Marco Accetti indagato nel caso Orlandi-Gregori: mitomane, depistatore o uomo chiave dell’inchiesta?

Scritto da: Pietro Di Dionisio
20 Luglio 2026

Marco Fassoni Accetti è nuovamente indagato dalla Procura di Roma nell’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. L’ipotesi di reato è quella di sequestro di persona a scopo di estorsione in concorso con ignoti. Che cosa ha riportato il fotografo e regista romano al centro dell’indagine?

Marco Fassoni Accetti.

Il pm titolare dell’inchiesta sui casi Orlandi-Gregori procede come un rullo compressore. Le indagini coordinate da Stefano D’Arma avanzano rapidamente e puntano i riflettori sul discusso e mai accertato coinvolgimento di Marco Fassoni Accetti nella scomparsa delle due ragazze romane. Il 15 luglio 2026 Accetti è stato ascoltato per circa sei ore nella caserma di via in Selci in presenza del suo avvocato Giancarlo Germani; nelle stesse ore sono state sentite anche altre persone informate sui fatti.
Secondo quanto Darskide ha potuto ricostruire, l’attuale linea d’indagine resta saldamente concentrata sui casi Orlandi e Gregori. Le altre vicende accostate negli anni al nome di Marco Fassoni Accetti non sembrano, almeno in questa fase, essere al centro degli accertamenti. L’impostazione appare dunque quella di verificare il suo eventuale ruolo nelle due scomparse, senza ampliare ulteriormente il perimetro dell’inchiesta.
A imprimere una nuova accelerazione alle indagini avrebbero contribuito anche gli accertamenti sulle quattro rivendicazioni inviate da Boston, che una perizia grafologica avrebbe ricondotto alla stessa mano già individuata in alcuni messaggi precedenti. A ciò si aggiunge l’ammissione di Gabriella Boggiani, indicata da Accetti come la donna dalla voce straniera: sentita dagli inquirenti, avrebbe riconosciuto come propria la voce registrata su una delle cassette spedite da Boston, sostenendo di aver creduto che si trattasse di uno scherzo. Ma che cosa ha spinto la Procura a imboccare con tanta decisione questa pista?

L’audizione secretata di Ornella Carnazza

Tutto sembra essersi messo in moto dall’audizione di Ornella Carnazza, ex convivente di Marco Fassoni Accetti e madre di sua figlia. Il 22 gennaio 2026 la donna è stata ascoltata per quasi due ore dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Su sua richiesta, l’intera audizione si è svolta in forma secretata.

Al centro dell’attenzione ci sarebbe anche una conversazione telefonica intercettata il 4 aprile 1997, nell’ambito delle indagini sulla scomparsa di Bruno Romano, dodicenne rom sparito dal Quartiere Africano di Roma durante le festività natalizie del 1995. Accetti era finito sotto osservazione in seguito a una strana nota del SISDE, che lo indicava come soggetto sospetto nella vicenda.

Durante una violenta discussione telefonica sull’affidamento della figlia, Carnazza minaccia ripetutamente l’ex compagno di fare alcuni nomi: «Attento, perché adesso racconto quello che hai fatto con una certa ragazza», dimostrando di sapere di essere intercettata.

Mentre Accetti cerca di calmarla e di ricondurre il litigio alle questioni familiari, Carnazza insiste e fa un nome preciso: «Vogliamo parlare di Emanuela Orlandi e di quello che vuoi fare con lei?». Accetti tenta di minimizzare «Sei pazza».

Sentita in Procura nel 2013, durante la seconda inchiesta sulle scomparse di Orlandi e Gregori, Carnazza dichiarò di non ricordare quella telefonata né di saper spiegare il significato delle frasi pronunciate su Emanuela. La sua audizione secretata del gennaio 2026 potrebbe quindi essere servita a chiarire proprio ciò che, tredici anni prima, la donna sosteneva di non riuscire più a ricostruire.

Il Messaggero del 21 dicembre 1983.

Chi è Marco Fassoni Accetti

Marco Accetti (Fassoni è il cognome della mamma Silvana); è nato a Tripoli nel 1955 in una famiglia facoltosa trasferitasi in Libia per il lavoro del padre Aldo, costruttore e uomo d’affari. Ancora bambino, nel 1963, Marco viene mandato a Roma nel collegio St. George, sulla via Cassia, ma il distacco dalla famiglia gli provoca un forte disagio e dopo qualche tempo vola nuovamente in Libia.

