Non c’erano sbarre, né catene. Eppure nessuno poteva uscire. Tra il 1996 e il 1998, a Kitakyushu, Futoshi Matsunaga costruì un sistema di dominio psicologico totale, capace di trasformare una famiglia in strumenti della propria violenza. Un caso che mette in crisi le categorie di vittima e carnefice…

Futoshi Matsunaga.
Ricordo il momento preciso. Lo scorso 13 marzo 2026 abbiamo avuto il piacere di avere ospite il giornalista e scrittore Stefano Nazzi (a proposito per vedere una clip della nostra intervista a Stefano Nazzi potete cliccare qui Una chicchierata con Stefano Nazzi). L’atmosfera era carica di una elettricità particolare, i racconti del giornalista avevano suscitato grande interesse nel pubblico. Proprio dal pubblico arrivò una domanda fragorosa, con quella semplicità disarmante che solo le domande più difficili sanno avere: “Qual è il caso che vi ha colpito di più?”. Si d’accordo la domanda era molto più cinica, “Serial Killer Preferito?”, ma l’ascoltatore stava imitando un podcast satirico che ha l’abitudine di fare domande scomode in modi altrettanto scomodi.
Anche io dal pubblico, mentre scattavo le foto dell’evento mi sono soffermato a pensare a quale risposta avrei potuto dare. Una risposta rapida, forse Bundy, forse Dahmer, nomi che il grande pubblico conosce, quelli che fanno effetto nei salotti e nelle serie Netflix. Invece i secondi passavano e il silenzio ovattava quelle risposte. Quale storia mi ha davvero colpito? Quale evento faccio fatica a comprendere, i miei pensieri rimasero in silenzio per qualche secondo.
Il caso che mi aveva davvero tolto il sonno non era quello di un predatore che vagava nelle notti americane. Era qualcosa di più oscuro, di più sottile. Qualcosa che era accaduto a distanza di migliaia di chilometri dall’Italia, nella nazione del Sol Levante. Una città portuale del Kyushu, negli anni in cui il Giappone sognava ancora il proprio miracolo economico. Dissi nella mia testa un nome solo: Futoshi Matsunaga.
La città, il tempo, gli uomini
Kitakyushu è una città che conosce il ferro e il fumo. Nata dall’acciaio e dal porto, ha nei suoi vicoli quel senso antico di comunità compatta, di famiglie che si conoscono da generazioni, di porte che si aprono su cortili condivisi. Non è il luogo che ci si aspetterebbe come teatro di uno degli esperimenti di dominio psicologico più assoluti mai documentati nella storia criminale giapponese. Il senso di comunità del luogo mi ricorda in qualche modo una cultura italiana che nelle città si è ormai dissipata e che nei piccoli comuni o borghi resiste a fasi alterne.
In quel luogo, negli anni grigi tra il 1996 e il 1998, Futoshi Matsunaga costruì il suo regno. Non con le armi. Non con le catene. Con qualcosa di molto più sottile, infido e spaventoso: la parola, la paura e il silenzio.
L’uomo che sapeva ascoltare
Matsunaga non era bello in modo convenzionale. Era un uomo di mezza età, corporatura ordinaria, capelli scuri, sorriso facile. Ma aveva un dono che nella letteratura criminologica viene descritto con un termine freddo e preciso: intelligenza sociale manipolativa. Sapeva leggere le persone come altri leggono le carte geografiche, individuava le fratture, le paure, i desideri non detti.
Quando incontrò Junko Ogata, lei era una donna già segnata dalla vita. Non fragile nel senso volgare del termine, le persone che cadono in queste trappole raramente lo sono, ma vulnerabile in quel modo particolare che accomuna chi ha già perso qualcosa di fondamentale: la fiducia nel proprio giudizio. Un tratto caratterizzante della storia, quello sulla fiducia. Un qualcosa di cui dobbiamo tenere conto e che spazza la facile lettura con pregiudizio che vuole le vittime fragili, indifese, manipolabili in modo facile.
Matsunaga la sedusse lentamente, con la pazienza di un pescatore che conosce le correnti. Prima l’amore, poi la dipendenza affettiva, poi quella trasformazione silenziosa che Evan Stark, il criminologo che ha codificato il concetto di coercive control, descrive come la sostituzione dell’identità della vittima con quella dell’aguzzino. Junko smise di essere Junko. Divenne uno strumento. Una protesi della volontà di lui.
La colonizzazione della famiglia
Quello che rende il caso Matsunaga un unicum nella letteratura criminologica mondiale non è la violenza in sé. È la geometria di quella violenza.
Matsunaga non si fermò a Junko. Si introdusse nella sua famiglia come un virus intelligente si introduce in un organismo sano, lentamente, senza allarmare le difese immunitarie. Prima fu ospite. Poi divenne il centro gravitazionale di ogni decisione. Poi, infine, il padrone assoluto di un micro-universo umano di sette persone. Il meccanismo era di una semplicità brutale: isolare, dividere, terrorizzare.
