Capitano De Grazia: mistero e ombre sulla sua scomparsa

Scritto da: Federico Carbone
16 Maggio 2025

Quella di Natale De Grazia è una morte senza colpevoli. Una morte giunta in tempo utile quando l’investigatore si stava avvicinando a una verità troppo scomoda per essere svelata. E a quasi 30 anni di distanza, i responsabili sono ancora lì fuori. Impuniti.

Natale De Grazia è stato un capitano di fregata, Medaglia d’Oro al Merito di Marina alla memoria.

Quando il cuore di Natale De Grazia si ferma, la notte del 13 dicembre 1995, nessuno sente un rumore. Solo il silenzio, quello che accompagna le morti scomode. Ufficialmente è un infarto, ma il capitano di fregata della Capitaneria di Porto di Reggio Calabria aveva 39 anni, era in perfetta salute, ed era nel pieno di una missione investigativa. Un viaggio tra Reggio Calabria e La Spezia, con due deleghe della Procura in tasca, per un’inchiesta che poteva far crollare pezzi interi del sistema. Indagava su traffici di rifiuti tossici e radioattivi. Navi affondate con carichi mortali e documenti che collegavano quei traffici alla morte della giornalista Ilaria Alpi.

Una morte, quella di De Grazia, che profuma di omertà istituzionale e che non smette di generare interrogativi: perché non ci fu nessuna analisi tossicologica? Perché non venne mai analizzata la crostata mangiata quella sera, l’unico alimento ingerito solo da lui? Perché i documenti più delicati delle sue indagini sparirono misteriosamente dagli archivi giudiziari? E soprattutto: perché fu scelta, come consulente tecnico, una dottoressa il cui nome era già legato ad altre morti controverse?

Un’inchiesta che faceva paura

De Grazia lavorava con il sostituto procuratore Francesco Neri. Avevano cominciato con una denuncia di Legambiente: rifiuti tossici interrati nell’Aspromonte. Ma presto l’indagine prese una piega molto più pericolosa. Navi affondate al largo delle coste calabresi e campane. Nomi come Rigel, Yvonne A, Jolly Rosso. Le rotte del veleno, il mare come pattumiera. A bordo, rifiuti industriali, radioattivi, tossici. C’era chi smaltiva, c’era chi pagava e c’era chi copriva.

Giorgio Comerio, imprenditore navale al centro di numerose indagini sui traffici di rifiuti tossici.

Durante una perquisizione nella casa del trafficante Giorgio Comerio, De Grazia aveva trovato una fotocopia del certificato di morte di Ilaria Alpi, con un numero di fax stampato sopra. Un dettaglio che poteva collegare i traffici italiani alla Somalia al lavoro di Alpi, al suo omicidio. Era una pista pericolosa, forse mortale. Si è anche detto che Comerio avrebbe ospitato in un appartamento a Montecarlo l’evaso Licio Gelli.

Il viaggio fatale

Il 12 dicembre 1995, De Grazia parte per La Spezia con il maresciallo Moschitta e il carabiniere Francaviglia. Si fermano per cena, solo De Grazia mangia una fetta di crostata. Dopo poco, in macchina, si addormenta, ma non è un sonno normale. Inizia a russare in modo strano, brontolii, poi silenzio. Quando i colleghi provano a svegliarlo, non reagisce. Dicono di averlo tirato fuori dalla macchina, di avergli fatto un massaggio cardiaco. Pioveva, sostengono. E al pronto soccorso di Nocera Inferiore, il medico nota escoriazioni sospette. Qualcosa non torna.

Una firma che ritorna

Il medico legale del posto, il dottor Contaldo, aveva stabilito che la morte del capitano Natale De Grazia era da attribuire a un infarto miocardico con conseguente arresto circolatorio. Così almeno venne scritto nero su bianco. Ma già allora, qualcosa non tornava.

Secondo quanto emerge dalla relazione di servizio, dell’improvvisa scomparsa fu prontamente informato anche il procuratore capo della Procura Circondariale di Reggio Calabria, il dottor Studeri. È tutto messo agli atti, come riportato anche nella relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, laddove si fa esplicito riferimento alla morte del capitano De Grazia.

Il 19 dicembre 1995, la dottoressa Apicella – pubblico ministero presso la stessa procura – conferì l’incarico di consulenza tecnica alla dottoressa Simona Del Vecchio. Un dettaglio apparentemente marginale. Eppure, anche questi dettagli, nei casi in cui la verità sembra celarsi dietro cortine istituzionali, contano eccome.