Secondo i suoi memoriali, tornato a Roma nel 1967 frequenta le scuole medie al prestigioso Istituto San Giuseppe De Merode. Passerà poi per il San Leone Magno e per il liceo classico Giulio Cesare. Il rientro definitivo della famiglia a Roma avviene nel 1970, dopo l’avvento al potere di Gheddafi, quando gli Accetti lasciano la Libia come profughi.

Negli anni Settanta si avvicina alla politica, passando dal Movimento Sociale Italiano al Partito Radicale. Il suo nome compare nella cronaca giudiziaria già nel 1972, quando viene arrestato e poi rilasciato per resistenza a pubblico ufficiale durante alcuni disordini davanti al liceo Tasso. Nel 1979 viene coinvolto in un procedimento per estorsione e sequestro di persona ai danni di Mario Appignani, detto “Cavallo Pazzo”, vicenda conclusa con l’assoluzione perché il fatto non sussiste. Nel marzo 1982 viene inoltre arrestato per detenzione di arma da fuoco, rimanendo in carcere per meno di un mese.

Nel maggio 1982 sposa civilmente la diciottenne Eleonora Cecconi, a quanto risulta contro il volere delle rispettive famiglie. I due si separano pochi mesi dopo. Il 20 dicembre 1983, alla guida di un furgone nella pineta di Castelporziano, investe e uccide il dodicenne uruguaiano José Garramón. Processato inizialmente per ipotesi più gravi, viene infine condannato a due anni e due mesi per omicidio colposo e omissione di soccorso, uscendo di prigione probabilmente ad aprile del 1985. Le circostanze che portarono il bambino dall’Eur alla pineta, distante circa venti chilometri dalla sua abitazione, sono rimaste oggetto di interrogativi.

Foto tratta dal sito operedimarcofassoniaccetti.it intitolata “Rapimento di M.F.A. ad opera di un lavorante nel giardino di un ricco”.

Le telefonate di Pierluigi, Mario e dell’Amerikano

Come ampiamente noto, Marco Accetti entra nelle cronache nel marzo 2013, quando si presenta in Procura con l’intento di confessare il proprio coinvolgimento nei casi Orlandi-Gregori e con un presunto flauto che sarebbe appartenuto a Emanuela: Accetti dichiarerà di aver partecipato nell’organizzazione e di essere stato uno dei telefonisti.

Il 25 giugno, tre giorni dopo la scomparsa di Emanuela, a casa Orlandi telefona un uomo che dice di chiamarsi Pierluigi. Al telefono con lo zio di Emanuela, Mario Meneguzzi, Pierluigi racconta che la sua fidanzata avrebbe incontrato a Piazza Navona una ragazza di nome Barbara, molto somigliante a Emanuela Orlandi. Sostiene di essere minorenne, anche se la voce sembra quella di un adulto, e parla per pochi minuti. La telefonata non viene registrata, e il giorno successivo richiama altre due volte riferendo alcuni particolari su Emanuela, tra cui l’astigmatismo, gli occhiali e il flauto da suonare al matrimonio della sorella.

Il 28 giugno, sempre a casa Orlandi, in Piazzetta Sant’Egidio, telefona un barista, tale Mario. Questa volta la famiglia riesce a registrare integralmente la conversazione. Mario afferma di essere un barista di corso Vittorio e, quindi, di lavorare proprio nella zona in cui Emanuela è scomparsa. Parla con un marcato accento romano e sembra riprendere, in parte, il racconto già fatto da Pierluigi. Dice di voler scagionare un suo amico, rappresentante di profumi, dopo che quello stesso giorno il Messaggero aveva pubblicato un articolo in cui la scomparsa di Emanuela veniva collegata a un venditore di cosmetici. In questo caso esiste l’audio integrale registrato dagli Orlandi.
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Secondo il suo racconto, l’amico vivrebbe con due ragazze, una belga e una veneziana. Quest’ultima si chiamerebbe Barbara, avrebbe sedici anni, sarebbe scappata di casa, canterebbe in un coro e avrebbe intenzione di tornare alla fine dell’estate per il matrimonio di un parente.