Ogni membro della famiglia venne progressivamente tagliato fuori dal mondo esterno. I contatti con amici, vicini, colleghi si diradarono fino a scomparire. Il telefono divenne uno strumento sorvegliato. Le uscite, eventi da giustificare. La famiglia Ogata si trasformò in un sistema chiuso, un acquario nel quale Matsunaga aveva tolto l’ossigeno un poco alla volta, così gradualmente che nessuno aveva alzato la testa a cercare aria.
Poi arrivò il terrore. Punizioni arbitrarie e imprevedibili. Un microcosmo che aveva assunto le sembianze di un regime totalitario. Il senso di insicurezza aveva assunto i connotati della normalità, non esisteva un solo comportamento che fosse abbastanza corretto da garantire la sicurezza. Non vi era obbedienza abbastanza assoluta da barattare con la pace. Questo era il cuore del sistema: l’imprevedibilità come strumento di controllo. Quando non sai quando arriverà il colpo, smetti di vivere e inizi semplicemente a sopravvivere.
Il diavolo nel dettaglio: dividere per regnare
Ma il tratto più raffinato e più perturbante nella strategia di Matsunaga fu quello che i criminologi chiamano divide et impera. Matsunaga indusse i membri della famiglia a spiarsi a vicenda. A riferire. A sospettare. Costruì una rete di delazioni interne nella quale ciascuno era potenzialmente il nemico dell’altro, e tutti erano ugualmente nemici di sé stessi. Per vederla con occhi occidentali ricorda il clima di tensione e sospetto che la Stasi instillava nei propri attenzionati.
In questo contesto la solidarietà familiare, quella forza primordiale che dovrebbe essere l’ultima trincea dell’essere umano, venne sistematicamente e progressivamente demolita, mattone per mattone, fino a che non rimase che polvere.
In quel contesto, chiedersi perché non si sono ribellati diventa una domanda mal posta. È come chiedere perché i prigionieri di certi campi non scappavano. Perché il corpo può essere libero e la mente già prigioniera. Perché la gabbia più solida non ha sbarre, ha pareti invisibili fatte di paura, vergogna e assoluta incertezza su dove finisce il sé e dove comincia la volontà del dominatore.
La camera delle scosse
C’è un dettaglio che è necessario nominare, perché senza di esso il quadro rimane incompleto, e l’incompletezza in certi casi equivale a una menzogna per sottrazione. Matsunaga aveva uno strumento preferito. Non una lama, non un’arma da fuoco. Una pistola elettrica.
Le scariche erano il suo linguaggio quotidiano. Il modo in cui parlava con i corpi di chi teneva prigioniero. Kumio Toraya, il primo uomo ad entrare nell’orbita letale del condominio di Kokura, fu torturato con scosse ripetute fino alla morte, avvenuta il 26 febbraio 1996. Aveva trentaquattro anni. Ma la crudeltà non si fermava all’atto in sé: Matsunaga obbligò la figlia di Kumio, ancora adolescente, a mordere il proprio padre durante le sessioni di tortura. Poi, quando Kumio fu morto, convinse la ragazza che era stata lei ad ucciderlo. Che il sangue fosse sulle sue mani, non sulle sue. Questo era il suo metodo: non solo infliggere dolore, ma trasferire la colpa, colonizzare la coscienza altrui fino a renderla irriconoscibile. La famiglia Ogata conobbe la stessa liturgia del terrore.
Il 21 dicembre 1997, Matsunaga costrinse Junko a torturare con le scosse elettriche il proprio padre, Takashige, sessantuno anni. L’uomo morì tra le convulsioni. Non per mano di uno sconosciuto. Per mano di sua figlia, che obbediva. Il 20 gennaio 1998 fu la volta della madre, Shizumi, cinquantotto anni, la mente già dissolta da mesi di abusi e terrore. Matsunaga la fece strangolare da sua figlia Rieko e dal marito di lei, Kazuya, mentre Junko teneva ferma la testa della donna. Il 10 febbraio dello stesso anno, in quello stesso appartamento che puzzava di carne e paura, fu Rieko a morire, strangolata dal marito Kazuya mentre la loro figlia Aya, dieci anni, la teneva immobile. Una bambina di dieci anni costretta a reggere il corpo della madre mentre il padre la uccideva.
Kazuya sopravvisse alla moglie di pochi mesi. Matsunaga lo rinchiuse nel bagno e lo lasciò morire di fame. Aveva trentotto anni. Morì il 13 aprile 1998.
Poi fu il turno di Yuki, cinque anni, figlio di Rieko e Kazuya. Matsunaga costrinse Junko, Aya e la figlia di Kumio a ucciderlo insieme. Tre donne. Un bambino di cinque anni. Il cerchio si stava chiudendo. Il 7 giugno 1998, la figlia di Kumio strangolò Aya, la bambina che aveva tenuto ferma la madre mentre veniva uccisa. Aya aveva dieci anni quando era entrata in quell’appartamento. Ne aveva undici quando morì.
