Il ragazzo di Napoli che chiese Palermo
Contrada entra in polizia nel 1962. Frequenta il corso di istruzione all’Istituto Superiore di Polizia a Roma. Potrebbe restare nel Lazio, fare carriera in una città tranquilla, in un commissariato senza troppe sorprese. Invece chiede di essere mandato a Palermo. Lo accontentano. E lo spediscono nella città più calda d’Italia.
Palermo, 1963. Contrada arriva alla Squadra Mobile e comincia a scalare tutti i gradini. Prima la sezione Volanti, poi l’Antimafia, poi la sezione Investigativa. Nel 1973 diventa capo della Squadra Mobile. In quella veste raccoglie la testimonianza di Leonardo Vitale: il primo pentito di Cosa Nostra, dieci anni prima di Tommaso Buscetta, che consegna agli inquirenti una mappa precisa delle famiglie palermitane e della struttura interna dell’organizzazione.
Un colpo investigativo notevole. Uno di quei momenti in cui un funzionario di polizia si costruisce una reputazione solida, quella del duro che non si fa comprare. Nel 1976 lascia la Mobile e passa alla Criminalpol, dove dirige il Centro interprovinciale per la Sicilia Occidentale. Nel 1982 approda al Sisde: prima coordinatore dei centri siciliano e sardo, poi capo di gabinetto. Negli anni più duri, quelli in cui Falcone e Borsellino stanno portando il maxiprocesso al cuore di Cosa Nostra, Bruno Contrada è il numero tre del servizio segreto civile italiano. Un uomo nei gangli dello Stato. Di tutto lo Stato.
La Palermo che brucia
Bisogna capire cosa significa, in quegli anni, fare il poliziotto a Palermo. Non è come farlo altrove. Non ci sono confini netti tra chi sta da una parte e chi dall’altra. I boss di Cosa Nostra frequentano i salotti bene della borghesia palermitana, siedono a cena con professionisti, imprenditori, politici. La mafia non è solo una questione di vicoli e omicidi. È un sistema di relazioni che permea tutto.
Contrada si muove in questo mondo per vent’anni. Raccoglie informatori. Coltiva contatti. Fa il suo lavoro, dice lui. Oppure, dicono altri, a un certo punto smette di lavorare per lo Stato e comincia a lavorare per qualcun altro. O, peggio, per entrambi contemporaneamente.
Nel 1981 Palermo esplode. I Corleonesi ammazzano Stefano Bontade, u Principe di Villagrazia, il boss dei party con champagne e conoscenze altolocate, quello che teneva i fili tra mafia, politica e alta borghesia. Poi eliminano Salvatore Inzerillo. Poi sterminano le famiglie avversarie una per una. Cosa Nostra smette di essere un sistema di equilibri e diventa una dittatura corleonese. In queste stesse ore Contrada è al Sisde. Sa tutto quello che c’è da sapere su Cosa Nostra. O almeno così si dice.
Nel 1988 Palermo torna a essere un mattatoio. I cadaveri si moltiplicano di nuovo: omicidi eccellenti, boss eliminati, feroci regolamenti di conti. Il clima è quello descritto nel “Corvo”, la serie di lettere anonime che arriva in redazioni e uffici giudiziari e che accusa Falcone di insabbiare le indagini sui mandanti dei delitti eccellenti. Lettere che semineranno il veleno. Che contribuiranno a isolare il giudice nel momento più delicato. E il cui autore non sarà mai definitivamente identificato. Contrada è nel pieno della sua attività istituzionale. Osserva. Gestisce informatori. Tiene i contatti con la magistratura e con i vertici della polizia. Una posizione di privilegio assoluto. E di assoluta esposizione.
I pentiti e le accuse
Quando arrivano le dichiarazioni, sono devastanti. Quattro collaboratori di giustizia, nel 1992, lo inchiodano. I nomi sono quelli che contano: Gaspare Mutolo, Tommaso Buscetta, Giuseppe Marchese, Rosario Spatola. Poi seguiranno altri: Salvatore Cancemi, Antonino Galliano, Giovanni Brusca, Baldassare Di Maggio.
Buscetta riferisce le confidenze del defunto Rosario Riccobono: Contrada avrebbe garantito protezione a esponenti mafiosi in cambio di informazioni utili alle indagini. Marchese parla di incontri con “protettori” dentro le istituzioni. Spatola evoca contatti per il rilascio di documenti falsi a beneficio di famiglie palermitane.
Mutolo è il più preciso e il più dirompente. Racconta del rapporto tra Contrada e Stefano Bontade, il boss elegante dei party con champagne, quello delle conoscenze altolocate, quello che i Corleonesi ammazzarono il giorno del suo compleanno nel 1981. Secondo Mutolo, Contrada lo frequentava. Lo proteggeva. Aveva con lui un rapporto che andava ben oltre qualsiasi logica d’infiltrazione investigativa.
Contrada nega tutto. Riconduce i presunti contatti ad attività sotto copertura. Sostiene che un funzionario dei servizi segreti, per fare il suo mestiere, deve parlare con i mafiosi. Aggiunge, di Mutolo: «Mi accusa perché quando ero capo della Squadra Mobile di Palermo l’ho perseguitato e l’ho fatto condannare a 9 anni per estorsione». Ma bisogna sapere chi è Gaspare Mutolo per capire quanto pesa la sua parola. Ha tredici anni e dieci mesi di condanna. È affiliato a Cosa Nostra dal 1973. Ha sulla coscienza trenta omicidi. Condanne per estorsioni, rapine, sequestri, attentati dinamitardi. Questo è il testimone principale. Un assassino che accusa un funzionario dello Stato.
Il sistema della giustizia italiana, dalla metà degli anni Ottanta, si regge in larga parte su questo meccanismo: i pentiti parlano, i giudici valutano. A volte il quadro regge. A volte no. Nel caso Contrada, l’accusa chiama diciassette ex mafiosi. La difesa oppone centoventotto tra uomini delle istituzioni, magistrati e funzionari di polizia. I giudici, alla fine, danno più peso ai diciassette.
Natale 1992: l’arresto
24 dicembre 1992 – Pochi mesi dopo Capaci. Pochi mesi dopo via D’Amelio. Contrada viene arrestato. È il Natale dello Stato che volta le spalle a se stesso, o dello Stato che finalmente smette di coprire i propri traditori. Dipende da chi racconta la storia. L’Italia è in quel momento in preda a una crisi senza precedenti. Falcone e Borsellino sono morti. Mani Pulite sta travolgendo la Prima Repubblica. Le stragi del 1992 e poi quelle del 1993 – Firenze, Milano, Roma – sembrano un attacco sistematico alle istituzioni. In questo scenario, la caccia ai traditori interni diventa quasi un riflesso: qualcuno ha venduto Falcone. Qualcuno ha venduto Borsellino. Bisogna trovarlo.
Contrada è il candidato perfetto. Troppo in mezzo a tutto per essere innocente. Almeno così la vedono i pm di Palermo. Lui dice il contrario: è troppo in mezzo a tutto per poter essere colpevole senza che nessuno se ne sia mai accorto prima. Vent’anni di carriera. Tre presidenti della Repubblica. Quattro capi della polizia. E nessuno ha mai mosso un dito. Entrambe le letture sono logicamente coerenti. Entrambe sono usate in aula. Solo una vince.
L’ombra su via D’Amelio
C’è un elemento che ha nutrito per anni il sospetto più profondo su di lui. Non è mai diventato un capo di imputazione. Non è mai stato provato in giudizio. Ma non è mai sparito del tutto. Il 19 luglio 1992, pochi minuti dopo l’esplosione in via D’Amelio in cui muoiono Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, una telefonata arriva al centralino del Sisde di Palermo. Gli investigatori la attribuiscono a Contrada. Ore 17:00. La strage è avvenuta poco prima.
Lui spiega che il giorno successivo riceve una telefonata da Sergio Costa, genero del capo della polizia Vincenzo Parisi, e che il suo ruolo nelle indagini su via D’Amelio era stato quello di fornire un «contributo informativo». Racconta di aver invitato Arnaldo La Barbera, allora capo della Mobile di Palermo, negli uffici del Sisde. Un incontro istituzionale dice. Una normale collaborazione tra apparati.