La telefonata dura circa 27 minuti e Mario parla con Mario Meneguzzi, che si presenta come il padre della ragazza. Lo zio pone diverse domande al barista, ma non sembra particolarmente impressionato dai riscontri forniti dal telefonista. La voce di Mario è quella di Marco Accetti? Grazie all’ottimo lavoro del videomaker e ricercatore Gianluca Lulli, oggi è possibile confrontare la voce di Mario con quella di Accetti del 1980. Su suggerimento dell’ex amica di Accetti, Patrizia De Benedetti, Lulli ha ritrovato negli archivi Rai una telefonata effettuata da Accetti durante un programma televisivo di Nanni Loy.

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La voce ad orecchio sembra effettivamente molto simile, ma per la certezza bisognerà attendere l’esito della perizia fonica della procura. 

La voce attribuita a Emanuela Orlandi

Il 5 luglio 1983, due giorni dopo l’appello di Giovanni Paolo II in piazza San Pietro, entra ufficialmente in scena il telefonista passato alla storia come “l’Amerikano” (Il soprannome, preso da un film, non deriva da una presunta nazionalità statunitense, ma dal fatto che l’uomo, italiano, imitava a tratti un finto accento anglosassone). Prima contatta il Vaticano, rivendica il sequestro, collega la sorte di Emanuela alla liberazione di Ali Ağca e presenta “Mario” e “Pierluigi” come appartenenti alla stessa organizzazione. Circa un’ora dopo telefona a casa Orlandi, dove risponde lo zio Mario Meneguzzi, e gli fa ascoltare un nastro contenente quella che i familiari riconoscono come la voce di Emanuela.

La registrazione è composta da frammenti disordinati dove una ragazza pronuncia riferimenti compatibili con la vita di Emanuela: Convitto nazionale Vittorio Emanuele II, il terzo anno del liceo scientifico, i quindici anni e il sedicesimo compleanno nel gennaio successivo. Si sente anche la frase: «Mi verranno ad accompagnà st’altr’anno in un paesino sperduto, per Santa Marinella». Vari amici e familiari non hanno mai avuto dubbi sull’identità della voce; tuttavia, non esiste un’identificazione fonica definitiva e incontestata

Secondo quanto Darskide ha potuto ricostruire, proprio la telefonata del 5 luglio rappresenterebbe uno dei punti sui quali si sta concentrando l’attuale attività della Procura. Se Accetti era davvero il telefonista, come è entrato in possesso di quella registrazione? L’audio proveniva direttamente da Emanuela, gli era stato consegnato da altre persone oppure era stato ricavato da una fonte precedente e utilizzato per rendere credibile la rivendicazione?

Il nastro, infatti, non consente di stabilire quando la voce sia stata registrata. Non contiene un riferimento certo a eventi successivi al 22 giugno 1983 e non rappresenta quindi, da solo, una prova che Emanuela fosse viva il 5 luglio. Potrebbe trattarsi di una registrazione realizzata dopo la scomparsa, forse sotto forma di intervista, ma anche di materiale precedente, successivamente tagliato e rimontato. L’Amerikano chiamerà molte altre volte nel 1983 l’avvocato degli Orlandi, Gennaro Egidio. Curiosamente la fine della sua attività telefonica coinciderà con l’arresto di Accetti per l’investimento di Jose Garramòn, il 21 dicembre 1983.

Nel 2024 una consulenza fonica commissionata dalla difesa di Accetti ha indicato una compatibilità media dell’86 per cento tra la sua voce e quelle attribuite a Mario e all’Amerikano. Il risultato non equivale a un’identificazione giudiziaria definitiva e dovrà essere confrontato con gli eventuali accertamenti disposti dagli inquirenti.

Accetti in alto a sinistra durante il processo Priebke nel 1996, tratto da Un Giorno in Pretura.

I possibili moventi

Secondo quanto riportato da Patrizia De Benedetti, nell’estate del 1983, proprio nel periodo della scomparsa di Emanuela, Accetti frequentava assiduamente la zona di Corso Rinascimento per «rimorchiare» ragazze straniere. Il fotografo, allora ventisettenne e particolarmente appassionato di storia della Roma papalina e di servizi segreti, potrebbe aver conosciuto in questo modo Emanuela o una delle sue compagne della scuola di musica?

