Boris Giuliano: lo “Sceriffo” che ha sfidato la mafia

Scritto da: Florinda Ambrogio
21 Luglio 2025

Gioco di squadra, mappatura delle zone controllate dalla mafia, pedinamenti: una strategia chirurgica per debellare il cancro che divorava la Sicilia e dal quale, infine, è stato sopraffatto: Boris Giuliano è stato ucciso, ma il suo esempio continua ancora oggi ad essere fonte di ispirazione per chi non intende piegare la testa di fronte alla mafia.

Giorgio Boris Giuliano.

Palermo, anni ’70. Un soffocante manto di omertà avvolgeva la città celando segreti sussurrati e crimini impuniti. Tra i vicoli intrisi di storia e di sangue, “lo Sceriffo”, così lo avevano soprannominato i suoi collaboratori, si muoveva solitario: Giorgio Boris Giuliano, capo della squadra mobile di Palermo. Era un poliziotto con un’ossessione che gli bruciava dentro come un fuoco: la verità. Una fiamma pericolosa, in una città dove la mafia cancellava chiunque osasse sfidarla.

Giuliano, che andava avanti e indietro da New York e, a Palermo, aveva contatti telefonici d’oltreoceano con la Dea e la Fbi, era considerato all’estero uno dei poliziotti più bravi d’Italia. Non aveva paura Boris Giuliano, ma aveva la lucida consapevolezza di chi, ogni giorno, cammina sull’orlo di un precipizio. Il suo distintivo era come un faro nella notte più buia. Ma a Palermo, negli anni di piombo, anche la luce più intensa poteva essere brutalmente spenta. Un uomo con un intuito superiore alla norma, attratto dai segreti di quella città dove molti, troppi delitti rimanevano senza risposta. Un uomo che, per i suoi nemici, aveva superato il limite.

Non chiamateli eroi

Non esistono ‘modelli vincenti’ per sconfiggere la mafia, né strategie infallibili che garantiscano la vittoria contro il suo braccio armato. La lotta è complessa, sfaccettata, fatta di sacrifici e di scelte difficili. Non esiste chi non ha paura, perché la paura, per quanto opprimente, è una bussola che orienta, un termometro che spinge ad agire con prudenza, a misurare ogni passo e a trovare il coraggio nella consapevolezza del rischio.

Non esistono eroi. “Non chiamiamoli così. Sono servitori dello Stato, uomini e donne che ogni giorno compiono il loro dovere, spesso nel silenzio, spesso nell’ombra, con la sola certezza di dover andare avanti. “Non chiamateli eroi” dice Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Napoli, quando incontra i ragazzi nelle scuole, riprendendo il titolo del suo libro, scritto in collaborazione con Antonio Nicaso, e pubblicato da Mondadori nel 2021. “Non esaltare queste figure come eroi è il modo migliore per riconoscere la loro umanità, il peso delle loro scelte, il costo della loro dedizione. Sono grandi uomini e grandi donne che hanno vissuto in coerenza e noi dobbiamo ricordare la grandezza del loro insegnamento”

Il dato di fatto è che però esistono nomi che non possono essere dimenticati, vite che hanno lasciato un segno profondo, uomini e donne che hanno sacrificato la loro esistenza, la loro normalità, spesso la loro stessa famiglia, per qualcosa in cui credevano fermamente. Sapevano di essere destinati alla morte, sapevano di aver firmato la propria condanna nel momento in cui hanno scelto di opporsi a un sistema radicato, veloce, ibrido, violento, spietato. Eppure, nonostante spesso siano rimaste sole a combattere, non hanno mai ceduto, non hanno mai voltato le spalle a ciò che consideravano giusto.

Ricostruire le loro azioni, la loro dedizione, i loro ultimi giorni è un atto necessario. È un monito per il presente, un insegnamento per il futuro, una testimonianza di quello che significa non arrendersi. Non è solo memoria, è responsabilità. È il dovere di chi oggi continua quella stessa battaglia, con gli stessi timori, con la stessa determinazione. Perché la mafia esiste e si evolve, ma chi la combatte ha il compito di resistere e di continuare a tracciare la strada giusta da percorrere.

Una vita per la legge, un metodo rivoluzionario contro la mafia

Giorgio Boris Giuliano, l’antimafia nel sangue, nasce nel 1930 a Piazza Armerina, in provincia di Enna. Con una laurea in Giurisprudenza e un passato da cestista in Serie B, corona il suo sogno di entrare in Polizia vincendo, nel 1962, il concorso come commissario di Polizia e, nel 1963, terminato il corso di formazione, chiede di essere assegnato a Palermo dove entrò nella Squadra Mobile e vi rimane fino all’ultimo dei suoi giorni.  

