Un nuovo testimone irrompe nel caso della morte di Liliana Resinovich: un ex ristoratore afferma che la donna gli avrebbe chiesto dei sacchi neri, tornando a rispolverare cosi la teoria zoppa del suicidio. Eppure non serve essere degli investigatori per rilevare che in queste parole ci sono già due grandi contraddizioni…

Liliana Resinovich.
Ennesimo colpo di scena nel caso Resinovich in quel di Trieste.
Secondo il quotidiano locale, il Piccolo, un ristoratore triestino porta alla luce rivelazioni (un po’ tardive) sui sacchi neri che avvolgevano il corpo della povera Liliana, ritrovata priva di vita il 5 gennaio 2022 dopo ben 22 giorni dalla sua scomparsa.
Nell’articolo, a firma Laura Tonero, si legge che sabato scorso (ndr 22 novembre 2025) il marito di Liliana, Sebastiano Visintin, riceve la visita dell’ex titolare della pizzeria/ristorante il Delfino, Alfonso Buonocuore, che esordisce con la frase “Devo parlarti di tua moglie”. Ancora si legge che Visintin avrebbe registrato tutta la conversazione con il Buonocuore e preannuncia porterà alla mobile in giornata (lunedì 24)
In sintesi, l’ex titolare, dichiara di essere a conoscenza di informazioni forse utili riguardanti i due sacchi neri che avvolgevano il corpo di Liliana, ricordando che tempo prima della scomparsa (non è dato sapere quanto), Resinovich gli aveva chiesto, in due occasioni diverse presso il suo locale “il Delfino”, di vendenderle due sacchi neri e sottolineando di non mettere al corrente il marito della sua richiesta.
Il Buonocore racconta molti altri particolari, nel pezzo del Piccolo, ma a noi son balzati all’occhio soprattutto due che mettono un po’ in discussione la veridicità delle sue tardive dichiarazioni.
Basta andare sull’ormai imprenscindibile gooogle Maps per scoprire che la pizzeria “il Delfino” chiude i battenti prima del luglio 2020, quindi se effettivamente Liliana avesse richiesto due sacchi neri al titolare, o ipotizzava di utilizzarli per altro (il locale è a due passi dalla fantomatica soffitta dello Sterpin) o noi dubitiamo che stesse già elaborando di togliersi la vita con quei due sacchi un anno e mezzo prima.

Scrrenshot da Google Maps del luglio 2020 dove si evince che la pizzeria bar Delfino aveva già chiuso.
A seguito dell’ascolto dell’audio registrato dal Visintin, pubblicato sul sito de “il Piccolo”, scopriamo che Buonocore dice di non ricordare l’anno ma che fosse periodo Covid, poi aggiunge il mese di novembre e 2019 o 2020. Ma allo stesso modo il racconto non può trovare attinenza con la realtà poiché a novembre (o dicembre) 2019 per il Covid in Italia non era ancora stato dichiarato lo stato di pandemia, mentre non poteva essere novembre 2020 perché il locale era stato chiuso ormai da mesi, forse fa un po’ di confusione con i primi mesi del 2020?
L’altra informazione che proprio non ci torna è la descrizione dei sacchi che ne fa il Buonocore che ne conserva ancora un lotto identico nella sua taverna: “non erano quelli che si comperano arrotolati, sono quelli spessi che io comperavo in pacchi grandi da una ditta che mi sembra di Grado, e che vengono venduti ripiegati in quattro” ( piccola curiosità: questa dichiarazione cambia dal formato cartaceo a quello digitale, riducendosi nella definizione).
Siamo andati a controllare i sacchi rinvenuti attorno al corpo di Liliana nella relazione a firma Cattaneo (le foto sono decisamente migliori) ed è chiarissimo che non si tratti della stessa tipologia di sacchi condominiali, in particolare per la confezione: appartengono ad un rotolo, nei bordi superiori è ancora presente la frastagliatura determinata dallo strappo.

Le foto dei sacchi neri nella relazione della prof. Cristina Cattaneo.
Quindi, ennesimo colpo di scena a vuoto, che forse voleva tendere all’ipotesi suicidio ma di fatto crolla su se stessa nel giro di pochi minuti.
Ma ci sarebbe da chiedersi perché, intorno a questa storia emergano a singhiozzo, e con eterno ritardo, personaggi che, o per ingenuità o per distrazione, decidono di rovinarsi la vita. Perché, purtroppo, anche l’ultimo testimone tardivo sarà messo sotto la lente d’ingrandimento degli squali virtuali e forse indagato come il preparatore anatomico Giacomo Molinari. Avrebbe fatto bene a seguire il consiglio che gli diede informalmente un suo amico carabiniere: di starsene fuori da questa storia.
Speriamo non diventi la prossima vittima di un caso, che anche a tirarlo per i capelli, non ci entra proprio nella scatola con su scritto “suicidio”.





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