Premesso che ogni indagine dovrebbe partire dai fatti accertati, così da individuare le responsabilità e fissare finalmente alcuni punti fermi in una vicenda ancora avvolta dall’incertezza, quale potrebbe essere stato il movente delle due scomparse? 

Il “Ganglio” politico

Onestamente, la versione “ufficiale” data da Accetti risulta la meno credibile. Secondo la sua versione, protagonista di un libro di Fabrizio Peronaci del 2014 “Il Ganglio”, le scomparse sarebbero state organizzate da un gruppo di laici e pochi ecclesiastici per esercitare pressioni sul Vaticano e contrastare la linea anticomunista di Giovanni Paolo II. Accetti in questo scenario si descrive come un esecutore: adescatore, telefonista e partecipante a un’operazione più grande di lui. Questa resta però la sua ricostruzione personale, mai accertata giudiziariamente e già ritenuta inattendibile nel provvedimento di archiviazione del 2015.

L’ipotesi dell’adescamento per conto di terzi

Accetti viene talvolta definito, in modo improprio, «pedofilo». È importante però distinguere le suggestioni televisive dai fatti giudiziari: non risultano procedimenti, indagini o condanne a suo carico per reati di pedopornografia. Anche l’eventuale uso di questa etichetta, è quindi fuorviante. Secondo le recenti ricostruzioni giornalistiche, la Procura starebbe verificando se Accetti fosse inserito in una rete di adulti che avvicinava adolescenti con la promessa di fotografie, filmati o lavori pubblicitari, per poi condurli in abitazioni private o presentarli ad altre persone. In questo scenario, il movente originario non sarebbe politico, ma predatorio; la pista Ağca e le telefonate internazionali sarebbero servite successivamente a coprire la natura reale dei fatti. Si tratta di un’ipotesi investigativa, non di un fatto provato.

Depistaggio per proteggere altri

Accetti potrebbe aver partecipato soltanto alla fase comunicativa: telefonate, lettere, registrazioni e false rivendicazioni. Il movente sarebbe stato allontanare gli investigatori dalla causa reale delle scomparse e proteggere chi aveva materialmente avvicinato o trattenuto le ragazze. In questo caso, l’eventuale identificazione della sua voce proverebbe un ruolo nel depistaggio, non automaticamente nel sequestro.

Copertura di responsabilità personali

La pista politica potrebbe essere servita anche a coprire responsabilità più dirette e personali. Presentarsi come un semplice esecutore di un’operazione più grande permette infatti di ammettere un coinvolgimento limitato, attribuendo però le decisioni principali a mandanti mai identificati. In questo scenario, il racconto del complotto non chiarirebbe i fatti: servirebbe a spostare l’attenzione da ciò che Accetti potrebbe avere fatto personalmente.

L’ipotesi del mitomane

Anche se sembra perdere terreno, l’indagine non può escludere che Accetti abbia ampliato il proprio ruolo anche per bisogno di visibilità e per una componente narcisistica. La sua conoscenza del caso appare profonda e familiari ed ex moglie ricordano un interesse precoce, fatto di lettere e telefonate anonime. Non esistono però riscontri certi che quelle comunicazioni coincidessero con quelle ricevute dalle famiglie, dall’avvocato Egidio o dal Vaticano. Accetti potrebbe quindi essersi inserito nella vicenda dopo aver studiato giornali e pubblicazioni, alimentandola con telefonate e comunicati. In questa lettura, avrebbe provato soddisfazione nel condizionare il racconto pubblico e orientare l’attenzione degli investigatori e dei media. Resta da capire se possedesse informazioni davvero riservate o se abbia costruito il proprio personaggio su materiale già accessibile.

Il Messaggero, 30 luglio 1983.

Il film “In offerta agli Dei”

Sul sito personale di Marco Fassoni Accetti sono raccolte numerose opere cinematografiche e fotografiche. Lavori dotati di una propria ricerca artistica, spesso mostrati in televisione attraverso brevi estratti e utilizzati, spesso in modo riduttivo, per suggerire una presunta natura morbosa o perversa dell’autore.