In un’epoca in cui la mafia era ancora sottovalutata, la strage di Ciaculli gli aprì gli occhi, spingendolo alla Sezione Omicidi. Quando Giuliano irrompe nella Squadra Mobile, l’era dei pentiti è un futuro lontano. Intuitivo e preparato, sfrutta la sua profonda conoscenza del territorio e si circonda di uomini fidati. Giuliano, con piglio da leader, impone la forza del lavoro di squadra, un’eresia per l’epoca. Compiti definiti, responsabilità chiare: ogni poliziotto è un ingranaggio vitale.

Precursore della cooperazione internazionale, studia all’FBI e collabora con la DEA. “Droga, droga” ripeteva quando gli chiedevano conto di omicidi all’apparenza incomprensibili, e il suo metodo investigativo innovativo lo porta molto presto a comprendere il ruolo centrale della Sicilia nel narcotraffico.

Nel 1965, il suo primo maxi-blitz porta all’arresto di 17 boss italo-americani. Indaga sulla scomparsa del giornalista Mauro De Mauro, diventato suo amico e che per molto tempo si impegna a trovare, intuendo la pista dell’attentato a Mattei. Nel 1971, orchestra un altro maxi-arresto di oltre 100 mafiosi. Nel 1979, con la DEA, smaschera la celeberrima “Pizza Connection“.

Mappa Palermo palmo a palmo, ne svela i meandri oscuri, traccia l’albero genealogico delle cosche, costruisce un archivio di segreti, connette nomi, eventi, frammenti di verità. Instancabile pedinatore nelle strade di Palermo e d’Italia, fa spola tra gli States e il Canada, tesse una tela invisibile tra Cosa Nostra e la Mafia Americana. La collaborazione con i colleghi d’oltreoceano è un’arma inedita. In diciassette anni di indagini meticolose, Giuliano si ritrova al centro di un vortice pericoloso: pregiudicati e colletti bianchi, mafia e alta finanza, banche e droga, politica corrotta e potere silente. Un punto di non ritorno. Lo sa. Cerca di muoversi con cautela, ha moglie e tre figli. 

Le sue indagini però inevitabilmente lo espongono sempre a minacce, fino al tragico 21 luglio 1979, quando fu assassinato al Bar Lux di Palermo. Solo il maxiprocesso rivelò i mandanti: Totò Riina, Bernardo Provenzano e altri capi storici. L’esecutore fu Leoluca Bagarella. Boris Giuliano, un pioniere nella lotta alla mafia, pagò con la vita la sua sete di giustizia.

Una battaglia per la verità contro il silenzio della mafia

Giorgio Boris Giuliano aveva capito che la stampa poteva essere un’arma potentissima nella lotta contro la mafia. Per lui, l’informazione non era soltanto un mezzo per comunicare le operazioni di polizia, ma anche uno strumento fondamentale per sensibilizzare l’opinione pubblica e per mettere in difficoltà i poteri criminali che preferivano agire nell’ombra.

Convinto che i giornalisti potessero diventare degli alleati nella ricerca della verità, Giuliano instaurò rapporti di fiducia con diversi cronisti, tra cui Mauro De Mauro, giornalista de L’Ora, noto per le sue indagini scomode e per la sua ostinazione nel portare alla luce fatti spesso taciuti. Grazie a questo legame, Giuliano riuscì a far emergere particolari cruciali su vicende controverse, contribuendo alla diffusione di informazioni che altrimenti sarebbero rimaste sepolte sotto il silenzio imposto dalla mafia.

La collaborazione con la stampa non era priva di rischi: rendere pubbliche certe inchieste significava mettere in pericolo la propria vita, e questo Giuliano lo sapeva bene. Tuttavia, era convinto che il giornalismo fosse un pilastro della democrazia e che, senza un’informazione libera e coraggiosa, la lotta alla criminalità organizzata sarebbe stata ancora più difficile. Il suo impegno in questo senso contribuì a creare una rete di supporto tra forze dell’ordine e reporter, dimostrando che solo unendo competenze e risorse si poteva davvero contrastare il potere mafioso.

Questo approccio, però, gli attirò l’odio dei boss mafiosi, che lo vedevano come un pericoloso nemico, capace non solo di investigare, ma anche di dare voce ai fatti, rendendo pubblici gli intrecci tra mafia, politica ed economia. 

“Giuliano morirai”, il conto alla rovescia era cominciato

La più grande intuizione di Giorgio Boris Giuliano fu comprendere che la Sicilia, negli anni Settanta, stava assumendo un ruolo chiave nel traffico internazionale di stupefacenti. Giuliano sospettava che le raffinerie d’eroina, fino a quel momento radicate tra Marsiglia e la Costa Azzurra, fossero sul punto di essere trasferite a Palermo, trasformando l’isola in un nuovo centro nevralgico della produzione e distribuzione della droga.

