Caso Simona Cinà: silenzi, anomalie e il sospetto del GHB

Scritto da: Federico Carbone
16 Agosto 2025

La morte di Simona Cinà, ventenne pallavolista trovata senza vita in piscina a Bagheria durante una festa di laurea, continua a sollevare interrogativi inquietanti. Dopo l’autopsia che ha confermato l’annegamento, restano i 50 minuti inspiegabili, i silenzi dei presenti e alcune anomalie nella scena. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti spunta quella del GHB, la cosiddetta “droga dello stupro”, che potrebbe essere stata somministrata alla giovane senza che lei ne fosse consapevole…

Simona Cinà.

Certe storie cominciano con un rumore, un grido, un tonfo. Questa no. Questa inizia in un silenzio che sembra calato apposta, come un telo pesante buttato sopra una scena per nascondere quello che è successo. È la notte tra il 1° e il 2 agosto 2025, a Bagheria, provincia di Palermo. In una villa affittata per una festa di laurea, la musica è già calata, gli invitati si sono ridotti a una ventina. Qualcuno raccoglie bicchieri, qualcuno spegne le luci. L’acqua della piscina, due metri di profondità e poco più in larghezza, è ferma. Dentro, supina, c’è Simona Cinà. Venti anni. Pallavolista, atleta, nuotatrice forte. Troppo forte per finire così.

Quando i familiari arrivano, chiamati alle 4:54 da uno dei presenti che dice “sta male”, si trovano davanti qualcosa che non si aspettano. Nessun caos, nessun segno di una festa con ottanta persone. Bicchieri, piatti, bottiglie, torta: spariti. I bagni già puliti. L’unica cosa visibile a bordo piscina sono alcune bottiglie d’acqua. Nessuno tra i presenti si alza per parlare, per spiegare. Nessuno che guardi negli occhi. La madre e i fratelli la trovano già morta, coperta, stesa vicino all’acqua. Ed è il primo momento in cui sentono che c’è qualcosa di stonato, che la realtà che si troveranno a ricostruire non sarà mai lineare.

I cinquanta minuti del mistero

Le ricostruzioni temporali sono precise: alle 3:20 un’amica la saluta, Simona balla vicino alla consolle, sobria, sorridente, lucida. Poi un buco. Cinquanta minuti in cui sparisce dalla percezione di tutti. Alle 4:10 la chiamata al 112: è in acqua, priva di sensi. Quel vuoto temporale diventa il cuore dell’inchiesta. Perché in quei cinquanta minuti può essere accaduto tutto. Un malore. Un incidente. Oppure qualcos’altro.

I familiari parlano subito di cose che non tornano. La sparizione della maglietta e della gonna che indossava. Restano solo le scarpe. Pensano a un tentativo di far sparire prove. La Procura di Termini Imerese, giorni dopo, dirà che i vestiti sono stati sequestrati dai carabinieri e che non c’è stata nessuna alterazione della scena. Anzi: bicchieri e bottiglie c’erano, vicino al bancone-bar, quando i militari sono arrivati. Ma quella notte, per chi entra da fuori, la sensazione è di un palcoscenico già smontato, in fretta.

L’arma silenziosa: il sospetto del GHB

Ci sono tre ipotesi sul tavolo: malore improvviso, incidente con trauma, intossicazione da alcol o droghe. È quest’ultima, inevitabilmente, che accende i sospetti più cupi. Perché Simona non usava droghe, non abusava di alcol. Era un’atleta, controlli medici periodici, una vita ordinata. Se nel suo corpo dovessero trovare qualcosa, significherebbe che gliel’hanno messa qualcuno a sua insaputa. È qui che entra in scena il GHB. In Italia lo chiamano “droga dello stupro”. Chimicamente è acido gamma-idrossibutirrico, un depressore del sistema nervoso centrale. Inodore, incolore, si scioglie in un drink senza che chi lo beve possa accorgersene. Bastano 15, 20 minuti perché faccia effetto: abbassamento della vigilanza, sonnolenza, perdita di coordinazione, amnesia anterograda. In dosi più alte, coma. Associato all’alcol, moltiplica il rischio di depressione respiratoria e arresto cardiaco.