La diagnosi della Del Vecchio è rapida: infarto. “Morte improvvisa dell’adulto.” Niente indagine tossicologica, nessuna analisi alimentare. Il PM Russo presso la Procura di Nocera Inferiore ha dubbi, ma invece di cambiare consulente, affida a Del Vecchio una seconda perizia, che conferma la prima e così il caso viene chiuso.

Del Vecchio non era nuova a situazioni delicate. Si era già occupata del colonnello Mario Ferraro, ufficiale del SISMI, trovato morto il 16 luglio 1995 nel suo appartamento romano. La scena era inquietante: Ferraro era seduto a terra, le spalle poggiate tra due muri, una cintura da accappatoio stretta al collo, legata al porta-asciugamani. Un impiccamento anomalo. Ferraro stava lavorando su apparati deviati e dossier riservati. Anche in quel caso, Del Vecchio firmò la perizia. Anche lì, si parlò di suicidio. Anche lì, restarono molti dubbi.

Mario Ferraro.

Non solo. Del Vecchio fu consulente anche nel caso della morte per “fuoco amico” dell’agente Samuele Donatoni, durante l’operazione per liberare l’imprenditore Giuseppe Soffiantini. Un blitz finito male.

Una carriera che si sgretola

Nel 2015, Simona Del Vecchio finisce sotto inchiesta insieme ad altri colleghi. Secondo la Guardia di Finanza, tra marzo e giugno di quell’anno sarebbero stati firmati 49 certificati necroscopici falsi su 57. Senza aver mai visto le salme. Le accuse: peculato, truffa aggravata, falso ideologico. Le fonti giornalistiche – Il Secolo XIX, La Stampa, Imperia Post – raccontano anche di auto di servizio usate per fini personali, referti in bianco, visite ai parenti durante l’orario di lavoro. Il suo nome resta legato a tre delle morti più controverse della Repubblica.

Quando viene convocata dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, sembra quasi giustificarsi parlando, dichiara in riferimento alla morte del De Grazia: “Tutti noi possiamo andare incontro a questo e io stessa ho una cardiopatia ipertensiva perché il problema è quello dell’impegno lavorativo, che non fa dormire la notte e impone responsabilità, laddove quelle del capitano erano certamente maggiori delle mie e forse anche delle vostre […].”

Archivi che si svuotano da soli

Nel 2002, la Commissione parlamentare apre i 47 scatoloni con i documenti raccolti da De Grazia. Uno è danneggiato, undici cartelle su venti risultano vuote. Il certificato di Ilaria Alpi non c’è più, sparito. Qualcuno dirà si trattasse solo di flash d’agenzia, ma in realtà manca anche quello, come tanti altri documenti chiave. Qualcuno era entrato e aveva fatto pulizia.

Nel 2012, la Commissione chiede una nuova perizia al professor Giovanni Arcudi, direttore dell’Istituto di Medicina Legale di Tor Vergata. Arcudi smentisce tutto, dice che non ci sono prove di infarto e che la morte è compatibile con un’insufficienza respiratoria da depressione del sistema nervoso centrale. Un avvelenamento forse attraverso la crostata, ma nessuno saprà mai. Le analisi non furono mai fatte, il referto tossicologico non esiste.

Arcudi parla di “insipienza”, di “superficialità scientifica”, accusa apertamente Del Vecchio di aver compromesso per sempre la possibilità di conoscere la verità.

La verità soffocata

De Grazia era arrivato vicino a qualcosa che non doveva uscire. Le navi affondate, i porti compiacenti, il traffico di rifiuti, la Somalia, Alpi, Comerio. E poi i silenzi, i documenti scomparsi, le cartelle svuotate, i flash d’Agenzia introvabili. La Commissione scriverà che la morte di De Grazia “si iscrive nel contesto dei misteri irrisolti della Repubblica”, eppure nessuno ha mai pagato.

La sua è una morte che puzza. Di Stato, di interessi, di compromessi. Come quella di Ferraro e quella di Donatoni. Quando si toccano certi equilibri la giustizia si ferma, o si piega.

Quando lo Stato volta la faccia

A quasi trent’anni dalla sua morte, Natale De Grazia resta una ferita aperta. Un uomo di Stato morto nel silenzio, archiviato con una perizia dubbia, ucciso forse dal cuore ma più probabilmente da qualcosa che lo Stato non ha mai voluto vedere.

E in fondo, la domanda più spaventosa resta questa: se oggi un uomo come De Grazia tornasse a indagare, finirebbe allo stesso modo?

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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