Il suo sospetto trovò una conferma inquietante un mese prima della sua morte. Sul nastro trasportatore dell’aeroporto di Punta Raisi, a Palermo, gli agenti scoprirono due valigie contenenti 500 mila dollari, denaro inviato dalle famiglie mafiose americane come pagamento per una partita di eroina purissima destinata a invadere il mercato degli Stati Uniti. Pochi giorni dopo, la prova definitiva arrivò dall’altro lato dell’Atlantico: all’aeroporto Kennedy di New York, le autorità sequestrarono un ingente quantitativo di eroina per un valore di dieci miliardi di lire, spedita proprio da Palermo. Il classico contrabbando di sigarette era ormai stato riconvertito in un sistema sofisticato per il traffico di droga, consolidando il legame tra mafia siciliana e Cosa Nostra americana.

Giuliano era determinato a fermare questa rete criminale e, all’alba dell’8 luglio 1979, guidò un’operazione cruciale. Con i suoi uomini, raggiunse il lungomare di Romagnolo e, grazie a un mandato di perquisizione, sfondò la porta di un appartamento nascosto in un edificio fatiscente in via Pecori Giraldi, accessibile solo da una scala rotta. Il colpo fu sensazionale: nel covo furono trovati chili di munizioni e numerosi sacchetti di eroina purissima, per un valore di tre miliardi di lire. Tuttavia, il ritrovamento più significativo non fu solo la droga: tra documenti falsi e materiali compromettenti, gli investigatori scoprirono effetti personali di Leoluca Bagarella, il braccio destro di Luciano Liggio, il superlatitante leader del clan dei Corleonesi. Questo collegamento dimostrava senza dubbi il ruolo centrale del clan nella grande produzione e distribuzione di eroina.

Per Giuliano, questa operazione rappresentava solo l’inizio di una battaglia ancora più grande. Ma per la mafia, lui aveva già superato ogni limite. Pochi giorni dopo il blitz di Romagnolo, un messaggio minaccioso arrivò al centralino del 113: “Giuliano, morirai.” Lo “Sceriffo” sapeva che il conto alla rovescia era cominciato e così, mise in salvo la sua famiglia in un paesino vicino all’Etna dove, li aveva rassicurati, li avrebbe raggiunti per le vacanze. Boris Giuliano, sappiamo, non raggiungerà mai la sua famiglia. Il 21 luglio 1979, alle ore 8:30, mentre si trovava in un bar nei pressi della sua abitazione, viene brutalmente assassinato. Colto di sorpresa, disarmato e senza scorta, cade sotto i colpi della mafia, proprio lui che aveva sempre fatto della prudenza la sua forza e della lungimiranza la sua guida.

Giuliano non sapeva quando, ma sapeva che sarebbe successo. Per i boss di Cosa Nostra, Giuliano era diventato un nemico troppo pericoloso. Non potevano tollerare che qualcuno mettesse in discussione il loro dominio, che smascherasse gli ingranaggi di un sistema criminale che si considerava superiore a tutto e a tutti. E così, con un’esecuzione fredda e spietata, posero fine alla vita di un uomo che aveva osato sfidarli.

Un’intuizione investigativa che sfida il tempo

A distanza di decenni dal suo brutale assassinio, il nome di Boris Giuliano non è solo un doloroso monito contro la ferocia mafiosa, ma risuona ancora con una sorprendente attualità nel mondo delle investigazioni. Le intuizioni di quel commissario palermitano, pioniere di metodi moderni in un’epoca di oscurantismo criminale, continuano a illuminare le strategie di contrasto alla criminalità organizzata, rivelando una lungimiranza che travalica le epoche.

Comprese prima di molti l’importanza del lavoro di squadra, della mappatura capillare del territorio e della creazione di un archivio di informazioni interconnesse. Un approccio quasi scientifico al crimine, che superava la logica dei compartimenti stagni e puntava a svelare la trama complessa che legava persone, eventi e indizi.

L’eredità di Boris Giuliano ci ricorda che la lotta alla criminalità organizzata richiede non solo coraggio e abnegazione, ma anche metodo, visione strategica e la capacità di anticipare le evoluzioni del nemico. La sua tragica fine non ha spento la fiaccola della sua intuizione investigativa, che continua a illuminare la strada per chi, ancora oggi, si batte per svelare i labirinti oscuri del potere criminale.