I corpi non vennero sepolti. Matsunaga aveva escogitato un sistema che lui stesso, con il distacco glaciale del sociopatico puro, descrisse come ispirato alla preparazione dei frutti di mare in umido: smembrare, far bollire in pentole, disfarsi dei resti nei bagni o gettarli in mare. Nessun corpo fu mai ritrovato. La polizia non trovò prove fisiche. Il caso si reggeva soltanto sulle testimonianze e su quella di una ragazza di diciassette anni che, un mattino di marzo del 2002, trovò la forza di fuggire per la seconda volta e di non tornare mai più indietro.
Era la figlia di Kumio. Aveva trascorso gran parte della sua vita in quella prigione. Era entrata bambina. Ne uscì donna, con il peso di cose che nessun essere umano dovrebbe portare. Fu lei a mettere fine a tutto.
L’orrore finale: la complicità coatta
Sette vittime accertate, sei omicidi e un omicidio preterintenzionale. Delitti che vennero in parte eseguiti da familiari sotto coercizione diretta di Matsunaga. Questo è il punto che ogni volta, ancora oggi, mi costringe a fermarmi.
Nella letteratura criminologica si parla di perpetration under coercion, la commissione di atti criminali sotto una pressione psicologica talmente estrema da annullare de facto l’autonomia morale dell’individuo. Non è giustificazione. Non è assoluzione. Una realtà che gli studi di Stanley Milgram avevano già anticipato nei loro esperimenti sull’obbedienza all’autorità: in condizioni di dominio totale, l’essere umano è capace di compiere azioni che in qualsiasi altro contesto non avrebbe mai nemmeno immaginato.
Le vittime di Matsunaga divennero i suoi strumenti. Carnefici per interposta volontà. Il confine tra vittima e aguzzino si dissolse in una zona grigia nella quale la psicologia sociale riconosce il fenomeno della deindividuazione, ovvero la perdita del senso di sé, dell’identità morale, della responsabilità individuale.
Junko Ogata: la prigioniera più vicina al trono
Il caso di Junko merita uno sguardo separato, perché la sua posizione è forse la più tragica di tutte. Era la più vicina a Matsunaga. Era la sua complice. Era anche la sua prima vittima.
Quello che i clinici descrivono come trauma bonding. Il legame paradossale che si crea tra oppressore e oppresso in condizioni di violenza prolungata che raggiunse in Junko nella sua forma più compiuta. Junko non era semplicemente obbediente: era convinta, in qualche strato profondo e irrimediabilmente corrotto della propria psiche, che Matsunaga avesse ragione. Che meritasse la propria fedeltà. Che il mondo fuori da quella prigione senza muri non fosse reale come lui.
È la stessa dinamica che osserviamo nelle sette religiose più chiuse, nei regimi totalitari, nei gruppi di sopravvissuti al sequestro: il cervello umano, sotto stress prolungato e isolamento totale, inizia a riscrivere la realtà per adattarla all’unica narrativa disponibile. Quella del dominatore.
Quando finisce l’incubo
Nel 2002, le autorità giapponesi arrestarono Matsunaga e Ogata. Era finita, almeno sulla carta. I sopravvissuti portarono con sé il peso di azioni commesse in uno stato di prigionia mentale che la legge fatica ancora a definire con precisione.
Il tribunale condannò Matsunaga alla pena capitale. La pena di morte in Giappone viene eseguita in silenzio, senza preavviso, in un mattino qualunque che il condannato non conosce. Junko Ogata ricevette l’ergastolo, in un riconoscimento implicito che la sua colpevolezza, pur incontestabile negli atti, era situata in una zona di responsabilità attenuata dalla violenza subita.
Il sistema giudiziario, in sostanza, si trovò a fare i conti con qualcosa per cui aveva pochi strumenti: la criminalità come prodotto di un collasso totale dell’autonomia umana.
Perché un caso che toglie il sonno
Tornando alla domanda di quella sera, la risposta che non riuscii a dirmi completamente, quella che rimase sospesa nei pensieri, era questa: Il caso Matsunaga mi ha colpito non perché fosse il più violento. Non perché fosse il più brutale. Perché non riesco a comprenderlo, perché una tale manipolazione è terrorizzante e al contempo rende il caso terribilmente vero.
Perché non racconta la storia di un mostro che viene dall’esterno, di un predatore che infesta la notte. Racconta qualcosa che conosciamo tutti, in forme infinitamente più piccole e meno letali: il potere di una persona sulla mente di un’altra. La capacità di un sistema chiuso, familiare, religioso, politico, di ridurre esseri umani liberi a ingranaggi di una volontà che non è la loro.
Matsunaga non era un serial killer nel senso classico del termine. Era un architetto del dominio. Un ingegnere del collasso dell’altro. E questo, molto più di qualsiasi coltello o pistola, è la cosa che davvero fa paura. Una violenza che non richiede né forza né armi. Richiede solo tempo, pazienza, e la capacità di ascoltare le crepe nell’anima delle persone. Una stortura dell’empatia e la scelta del male.




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