In realtà, molte di queste opere affrontano temi come la morte, la religione, la violenza e i rapporti di potere, con intenti che sembrano oscillare tra la denuncia e la critica sociale. Alcuni mediometraggi potrebbero inevitabilmente essere riletti alla luce dei fatti criminosi nei quali Accetti ha successivamente dichiarato di essere stato coinvolto. Tra questi, uno appare particolarmente interessante in relazione ai casi Orlandi e Gregori.

Si intitola In offerta agli Dei, dovrebbe risalire al 2010 ed è presentato sul sito attraverso un’immagine della Morte della Vergine di Caravaggio.

Nella parte iniziale, una giovane donna alla fermata di un autobus, viene avvicinata e adescata da un uomo elegante che rappresenterebbe un politico. La ragazza, spaventata, cerca rifugio in quello che sembra essere un commissariato, ma finisce nella trappola di un accordo tra l’uomo e la polizia: in cambio di favori agli agenti, il politico ottiene la possibilità di disporre di lei a proprio piacimento.

Segue una scena nella quale si odono lamenti e rumori che evocano delle sevizie. Per suggestione, il passaggio potrebbe richiamare la tristemente nota “cassetta delle sevizie” collegata al caso Orlandi, anche se non vi sono elementi per stabilire un riferimento intenzionale. Nella sequenza successiva si comprende che la ragazza è stata uccisa. Il politico trasporta il corpo, chiuso in un sacco nero, mentre piange. Poco dopo raggiunge Accetti, che osserva la scena nascosto sotto terra, e lo chiama:

«Cinematografaro? Cinematografaro? Vuoi filmare il corpo di una giovane e bella? Non puoi dì de no».

Accetti filmerà il corpo della ragazza e a sua volta farà la stessa proposta del politico ad un giovane uomo che vive con l’anziana madre.

Questa è soltanto l’inizio di In offerta agli Dei, un’opera dal carattere dichiaratamente artistico, incentrata sulla ritualità e sul sacrificio e carica di richiami simbolici. Resta però una singolare coincidenza tematica tra il mediometraggio e alcune delle ipotesi che sarebbero oggi oggetto di accertamento nell’inchiesta coordinata dal pubblico ministero Stefano D’Arma

Quindi Accetti può davvero andare in carcere?

La notifica di un avviso di garanzia dimostra che la Procura sta svolgendo accertamenti formali nei confronti di Marco Fassoni Accetti, ma non implica che esista già un quadro probatorio sufficiente per arrestarlo o processarlo. Allo stato, la possibilità di una misura cautelare in carcere appare remota: servirebbero gravi indizi di colpevolezza e concrete esigenze cautelari, come il pericolo di fuga o di reiterazione del reato. Esigenze che non risultano finora emerse. Anche l’età di Accetti, 71 anni, renderebbe più difficile disporre la custodia cautelare in carcere, salvo esigenze particolarmente gravi.

L’inchiesta procede rapidamente. Qualora la Procura disponga di perizie, testimonianze o altri riscontri capaci di sostenere le dichiarazioni di Accetti e di individuare eventuali concorrenti oggi ancora ignoti, potrebbe arrivare a chiedere il suo rinvio a giudizio. In assenza di elementi sufficienti, il pubblico ministero potrebbe invece chiedere l’archiviazione, come già avvenuto nel procedimento concluso nel 2015. Uno dei tasselli decisivi resta dunque la prova di un legame documentato tra Accetti ed Emanuela Orlandi o Mirella Gregori. Finché non emergerà che conosceva almeno una delle due ragazze, o che frequentava concretamente i loro ambienti, le telefonate e le sue autoaccuse potranno al massimo suggerire un possibile ruolo nel depistaggio, ma non saranno sufficienti, da sole, ad attribuirgli una responsabilità nell’eventuale omicidio delle due sfortunate giovani.

Nel 2024 Marco Accetti ha scritto sul gruppo Facebook “Vogliamo la verità per Emanuela Orlandi”: «Fu una storia di feroce cinismo e di uso spregiudicato delle persone». La Procura riuscirà ad accertare che si sia trattato veramente di questo?

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  • Pietro Di Dionisio, giornalista per Aise - Agenzia Internazionale Stampa Estero. Autore, chitarrista, appassionato di storia dell'arte, cronaca nera e anni di piombo.

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