose indagini sui traffici d’armi e sulle stragi, come piazza Fontana. È giornalista pubblicista dal 2007. Fondatore e vicepresidente dell’associazione Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso. Autore di alcuni libri tra i quali "G8 – Genova 2001 – Storia di un disastro annunciato" edito da Chiarelettere.

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