©Riproduzione riservata

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  • Classe '74, laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche, ho sempre nutrito un profondo interesse per le dinamiche oscure della mente umana. Mi occupo principalmente di cronaca nera, analizzando casi complessi con un approccio attento e approfondito. Appassionata di interviste immersive, collaboro con diverse testate online, dando voce alle storie che meritano di essere raccontate. Collaboro con organi di stampa, radio e tv per servizi e articoli di cronaca, inchieste, reportage e approfondimenti con uno stile narrativo in grado di coinvolgere.

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2 Commenti

  1. Lino

    Articolo di basso profilo, sembra il classico discorso commemorativo del politico di turno; toni altisonanti e populisti ma ben poca sostanza. Alla fine ne viene fuori una tacita accettazione dell’invincibile potere mafioso. Un personaggio del calibro di Boris Giuliano avrebbe meritato un articolo inchiesta con approfondimenti sui singoli avvenimenti e sul perchè si siano verificati……….

    Rispondi
    • Kleo

      Gentilissimo Luigi buonasera.

      Grazie, intanto, per aver dedicato il suo prezioso tempo alla lettura di questo articolo.

      È vero, il pezzo ha un tono spiccatamente commemorativo, ed è esattamente questo l’intento. L’obiettivo era, e resta, onorare la memoria delle vittime della Strage di Ciaculli, tra cui l’indimenticabile Boris Giuliano. Il nostro obiettivo non è mai stato quello di veicolare una “tacita accettazione del potere mafioso”; al contrario, il testo sottolinea come quell’evento abbia squarciato il velo di omertà, spingendo lo Stato a una reazione più decisa. La commemorazione è un atto dovuto, essenziale per mantenere viva la memoria e stimolare la riflessione.

      Sono certa che lei, conoscendo bene la storia di Giorgio Boris Giuliano, converrà che un personaggio del suo calibro – un uomo che ha incarnato la lotta senza quartiere alla mafia e la cui vita meriterebbe un approfondimento enciclopedico – non potrebbe mai essere racchiuso nella profondità che meriterebbe in un articolo. Sarebbe come tentare di contenere un fiume in un bicchiere: per rendergli giustizia, bisognerebbe scrivere un libro, o forse una serie di libri.

      Sono contenta che la narrazione che è stata fatta, seppur sintetica per la piattaforma, sia stata apprezzata da molti, proprio per l’obbligo morale di onorare la sua memoria e far conoscere un personaggio di tale statura alle generazioni che non hanno avuto la fortuna di viverlo direttamente. Il nostro spazio è limitato, ma l’impegno a non dimenticare è immenso.

      La ringrazio comunque per il suo feedback e spero di incontrarla nuovamente su Darkside – Storia segreta d’Italia

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  1. Lino

    Articolo di basso profilo, sembra il classico discorso commemorativo del politico di turno; toni altisonanti e populisti ma ben poca sostanza. Alla fine ne viene fuori una tacita accettazione dell’invincibile potere mafioso. Un personaggio del calibro di Boris Giuliano avrebbe meritato un articolo inchiesta con approfondimenti sui singoli avvenimenti e sul perchè si siano verificati……….

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    • Kleo

      Gentilissimo Luigi buonasera.

      Grazie, intanto, per aver dedicato il suo prezioso tempo alla lettura di questo articolo.

      È vero, il pezzo ha un tono spiccatamente commemorativo, ed è esattamente questo l’intento. L’obiettivo era, e resta, onorare la memoria delle vittime della Strage di Ciaculli, tra cui l’indimenticabile Boris Giuliano. Il nostro obiettivo non è mai stato quello di veicolare una “tacita accettazione del potere mafioso”; al contrario, il testo sottolinea come quell’evento abbia squarciato il velo di omertà, spingendo lo Stato a una reazione più decisa. La commemorazione è un atto dovuto, essenziale per mantenere viva la memoria e stimolare la riflessione.

      Sono certa che lei, conoscendo bene la storia di Giorgio Boris Giuliano, converrà che un personaggio del suo calibro – un uomo che ha incarnato la lotta senza quartiere alla mafia e la cui vita meriterebbe un approfondimento enciclopedico – non potrebbe mai essere racchiuso nella profondità che meriterebbe in un articolo. Sarebbe come tentare di contenere un fiume in un bicchiere: per rendergli giustizia, bisognerebbe scrivere un libro, o forse una serie di libri.

      Sono contenta che la narrazione che è stata fatta, seppur sintetica per la piattaforma, sia stata apprezzata da molti, proprio per l’obbligo morale di onorare la sua memoria e far conoscere un personaggio di tale statura alle generazioni che non hanno avuto la fortuna di viverlo direttamente. Il nostro spazio è limitato, ma l’impegno a non dimenticare è immenso.

      La ringrazio comunque per il suo feedback e spero di incontrarla nuovamente su Darkside – Storia segreta d’Italia

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