Bruno Puccioni: il piano segreto per consegnare Mussolini agli Alleati

Scritto da: Marcello Altamura
30 Giugno 2026

Documenti inediti dell’archivio di Bruno Puccioni svelano il piano alleato per consegnare Mussolini a un processo, mai realizzato. Tra OSS, massoneria e partigiani moderati, una rete di contatti a Domaso che la storia ufficiale non racconta…

Benito Mussolini e Claretta Petacci dopo la loro esecuzione nell’aprile 1945.

Dongo è entrata nella memoria collettiva come il luogo della cattura e dell’esecuzione di Benito Mussolini e dei gerarchi della Repubblica sociale italiana ma, ad oltre 80 anni la morte del Duce è avvolta ancora nel mistero.

Mussolini non doveva morire a Dongo

I documenti via via emersi dagli archivi nel corso del tempo raccontano un’altra verità: Mussolini non doveva essere ucciso sul lago di Como e avrebbe dovuto essere consegnato agli Alleati. La mattina del 28 aprile 1945, all’alba, il Comitato di Liberazione Nazionale, tramite il radiotelegrafista Giuseppe Cirillo, invia al Comando un messaggio: “Spiacenti non potervi consegnare Mussolini che processato Tribunale Popolare è stato fucilato stesso posto dove precedentemente fucilati da nazifascisti quindici patrioti”. Ossia in piazzale Loreto, dove poi il cadavere del dittatore, della sua amante Claretta Petacci e quelli dei gerarchi fucilati sul  Lungolago verranno esposti.

All’alba del 28 aprile, quando parte questo messaggio, Mussolini è ancora vivo: sarà ucciso solo nel pomeriggio alle 16,30. E il messaggio dimostra che non si volle consegnarlo agli Alleati. E che il destino dell’Uomo della Provvidenza era segnato.

Bruno Puccioni, il “trasformista” nero

In realtà, c’era un piano predisposto per consegnare Mussolini agli Alleati. A tirarne le fila l’avvocato fiorentino Piero Bruno Puccioni, massone di alto rango, agente del Sim, il servizio segreto militare, nato nel 1903 e morto nel 1990, già deputato e referente della corrente che faceva capo al gerarca Farinacci del Partito fascista a Firenze.

Come racconta lo storico Roberto Festorazzi, Puccioni era stato sfollato nell’agosto 1944 a Villa Camilla, messagli a disposizione dal suo amico conte Giovanni Sebregondi, a Domaso, località sul Lago che l’avvocato fiorentino trasformò in un punto di raccordo tra esponenti fascisti, partigiani moderati e servizi segreti alleati.

Uomo di grande carisma e abilità diplomatica, Puccioni fece da pontiere, cercò cioè di mantenere aperti canali di dialogo tra le autorità della Repubblica sociale italiana e quei settori della Resistenza non comunista ritenuti più vicini agli Alleati. Praticamente, un piccolo ‘laboratorio’ di quella che sarà la classe dirigente della neonata Repubblica Italiana.

I documenti inediti dell’archivio Puccioni

Custodito nell’Istituto Storico della Resistenza di Firenze e visionato da DarkSide, è un piccolo tesoro da cui emergono sorprese. L’avvocato fiorentino, anzi il camerata Puccioni, come ancora lo chiama nelle intestazioni delle lettere che gli scrive Sergio Stroppiana, Presidente Nazionale dell’Associazione Volontari di Guerra, ha un profilo decisamente oscuro. Dalle sue carte, emerge un uomo che, durante i giorni tragici della RSI, intuisce perfettamente che il vento politico sta cambiando e che i fascisti della prima ora hanno una chance di riciclarsi nella nuova Italia prendendo le distanze dal Regime.

Una distinzione di lana caprina in fondo ma buona per rifarsi in qualche modo una verginità politica. E Puccioni ci riesce in pieno. Con una sapiente giravolta, entra in rapporti con i partigiani, gli stessi che, all’indomani dell’8 settembre, definisce “bande terroristico-comuniste”. E allora ecco spuntare fuori una copia della dichiarazione che Benito Mussolini il 30 aprile 1945 rilascia a Dongo a Pier Luigi Bellini delle Stelle, il partigiano Pedro, comandante della 52a Brigata Garibaldi, che aveva preso in consegna il dittatore.

Sappiamo per certezza storica che Pedro era in contatto con Puccioni durante la prigionia di Mussolini.

Sappiamo per certezza storica che Pedro era in contatto con Puccioni durante la prigionia di Mussolini. Ed è forse questo il fatto più inquietante. Perché il comandante partigiano ha un filo diretto con l’avvocato fiorentino, un fascista della prima ora che addirittura, lo svelano sempre le carte dell’archivio, intercede presso Mussolini e il generale Rodolfo Graziani per fare arrivare tre domande di grazia da Firenze?

