Catherine Skerl: un delitto senza colpevoli da oltre 40 anni – Parte II

Scritto da: Maria Cristina Caponi
25 Settembre 2025

Il 21 gennaio 1984 la diciassettenne Katty Skerl viene trovata senza vita in un vigneto di Grottaferrata. Un delitto efferato rimasto per decenni senza colpevoli certi, tra false piste, intrighi che toccano il Vaticano, servizi segreti e la Banda della Magliana. Nel 2022 la vicenda si arricchisce di un dettaglio inquietante: la bara della ragazza è scomparsa dal cimitero. Il caso resta aperto e le domande senza risposta…

Catherine Skerl.

Nell’aprile 1984 gli inquirenti credono di aver risolto il caso, arrestando il ventiduenne Maurizio Giugliano di Trastevere, passato alla storia con il soprannome de Il lupo dell’Agro Romano. Giugliano è affetto da comprovati problemi psichiatrici e ha alle spalle una storia personale segnata dal degrado più totale. Per via di un modus operandi che include lo strangolamento e la copertura del volto con sassi e terra, gli vengono inizialmente imputati gli omicidi di sei donne, oltre a quello della Skerl: Thea Stroppa, Luciana Lupi, Lucia Rosa, Giuliana Meschi e la pittrice Fernanda Durante. Alla fine, verrà condannato solo e soltanto per la morte della commessa Giuliana Meschi, avvenuta a Sabaudia. E, allora, perché era stato messo in correlazione con l’omicidio di Grottaferrata? Un testimone riferisce di aver visto Katy salire sulla vespa di Giugliano. Quel testimone si sbaglia, nonostante Giugliano abbia effettivamente una vespa e sia solito dare passaggi a chi chiede l’autostop. Non è Katy, non può essere lei.

Con il passare dei giorni, delle settimane e dei mesi, il nome di Katy Skerl svanisce dalle pagine di cronaca nera dei quotidiani nazionali e la sua tragica fine rimane uno dei tanti delitti senza soluzione che costellano la nostra storia. L’uscita nel 2006 del libro-inchiesta Dodici donne un solo assassino firmato dal magistrato Otello Lupacchini e dal giornalista Max Parisi fa sì che si torni a parlare – seppur fugacemente – di Katy. Dopo aver studiato approfonditamente la scomparsa e la morte di dodici ragazze romane (tra le quali Simonetta Cesaroni) avvenute tra il 1982 e il 1990, la coppia di autori congettura che dietro a queste storie ci sia la mano dello stesso misterioso deus ex machina: un serial killer noto come “L’uomo dell’Avon” o “Uomo della Ferrari” che abbia abbordato le sue vittime con la scusa di proporle un lavoretto part-time per la nota casa di cosmetici. Lupacchini e Parisi sono i primi in assoluto a collegare le sparizioni di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi con il cold case Skerl. E, non saranno i soli.

Le teorie di Marco Fassoni Accetti e i collegamenti vaticani

Ma, a trascinare la storia di Katy Skerl fuori dall’oblio sono le dichiarazioni di Marco Fassoni Accetti (classe 1955), il fotografo che da marzo 2013 si si è autodenunciato per il sequestro Orlandi e Gregori. È anche “L’uomo del piffero”, ovvero colui che ha permesso di rintracciare il flauto appartenuto a Emanuela, successivamente ritenuto autentico dalla famiglia Orlandi. Nel dicembre del 1983 il suo nome era già stato associato a una storia cruenta, essendo lui l’autore della morte di José Garramon, il bambino di dodici anni figlio di un funzionario uruguayano dell’Ifad (agenzia delle Nazioni Unite) travolto dal suo furgone nella pineta di Castelporziano. Arrestato e processato per omicidio volontario, scontò solo due anni e due mesi di carcere per omicidio preterintenzionale.

Tornando alle dichiarazioni del 2013, Accetti asserisce di esser stato arruolato a fine anni Settanta in un “nucleo di controspionaggio” formato da religiosi francesi e lituani, oltre che da membri dei servizi segreti e della Banda della Magliana. Il fotografo confessa di essere stato avvicinato grazie alla conoscenza di monsignor Pierluigi Celata, suo confessore al collegio San Giuseppe De Merode a Roma. Lo scopo di questo gruppo di intelligence era quello di attuare “azioni di pressione” nell’ambito di presunte lotte di potere in seno al Vaticano. Quelli della Orlandi e della Gregori, secondo il telefonista (nome in codice L’Amerikano), furono dei “sequestri simulati” attuati per proteggere il dialogo tra Santa Sede e Paesi del Patto di Varsavia. L’obiettivo consisteva nello spingere il Lupo Grigio Ali Agca – attentatore di papa Giovanni Paolo II – a ritrattare le accuse di complicità nel tentativo criminoso di assassinare il Pontefice rivolte ai bulgari. Ma, le trattative fallirono miseramente.