Chi lavora in criminologia e medicina legale lo conosce bene: il GHB è l’arma silenziosa dei drug-facilitated crimes, i reati in cui la vittima viene resa inerme senza lasciare segni di violenza. Il problema per gli investigatori è che il GHB è già presente in tracce nell’organismo umano e viene metabolizzato rapidamente. Nei manuali si insegna che il tempo utile per rilevarlo nel sangue è di 6-8 ore, nelle urine 12-24 ore. Passato quel tempo, restano solo indizi indiretti o la parola delle vittime, quando sopravvivono. Qui, l’autopsia è stata disposta entro cinque giorni e i campioni biologici — sangue, urine, contenuto gastrico — sono stati refrigerati. Questo aumenta la possibilità di rilevare residui, ma il margine non è infinito. Per questo la Procura ha disposto analisi tossicologiche a spettro completo, che includono non solo GHB e GBL, ma anche benzodiazepine, ketamina, cannabinoidi sintetici, oppiacei, cocaina, MDMA, LSD. Perché il “knockout chimico” può arrivare da più di una sostanza.

Eppure, senza un riscontro di laboratorio, il sospetto resta sospetto. Nessun testimone dice di aver visto qualcuno armeggiare attorno al bicchiere di Simona. Nessun video mostra movimenti strani. Ma la dinamica — lucida fino alle 3:20, morta meno di un’ora dopo, senza segni di lotta — è compatibile con l’azione rapida di una sostanza del genere. Non è la sola spiegazione possibile, ma è una spiegazione coerente con ciò che non c’è: nessuna patologia, nessun trauma grave, nessun segno di aggressione.

L’autopsia e l’attesa dei risultati

L’autopsia, fatta il 7 agosto al Policlinico di Palermo, conferma la morte per annegamento: acqua nei polmoni, quindi era viva quando è finita sott’acqua. Esclude malformazioni cardiache, infarto, aneurismi rotti. Nessuna frattura, nessuna lesione interna significativa. Un piccolo livido sulla nuca, insufficiente per spiegare una perdita di coscienza prolungata. E qualche ecchimosi sullo sterno, compatibile con le manovre di rianimazione. Niente segni di violenza sessuale. Niente colluttazione. Rimane aperta la domanda: cosa l’ha portata a non riuscire a salvarsi in due metri d’acqua?

I test tossicologici richiederanno 30-45 giorni. Nel frattempo, i carabinieri sequestrano bottiglie, bicchieri, indumenti, teli mare, il cellulare e lo zainetto di Simona. Verranno cercati residui chimici, tracce biologiche, impronte digitali. Perché basta un bicchiere con GHB per cambiare la qualificazione giuridica da incidente a reato doloso. Ma per ora non ci sono indagati, e la Procura mantiene il fascicolo per omicidio colposo contro ignoti. L’ipotesi ufficiale più forte resta quella di un malore o incidente senza dolo.

Eppure, il vuoto di quei cinquanta minuti resta lì, immobile, come l’acqua della piscina dopo la tragedia. I familiari hanno piena fiducia negli inquirenti, ma vogliono sapere. Vogliono capire se quella notte sia stata solo una fatalità o se, in quel bicchiere, ci fosse la mano invisibile di qualcuno. E finché i risultati di laboratorio non arriveranno, nessuno potrà dire se dietro la morte di Simona Cinà ci sia stato solo il caso o l’ombra silenziosa di una sostanza capace di spegnere una vita senza lasciare un graffio.

Articoli collegati
↪ Simona Cinà, il corpo rinvenuto supino e l’ora mancante: una morte sospetta

©Riproduzione riservata

sostienici!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

sostienici ora!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

Autore

Autore

  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

condividi

tag dell’articolo

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *