Belve Crime e la Uno Bianca: le parole di Savi riaprono il fronte delle ombre di Stato

Scritto da: Federico Carbone
7 Maggio 2026

Dopo trentadue anni di silenzio, Roberto Savi torna a parlare e chiama in causa i servizi segreti. Ma l’intervista a Belve Crime non riapre soltanto il caso Uno Bianca: riporta al centro depistaggi, Falange Armata, strategia stragista e il lavoro del magistrato Giovanni Spinosa. Non un’intervista televisiva, ma un nuovo fronte investigativo…

Roberto Savi intervistato da Francesca Fagnani.

L’intervista di Roberto Savi a Belve Crime non è solo il ritorno mediatico del capo della Uno Bianca dopo trentadue anni di silenzio: è un detonatore che si inserisce in una storia giudiziaria mai davvero chiusa, tra depistaggi, ombre di apparati e la lunga coda della stagione delle stragi.

L’ultima intervista a Fagnani

Nel faccia a faccia dal carcere di Bollate con Francesca Fagnani, per il format Belve Crime su Rai 2, Roberto Savi rompe il silenzio rivendicando un ruolo di vittima di giochi più grandi di lui e arrivando a sostenere che la banda avrebbe “ucciso per i servizi segreti”, inizialmente protetta e poi scaricata.

La Procura di Bologna ha acquisito integralmente l’intervista e ha aperto due nuovi fascicoli, con l’intenzione di confrontare le nuove affermazioni con le dichiarazioni rese in passato e valutare se Savi sia disposto a farsi interrogare formalmente dai pm Andrea De Feis e Lucia Russo.

I familiari delle vittime contestano duramente la scelta di parlare prima in tv e non ai magistrati, temendo che la vetrina televisiva serva più a preparare il terreno per future richieste di benefici che a contribuire alla verità processuale.

La banda della Uno Bianca: numeri e anomalie

Tra il 1987 e il 1994 la cosiddetta banda della Uno Bianca – così battezzata dai media per l’uso ripetuto, ma neppure costante, di una Fiat Uno bianca – ha messo a segno 103 azioni criminali tra Emilia-Romagna e Marche: rapine a banche, uffici postali, caselli autostradali, armerie, con esiti spesso stragisti.

Il bilancio parla di 23–24 omicidi e oltre cento feriti, una scia di sangue sproporzionata rispetto ai bottini, spesso irrisori, e a volte in assenza di una vera finalità economica, come nel raid al campo nomadi di Bologna o nell’agguato contro due lavoratori senegalesi.

Al vertice della banda c’erano i fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, affiancati da altri tre complici – Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli – con una caratteristica che rende il caso unico in Europa: quasi tutti erano poliziotti in servizio, armati e addestrati dallo Stato che avrebbero dovuto servire.

Errori, depistaggi e la Falange Armata

Le indagini sulla Uno Bianca sono state segnate da ritardi, errori macroscopici e veri e propri depistaggi, al punto che circa 150 persone, a vario titolo, finirono sotto inchiesta per reati che in seguito verranno ricondotti al gruppo dei Savi.

Emblematico il caso dell’armeria Ansaloni di via Volturno a Bologna: una testimone fornisce un identikit perfetto di Roberto Savi, riconosciuto anche dal titolare dell’armeria che lo aveva come cliente abituale, ma l’informazione non viene adeguatamente valorizzata.

Alcuni delitti vengono rivendicati dalla misteriosa sigla “Falange Armata”, la stessa che appare a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta in connessione con stragi mafiose, attentati e episodi di violenza politica, suggerendo un possibile intreccio tra criminalità comune, apparati deviati e strategia della tensione.

L’ipotesi del “terzo livello” e il lavoro di Spinosa

Il magistrato Giovanni Spinosa, per anni in prima linea alla Procura di Bologna e titolare delle indagini sui crimini della Uno Bianca in Emilia-Romagna, è una delle voci più autorevoli nel contestare la versione “minimalista” che riduce tutto ai soli fratelli Savi e ai loro complici.

Nel saggio L’Italia della Uno Bianca, Spinosa documenta voragini investigative, bugie e depistaggi, sostenendo che l’azione dei Savi sia stata eterodiretta e inserita in un più ampio disegno di criminalità organizzata e stragismo, con legami con mafia catanese, camorra cutoliana e ambienti contigui alla trattativa Stato–mafia.

Lo stesso Spinosa collega la sequenza di delitti della Uno Bianca alla linea temporale delle bombe di Pippo Calò, delle stragi del 1993 e dei comunicati della Falange Armata, arrivando a ritenere l’arresto dei Savi come l’atto conclusivo di una strategia stragista di destabilizzazione, più che la chiusura di un semplice “romanzo criminale” di provincia.

Il Protocollo Farfalla: apparati, carceri e zone grigie

Il cosiddetto “Protocollo Farfalla”, siglato nel 2004 tra il Sisde e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, è uno dei tasselli più controversi nel rapporto tra servizi segreti e detenuti al 41-bis, e viene oggi riesaminato anche alla luce dei depistaggi e delle opacità della stagione delle stragi.

Quel protocollo prevedeva, in estrema sintesi, la possibilità per i servizi di contattare boss in regime di carcere duro, offrendo ricompense economiche (anche attraverso i familiari) in cambio di informazioni, senza un pieno controllo di legalità da parte della magistratura competente.

L’esistenza e l’uso del Protocollo Farfalla sono stati oggetto di indagini della Procura di Palermo e di attenzione da parte della Commissione Antimafia, proprio perché disegnano una zona grigia in cui il confine tra intelligence, gestione dei collaboratori di giustizia e trattativa con il potere mafioso diventa estremamente labile.

Savi, i “servizi” e il rischio di una narrazione tossica

Quando Savi, oggi, parla di “protezione dei servizi” e di omicidi eseguiti “per conto” di apparati che poi lo avrebbero abbandonato, si muove esattamente dentro questo territorio grigio in cui il racconto del singolo killer si sovrappone, in modo interessato, a decenni di omissioni e segreti di Stato.

Il timing è tutt’altro che neutro: l’intervista arriva dopo trentadue anni, in un momento in cui la Procura di Bologna ha riaperto il fascicolo Uno Bianca anche sulla base di un corposo esposto degli avvocati Luca Moser e Alessandro Gamberini, che ipotizzano un movente eversivo e chiedono di verificare mandanti e coperture.

Come criminologo, non posso non rilevare che dichiarazioni così esplosive, lanciate prima in televisione e solo dopo – forse – in sede giudiziaria, rischiano di spostare l’attenzione dall’accertamento tecnico dei fatti alla costruzione di una nuova immagine pubblica dell’ergastolano, più funzionale a un’eventuale richiesta di benefici che alla verità.

Familiari delle vittime, nuove indagini e podcast

La pressione delle famiglie delle vittime è stata determinante nel non lasciare sedimentare la verità giudiziaria, a partire dal lavoro dell’Associazione familiari delle vittime della Uno Bianca e di figure come i familiari di Pietro Capolungo e delle altre persone uccise.

L’esposto che ha portato alla nuova inchiesta bolognese sostiene che almeno una parte dei delitti avrebbe avuto una finalità eversiva: seminare terrore in una regione simbolo delle “giunte rosse”, l’Emilia-Romagna, utilizzando killer in divisa come braccio operativo.

Su questo sfondo si inserisce anche il podcast narrativo Uno Bianca – Il romanzo criminale dell’Emilia-Romagna, che ripercorre i ventitré omicidi e le oltre cento persone ferite, dando voce a sopravvissuti, familiari, inquirenti e giornalisti, e aggiornando il racconto alla luce delle nuove indagini.

Perché Spinosa oggi è un punto di riferimento

Le parole di Spinosa, a distanza di anni, appaiono oggi più che mai centrali per orientarsi tra le dichiarazioni di Savi e il rumore di fondo mediatico: è uno dei pochi che, con rigore da magistrato e profondità di analisi, ha tenuto insieme atti processuali, contesto politico e strategie criminali nazionali.

Quando Spinosa chiede di riaprire le indagini per riscrivere la storia vera della Uno Bianca, non lo fa per assecondare tesi complottiste, ma perché ha messo in fila comunicati della Falange Armata, movimenti mafiosi ed errori investigativi, mostrando come la versione che chiude tutto sui soli Savi non regga all’urto dei documenti.

In un panorama in cui lo stesso Savi ha, in passato, ritrattato in aula affermando di essere stato solo “fornitore di armi” per una presunta “vera banda della Uno Bianca”, per poi tornare oggi a parlare di coperture dei servizi, il lavoro di Spinosa resta uno degli antidoti più solidi contro l’ennesima riscrittura interessata della propria biografia criminale.

Tra verità giudiziaria e verità storica

La distanza tra verità giudiziaria e verità storica, di cui parlano da anni i familiari delle vittime, non può essere colmata da un’intervista televisiva, ma solo da un confronto serrato tra nuovi elementi di fatto, archivi declassificati e testimonianze riscontrate in sede processuale.

La stagione del Protocollo Farfalla, della trattativa Stato–mafia, dei comunicati della Falange Armata e dei depistaggi sulle stragi ci ha insegnato che i racconti dei killer possono essere briciole di verità mescolate a dosi massicce di autoassoluzione e calcolo.

Se le nuove dichiarazioni di Savi hanno un senso, è solo quello di riaprire lo spazio per un lavoro investigativo serio, che valorizzi l’intuizione di chi – come Giovanni Spinosa – ha avuto il coraggio di dire, quando non era di moda, che la Uno Bianca non era solo la storia di tre fratelli armati, ma un tassello di una strategia più ampia in cui lo Stato e le sue ombre sono ineludibilmente parte in causa.

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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1 commento

  1. Callimaco

    Ricordo che, nei primi anni 90, sarà stato il 1991, andai a Rimini per una comunione e la madre del comunicando (cognata di un poliziotto riminese), la sera prima, parlando di questi omicidi, ci disse in romagnolo: “Mo dai che lo san tutti che son polisiotti”. A distanza di anni ho avuto modo di ripensare a quella frase, apparentemente buttata lì…

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  1. Callimaco

    Ricordo che, nei primi anni 90, sarà stato il 1991, andai a Rimini per una comunione e la madre del comunicando (cognata di un poliziotto riminese), la sera prima, parlando di questi omicidi, ci disse in romagnolo: “Mo dai che lo san tutti che son polisiotti”. A distanza di anni ho avuto modo di ripensare a quella frase, apparentemente buttata lì…

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