Ma nelle carte processuali del procedimento sul depistaggio di via D’Amelio emerge qualcosa di più: nell’agenda sequestrata a Contrada c’è traccia di un incontro avvenuto il 20 luglio 1992 — il giorno dopo la strage — con Lorenzo Narracci del Sisde e il procuratore Giovanni Tinebra. Un incontro che i pm, molti anni dopo, definiranno problematico. Un rapporto di cui Contrada avrebbe cercato coperture istituzionali per giustificare.
Vale qui la pena di aggiungere qualcosa di decisivo, che i giudici del processo sul depistaggio di via D’Amelio hanno scritto nero su bianco nelle motivazioni della sentenza del 2022: la sua asserita presenza sulla scena della strage è stata, secondo il tribunale, «il diversivo giusto». Un soggetto già in disgrazia, già segnalato da Mutolo come colluso, da mettere immediatamente sulla scena del crimine per spostare l’attenzione. Una mossa di depistaggio, insomma. Non necessariamente una prova. Cosa si dissero in quell’incontro del 20 luglio, non si sa. Come non si sa quasi nulla di quegli anni. Come non si è mai saputo abbastanza.
Il nodo Falcone: la talpa nell’Addaura
C’è un altro episodio che torna, negli anni, nei dossier che riguardano Contrada. Un episodio che non è mai diventato una condanna ma che ha pesato nella costruzione dell’immagine pubblica dell’uomo.
Il 21 giugno 1989, nella villa al mare di Giovanni Falcone all’Addaura, viene trovato un borsone con 58 candelotti di esplosivo. Qualcuno aveva tentato di ammazzarlo, con un piano che richiedeva di conoscere i suoi spostamenti, le sue abitudini, il fatto che quel pomeriggio avrebbe ospitato due magistrati svizzeri con cui stava lavorando sul riciclaggio del denaro di Cosa Nostra. Qualcuno sapeva. Qualcuno aveva parlato.
Falcone stesso, nei mesi successivi, non nasconde i propri sospetti. C’è un episodio che il PM Luca Tescaroli ha raccontato nel suo libro: Falcone stringe la mano a Contrada dopo un incontro istituzionale e, non appena gira la schiena, si passa la stessa mano sui pantaloni. Come a pulirsi. Un gesto. Non una prova. Ma un gesto che in quel mondo, tra poliziotti e magistrati che si guardano negli occhi da vent’anni, vale come una sentenza.
Quello che emerse dalle indagini fu che un imprenditore svizzero, Oliviero Tognoli, il cui ordine di cattura era stato eseguito in ritardo in circostanze mai chiarite, aveva in un primo momento lasciato intendere a Falcone che la talpa fosse Contrada. Poi si era ritrattato. Poi aveva indicato un altro nome. Una storia che non ha mai trovato un punto fermo. Anche qui: non una prova. Ma un filo che si tira e si spezza, si tira e si spezza, come tutti i fili dell’Italia di quegli anni.
Un processo che cambia forma tre volte
1996: prima condanna. Dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Reato contestato per fatti avvenuti tra il 1979 e il 1988. 2001: appello. I giudici rivalutano l’attendibilità dei pentiti, prendono atto di alcune incongruenze nelle dichiarazioni di Mutolo — che in aula nega un incontro a Roma il 17 luglio 1992 che Contrada dimostra di non aver potuto fare perché era in Sicilia in ferie dal 12 luglio. Contrada viene assolto.
Cassazione: l’assoluzione viene annullata. Processo da rifare davanti a un’altra sezione della Corte d’appello. 2006: nuova condanna. Dieci anni, confermati. 2007: sentenza definitiva. Rientra in carcere. Poi, per motivi di salute, passa ai domiciliari. Sconta la pena fino al 2012.
È un percorso processuale che ha pochi equivalenti nella storia giudiziaria italiana: condannato, assolto, annullato, ricondannato. Vent’anni di udienze, testimonianze, colpi di scena. Un uomo che nel frattempo invecchia, si ammala, perde pezzi di vita.
La trattativa Stato-mafia: Contrada tra i protagonisti di una stagione oscura
Qui bisogna aprire una parentesi. Ampia. Necessaria. Perché Bruno Contrada non è solo il protagonista di un caso giudiziario individuale. È uno dei personaggi che attraversano — o che si suppone abbiano attraversato — la stagione più oscura della storia repubblicana: quella in cui, mentre lo Stato combatteva Cosa Nostra con i maxiprocessi, una parte di quello stesso Stato cercava un accordo segreto con i boss mafiosi per fermare le stragi. La cosiddetta trattativa Stato-mafia.
L’esistenza di questa trattativa è stata accertata, almeno in parte, dalla sentenza del Tribunale di Firenze nel processo contro Francesco Tagliavia per le stragi del 1993: «Una trattativa indubbiamente ci fu e venne, quantomeno inizialmente, impostata su un do ut des. L’iniziativa fu assunta da rappresentanti delle istituzioni e non dagli uomini di mafia».
La struttura di quella trattativa, così come emerge dagli atti processuali, è questa: nell’estate del 1992, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, un gruppo di ufficiali dei Carabinieri del ROS — il generale Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno — avvicina Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e uomo di collegamento con Cosa Nostra, con l’obiettivo dichiarato di fermare le stragi. Ciancimino trasmette alla mafia una richiesta. La mafia risponde con un documento, il cosiddetto «papello» di Riina: una lista di richieste in cambio della fine degli attentati. Tra cui la revisione delle condanne del maxiprocesso, l’abolizione del regime carcerario del 41-bis e la fine della legislazione sui pentiti.
Cosa accadde dopo, e chi sapeva cosa, è ancora oggetto di dibattito. I carabinieri del ROS sostengono di aver agito di propria iniziativa, a fini investigativi, e di non aver mai accettato le richieste della mafia. I pm sostengono che la trattativa fu reale, che ebbe effetti sulle decisioni politiche dell’epoca, e che la morte di Borsellino fu in parte accelerata proprio perché il giudice stava per scoprire quello che stava accadendo.
Il processo sulla trattativa Stato-mafia si conclude in appello nel 2022 con l’assoluzione di tutti gli imputati istituzionali, tra cui Mori e De Donno: la Corte d’appello di Palermo stabilisce che i fatti non costituiscono il reato di violenza o minaccia a corpo politico dello Stato. Non dice che la trattativa non ci fu. Dice che non era reato condurla in quel modo. Una distinzione sottile. Ma cruciale.
Dove si inserisce Contrada in questo quadro? Il numero tre del Sisde non è mai stato imputato nel processo sulla trattativa. Non risulta formalmente tra i protagonisti di quelle trattative con Ciancimino. Ma la sua posizione istituzionale lo metteva al centro esatto di quella rete di rapporti tra servizi segreti, mafia e politica che costituisce il substrato su cui la trattativa ha potuto nascere.
C’è di più. In una delle sue testimonianze processuali, Contrada afferma di non aver mai saputo nulla della trattativa Stato-mafia: «Mai saputo nulla», dice. Una dichiarazione che per i suoi sostenitori conferma la sua estraneità alle dinamiche più oscure di quegli anni. E che per i suoi avversari è semplicemente inverosimile: come poteva il numero tre del Sisde, il servizio segreto civile attivo in Sicilia da decenni, non sapere che i Carabinieri del ROS stavano conducendo trattative con Cosa Nostra attraverso Ciancimino?
O non sapeva. O sapeva e non dice. Entrambe le ipotesi sono, a modo loro, inquietanti. Poi c’è il capitolo Borsellino. Gaspare Mutolo, uno dei pentiti che più pesantemente ha accusato Contrada, viene ascoltato dal giudice Paolo Borsellino nelle settimane precedenti alla strage di via D’Amelio. È in quelle settimane che Borsellino apprende da Mutolo, per la prima volta, le accuse contro Contrada. È in quelle settimane, secondo diverse ricostruzioni, che il giudice comincia a capire che qualcosa di molto più grande stava accadendo dentro le istituzioni.
Borsellino viene ucciso il 19 luglio 1992. Prima di poter agire su quelle informazioni. Questa sequenza temporale — le dichiarazioni di Mutolo su Contrada, la comprensione da parte di Borsellino di un quadro istituzionale corrotto, la strage — non è mai diventata un nesso causale provato in giudizio. Ma è rimasta come un’ombra che nessun processo ha mai completamente dissipato.