Nel marzo del 1944 Puccioni scrive ad Heinz Heggenreiner, colonnello nazista addetto al collegamento tra Hitler e Mussolini, attraverso il console Bigazzi. Riferisce di essere tornato a Firenze e di aver preso immediatamente contatto col console Wolff, con cui ha un colloquio di 4 ore insieme al colonello Pretzel: “Gli ho riferito – scrive Puccioni – i desideri dell’ambasciatore e cioè di esaminare la possibilità di prendere contatto con qualche esponente delle Bande per trattare una eventuale resa”.

Una squadra di fascisti scelti contro le “Bande”

Puccioni, dunque, fa da mediatore però al tempo stesso ribadisce che “qui (Firenze e Provincia, nda) le Bande sono prevalentemente a sfondo comunista-terroristico” e che “pochi sono gli elementi a sfondo “patriottardo” e cioè contro il Regime Fascista Repubblicano”. Puccioni dunque ribadisce la distinzione sostanziale tra partigiani bianchi, cattolici e monarchici, e rossi, comunisti. Ed è ai primi che guarda per trovare un posto nella nuova Italia. E del resto, Pedro non è un partigiano comunista, di quelli che, scrive ancora Puccioni, sono “numerosi e ottimamente organizzati”, gli stessi che “in queste ultime due settimane hanno aumentato la loro tracotanza”.

Puccioni dunque ribadisce la distinzione sostanziale tra partigiani bianchi, cattolici e monarchici, e rossi, comunisti.

Bisogna fare qualcosa per arginarla. Puccioni, è sempre lui a riferirlo, ne parla con il capitano Aliberti delle SS: “Ho personalmente prospettato la possibilità che un gruppo di noi vecchi combattenti ci si armi e si cominci a fare qualche azione di difesa di rappresaglia. Si potrebbe cioè costituire un gruppo “segreto” di vecchi fascisti e di provati soldati, bene armati, ufficialmente indipendenti dalle autorità tedesche e italiane, al fine di controbattere e combattere il terrorismo comunista con ogni mezzo e con ogni sistema. Questo gruppo dovrebbe agire silenziosamente ma duramente: se i comunisti ammazzano uno dei nostri, il gruppo dovrebbe subito prendere 4-5 esponenti avversari e ucciderli”.

Un gruppo scelto dunque, ma scrive ancora l’avvocato fiorentino, a cui “finirebbero per aderire anche elementi non fascisti ma nettamente contrari – anche per ragioni di interesse personale – alle bande comuniste”. Puccioni, massone di alto rango, aggiunge a mò di avvertenza: “Tieni presente poi che in Italia ogni movimento segreto da una parte impaurisce dall’altra attira consensi incredibili: la massoneria docet!”. Movimenti di resistenza fascista, quindi. Come quello cui Puccioni accenna in conclusione alla lettera chiamandolo “il progetto di Messe”, che però deve incontrare il gradimento dei tedeschi. Per mettere su questi gruppi però “occorre l’aiuto vostro”, cioè dei nazisti, “delle armi automatiche e dei mezzi”.

Lui comunque si sta già muovendo: “Continuo a prendere contatto con moltissimi vecchi camerati e con moltissimi giovani combattenti disposti a difendere la causa comune che non intendono rinnegare la loro fede fascista e sono tutti fedeli a Mussolini”. Però Puccioni sa bene che sta arrivando un assetto nuovo: “Occorre ora cambiare gli uomini troppo discussi”. Non lui, però, che in quei giorni ha accettato la nomina di Capo di tutti i mutilati della Toscana “perché penso che attirando dalla nostra parte questo importante settore di valorosi combattenti, provati duramente dalla guerra, si può influire notevolmente sulla pubblica opinione”. Puccioni però è guardingo. E anche se da un lato scrive che “le autorità germaniche di Firenze su di me possono contare” conclude che “egoisticamente mi conviene sempre più rimanere in disparte e disinteressarmi di tutto”.

Il giallo della lettera di Mussolini a Badoglio

Ma è davvero così? Possibile che Puccioni voglia fare un passo indietro? Di sicuro l’avvocato è bene informato sugli eventi del fascismo. In un dattiloscritto intitolato “1944, Rapporto sulla caduta del fascismo” e datato 29/11/1944, è compreso un paragrafo intitolato “Una lettera di Mussolini al maresciallo Badoglio”. Puccioni apprende da fonti fasciste fiorentine che dopo l’arresto il Duce domandò di scrivere a Badoglio una lettera di cui “si ignora il contenuto ma nei circoli bene informati si dice che fa onore a Mussolini e che sarà pubblicata un giorno”. E aggiunge: “Si hanno tutte le ragioni per credere che una parte della lettere concerna la famiglia del Duce”. Una lettera che, a tutt’oggi, non è emersa, aggiungendosi al già ampio corpus di scritti di Mussolini dopo la sua caduta e soprattutto prima della sua morte. Resta una domanda: chi era veramente Bruno Puccioni? Difficile dare una risposta ma le carte del suo archivio dicono che, al di là delle tentazioni di combattere fino in fondo, fiutò il cambiamento. E si adeguò.

Così se da un lato fa stampare manifesti firmati I mutilati di Guerra che invitano i “giovani delle Bande”, cioè i partigiani, a tornare a casa per purificarsi “dall’immondo connubio col nemico” perché “soltanto la Patria e le mamme non tradiscono”, assume informazioni per difendersi. Nell’archivio infatti è presente una copia del testo di “Italia combatte”, programmo diretto dal PWB, l’istituto per la propaganda alleata, a uso delle emittenti radiofoniche e dei giornali dell’Italia invasa e diretta ai partigiani. In esso si stila un elenco di fascisti fiorentini, una vera e propria lista di proscrizione, che include anche Bruno Puccioni “squadrista ex promotore del centro fiorentino per lo studio del problema ebraico, collaborazionista”. E poi una foto dei cadaveri di Mussolini e di Claretta ammassati a Piazzale Loretto, col Duce trafitto da un labaro dell’Associazione Mutilati. E poi volantini del CNL, copie del Corriere Alleato e de L’Azione comunista. Una vera e propria azione di intelligence.

“Consegnateci il Duce”: il piano OSS a Domaso

Ed è proprio Puccioni a tirare le fila del piano predisposto degli Alleati per prendere in consegna il Duce. A Domaso l’avvocato fiorentino entra subito in rapporti di fiducia con diversi protagonisti della Resistenza lariana e in particolare Pier Bellini delle Stelle, il partigiano Pedro, comandante della 52ª Brigata Garibaldi che avrebbe arrestato Mussolini, ma anche con Urbano Lazzaro, il partigiano Bill, altro protagonista dell’arresto del Duce.

Puccioni instaura un rapporto privilegiato con gli uomini dell’OSS, il servizio segreto statunitense progenitore della CIA.

Soprattutto. Puccioni instaura un rapporto privilegiato con gli uomini dell’Office of Strategic Services (OSS), il servizio segreto statunitense progenitore della CIA. Utilizzando i nomi di copertura di Bartolomeo Prosperi e Cei, partecipa addirittura all’organizzazione dell’accordo di resa sottoscritto dal vicesegretario del Partito fascista repubblicano, Pino Romualdi, che prevedeva la costituzione di una zona franca in Val d’Intelvi, dove le forze fasciste avrebbero dovuto concentrarsi in attesa dell’arrivo degli americani.

Ed è proprio nell’ambito di questo piano che Mussolini avrebbe dovuto essere consegnato agli Alleati per essere sottoposto a un processo, con Puccioni pronto addirittura a tenerlo ‘agli arresti domiciliari’ a Villa Camilla in attesa del trasferimento alle autorità americane.

Il progetto, come sappiamo, non si concretizzò. L’intervento delle formazioni comuniste portò all’esecuzione di Mussolini e della Petacci a Giulino di Mezzegra e dei gerarchi a Dongo, modificando radicalmente gli obiettivi della rete operativa attiva a Domaso. E cambiando per sempre la storia d’Italia.

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  • Nasce a Napoli. Ha scritto “Dodici Leoni” insieme a Franco Esposito nel 2015 per Absolutely Free poi “La Borsa di Moro” per Iuppiter Edizioni nel 2016. Nel 2017 è stata la volta de “L’anno del Grifo” per Absolutely Free e per la stessa casa editrice, nel 2018, “Le quattro vite di Mike”. Nel 2019 ha pubblicato “Il professore dei misteri” per Ponte alle Grazie e, per la stessa casa editrice, anche “La Casta è rimasta”, nonché, per Slalom Edizioni, “Bomber con i guanti”. Ha scritto, insieme ad altri autori, “Tutti in piedi per la Carpisa” per Graf Editore nel 2006 e “Totò sbanca” per Iuppiter Edizioni nel 2017. Dal 2019 cura, insieme a Gianluca Zanella, il format di approfondimento storico e politico DarkSide - Storia Segreta d’Italia.

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