Il Sisde, i servizi e il buco nero del 1992
Vale la pena fermarsi un momento sul ruolo dei servizi segreti in quella stagione. Perché è lì che si concentra buona parte dell’oscurità. Nel 1992, mentre le bombe di Cosa Nostra scardinano l’Italia, il Sisde è diretto da Riccardo Malpica. Prima di lui c’era stato Alessandro Voci, che Borsellino incontra nel maggio del 1992, pochi mesi prima di morire, nella sede romana del servizio. Un incontro in cui il giudice, secondo la testimonianza di Contrada stesso, «raccomandò il trasferimento del dottor Sinesio al Sisde».
Un dettaglio apparentemente banale. Ma che descrive un mondo in cui i confini tra magistratura e servizi segreti sono porosi, in cui un giudice che combatte la mafia di giorno entra nella sede di un servizio segreto per fare raccomandazioni. Un mondo in cui tutto è connesso, e in cui è molto difficile stabilire dove finisce la collaborazione istituzionale e dove comincia la zona grigia.
Contrada era il numero tre di quel mondo. Ne conosceva i meccanismi, i codici, i silenzi. Nelle indagini sul depistaggio di via D’Amelio — che ha prodotto condanne definitive per la costruzione di false prove contro Vincenzo Scarantino — emerge un quadro in cui il Sisde ha avuto un ruolo nell’orientamento delle prime indagini sulla strage. I pm della DDA di Caltanissetta, in una udienza del 2024, parlano di una «inquietante collaborazione tra Procura e Sisde» nei mesi immediatamente successivi alla morte di Borsellino.
Inquietante. Non provata come reato, ma documentata come fatto. In questo quadro la figura di Contrada — numero tre del Sisde, presente nella rete di contatti dei giorni immediatamente successivi alla strage — acquista una rilevanza che va ben oltre il suo processo personale. È un pezzo di un mosaico molto più grande, di cui non si è ancora riusciti a vedere il disegno completo.
Strasburgo, 2015: quando il diritto piega la storia
Nel 2008, esaurite le vie interne, Contrada porta il suo caso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Invoca l’articolo 7 della Convenzione: nessuno può essere condannato per qualcosa che non era reato al momento del fatto.
L’argomento tecnico è questo: il concorso esterno in associazione mafiosa non è un reato scritto nel codice penale. È una costruzione giurisprudenziale. I magistrati italiani lo hanno ricavato combinando l’articolo 416-bis, che punisce l’associazione mafiosa, con l’articolo 110, che disciplina il concorso di persone nel reato. Una fattispecie nata dai tribunali, non dal parlamento. E questa costruzione si è consolidata solo a partire dalla sentenza Demitry delle Sezioni Unite, nel 1994. I fatti contestati a Contrada risalgono al periodo 1979-1988. Come poteva sapere, all’epoca, che quei comportamenti sarebbero stati considerati reato?
Nel 2015 Strasburgo gli dà ragione. Per i giudici europei, l’Italia ha violato il principio di legalità penale. Ha applicato retroattivamente una figura di reato che, negli anni in cui Contrada avrebbe agito, non era ancora sufficientemente prevedibile e accessibile.
La sentenza apre un fronte enorme. Non riguarda solo Contrada. Riguarda tutti i processi in cui il concorso esterno è stato usato come strumento. La difesa di Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva per concorso esterno per fatti analoghi, prova immediatamente a usare la sentenza di Strasburgo come leva. La Cassazione respinge il tentativo distinguendo i casi. Ma il dibattito dottrinale rimane aperto.
Una precisazione obbligatoria: Strasburgo non dice che Contrada è innocente. Non entra nel merito dei fatti. Dice soltanto che lo strumento giuridico usato per condannarlo non era abbastanza chiaro al momento dei fatti contestati. La differenza, sul piano tecnico, è tutto. Sul piano umano, per le vittime di mafia e i loro familiari, non cambia niente.
2017: la condanna revocata
Nel luglio 2017 la Cassazione recepisce la sentenza europea. La condanna a dieci anni viene dichiarata «ineseguibile e improduttiva di effetti penali». Contrada commenta con la voce di chi ha aspettato vent’anni: «Ho subito venticinque anni di sofferenze. Volevo passare all’altro mondo da incensurato». Ha ottantasei anni. È anziano, malato, stanco. Ma quella frase la pronuncia con la lucidità di chi non ha mai smesso di combattere. Comincia allora la battaglia per i risarcimenti. La Corte d’appello di Palermo gli riconosce circa 667 mila euro: calcolati sugli anni scontati tra carcere e domiciliari, più i danni morali.
La Procura impugna. Nel 2021 la Cassazione annulla con rinvio: la cifra va ricalcolata. Un altro processo. Un altro giro di udienze. Uno di quelli che in Italia durano per sempre. Contrada muore senza aver visto la fine di quella partita.
Il reato che divide i giuristi
Il «caso Contrada» è diventato il caso-simbolo di un dibattito giuridico che in Italia dura da quarant’anni senza essere risolto. Il concorso esterno in associazione mafiosa è legittimo? O è una figura elastica, pericolosamente vaga, usata talvolta per supplire all’incapacità del legislatore di tipizzare con chiarezza le forme di contiguità con la mafia?
Una parte della giurisprudenza difende la figura a spada tratta: funziona, ha prodotto condanne importanti, non è retroattiva perché l’articolo 110 e il 416-bis esistevano già. L’altra parte risponde che costruire un reato combinando due norme preesistenti, senza che il parlamento abbia mai scritto la fattispecie, è un’operazione che fa tremare il principio di tassatività. Strasburgo ha scelto la seconda posizione. La Cassazione italiana difende la prima. Il conflitto non è risolto.
Nel mezzo ci sono decine di condannati per concorso esterno. Politici, imprenditori, funzionari, professionisti. Persone che hanno avuto rapporti con la mafia in modi che non rientravano nella partecipazione diretta all’associazione, ma che hanno comunque rafforzato o agevolato Cosa Nostra. Alcune di quelle condanne sono giuste. Alcune forse no. Distinguerle, senza un reato scritto con chiarezza, è un’operazione che lascia sempre margini di incertezza. È questo il lascito giuridico del caso Contrada. Più duraturo, probabilmente, di qualsiasi giudizio morale sulla sua persona.
Due Italie davanti a una bara
Alla notizia della morte, come da copione, il paese si divide. Da una parte i titoli che lo definiscono «un servitore dello Stato che lo Stato non seppe difendere». Una lettura che sottolinea il calvario giudiziario, la sentenza di Strasburgo, la revoca della condanna, i vent’anni di processi.
Dall’altra parte Salvatore Borsellino. Che dice: era un traditore. Che dice: si è portato nella tomba segreti terribili. Che dice: dispiace che sia stato anche risarcito.
Due letture inconciliabili. Non perché uno dei due abbia torto su tutto. Ma perché il caso Contrada, come quasi tutti i casi italiani che toccano il confine tra Stato e mafia, non permette una risposta pulita.
La sentenza europea non assolve nel merito. La revoca della Cassazione non cancella le dichiarazioni dei pentiti. L’assoluzione tecnica non risponde alla domanda sostanziale: cosa sapeva davvero Bruno Contrada? Cosa faceva davvero, negli anni in cui la mafia uccideva i migliori uomini dello Stato? Non si sa. Non si saprà mai, probabilmente.
La morte che non archivia niente
Bruno Contrada muore a 94 anni. Ha vissuto abbastanza da vedere la sua condanna revocata. Non abbastanza da vedere chiuse le domande che il suo nome evoca. Fino a dove arrivavano le collusioni tra apparati dello Stato e Cosa Nostra negli anni delle stragi? Quanti altri Bruno Contrada ci sono stati, che non hanno mai finito sotto processo? Quando il concorso esterno è uno strumento di giustizia e quando è una supplenza comoda per mascherare l’incapacità del legislatore? Cosa sapeva dell’incontro tra il ROS e Ciancimino, il numero tre del Sisde che dice di non aver saputo niente? E cosa dicevano quelle pagine dell’agenda di Borsellino — quella che è sparita — nei giorni in cui il giudice ascoltava Mutolo parlare di lui?
Non si sa. Come non si sa quasi niente, di quegli anni. Come non si è mai saputo abbastanza. Chiude un fascicolo biografico, la morte di Contrada. Non archivia niente. Non risponde a niente. In Italia funziona spesso così: i protagonisti muoiono, le domande restano. Le risposte, quando arrivano, arrivano sempre troppo tardi. E quando finalmente arrivano, qualcuno ha già spostato i confini di quello che è ancora possibile sapere.





0 commenti