Riguardo alla Skerl, all’epoca dell’omicidio Accetti si trovava in cella per la morte del piccolo Garramon, sopra menzionato. Eppure, non lesina indiscrezioni: attribuisce l’omicidio della diciassettenne alla “fazione opposta” alla sua, composta da laici ed ecclesiastici in stretta relazione con la massoneria (i cosiddetti “falchi” e “colombe”). Grottaferrata è stata scelta come teatro dell’orribile massacro non a caso, ma perché veicolo di una serie di messaggi in codice, che confermerebbero la paternità del delitto ad ambienti contrapposti a quelli intorno a cui gravitava Accetti. Trattasi, insomma, di una vera e propria vendetta trasversale per far smettere Accetti e la sua combriccola di inscenare ricatti e giochi sporchi.

La domanda sorge spontanea: cosa c’era negli anni ’80 di così significativo a Grottaferrata? Nel comune dei Castelli aveva sede l’associazione Pro Fratribus fondata dal vescovo cecoslovacco Pavol Hnilica, un gesuita sempre in prima fila nella battaglia anticomunista e, per di più, caro amico di Wojtyla. La missione di Pro Fratribus era quella di inviare fondi in Polonia a favore del sindacato dei Solidarnosc, tramite i finanziamenti dell’Istituto per le Opere di Religione (IOR) presieduto dell’arcivescovo statunitense Paul Marcinkus. Sempre a Grottaferrata vi era poi la villa dell’avvocato Umberto Ortolani, eminenza finanziaria della loggia P2 e uomo di fiducia della controparte di Accetti.

A ciò si aggiunga, sempre secondo il fotografo, che Katy sarebbe stata scelta dalla fazione opposta anche per altre ragioni simboliche. In primis, per lo stile sex-exploitation del padre regista, poi per l’essere inscritta alla FGCI e per il fatto di frequentare il Liceo Giulio Romano, che poco dista dal convitto dell’Orlandi a Prati. Sulle colonne del «Corriere della Sera» di sabato 11 gennaio 2014 Accetti afferma inoltre che «A noi interessava una ragazza straniera che si chiamasse Caterina, requisito indispensabile per poter ricattare monsignor Marcinkus». Perché proprio Caterina? È presto detto: era nota a tutti la passione dell’alto prelato per la diva francese Catherine Deneuve, sua attrice preferita. Per questo motivo, due giorni prima di essere arrestato per l’omicidio Garramon, Accetti e la sua banda fermano su via Nomentana una ragazza straniera di nome Caterina Gillesbie (come figura agli atti). La giovane esca avrebbe dovuto intentare false accuse contro Marcinkus, colpevole di incontri clandestini con minorenni in una villa prossima alla stazione di San Pietro. Tuttavia, questo raggiro muore sul nascere.

Adesso facciamo un piccolo passo indietro. Prima che Accetti si autodenunci, nel marzo del 2013 due buste identiche vengono recapitate al domicilio di Raffaella Monzi, amica di Emanuela, e a quello di Antonietta Gregori, sorella di Mirella. Entrambe contengono una lettera in caratteri runici che recita: «Non cantino le due belle more per non apparire come la baronessa e come il ventuno di gennaio martirio di S. Agnese con biondi capelli nella vigna del Signore». La missiva non è sola, ma contiene anche degli allegati: un lembo di tessuto rosso, del terriccio, una ciocca di capelli biondo-castani e un negativo fotografico. Forse è proprio quest’ultimo il dettaglio più macabro poiché riproduce un teschio con su scritto il nome Eleonora, fotografato nella Chiesa della Morte in via Giulia, dove vi sono le spoglie dei cadaveri abbandonati nell’800. Potrebbe alludere a quella Eleonora a conoscenza di fatti relativi all’operazione Orlandi-Gregori? Suggestioni, come pure gli altri velati riferimenti contenuti nel biglietto.

Innanzitutto, le due belle more potrebbero essere Emanuela e Mirella, mentre la baronessa evoca la figura della nobildonna Jeanette de Rothschild, il cui scheletro fu rinvenuto accanto a quello della sua segretaria e interprete Gabriella Guerin il 27 gennaio del 1982 sui monti Sibillini, nelle Marche. Stando alle confessioni di Accetti, la Baronessa sarebbe stata una possibile pedina da mettere in campo per frenare i finanziamenti in Polonia di papa Wojtyla attraverso false accuse di molestie, sempre all’indirizzo del monsignor Marcinkus. Pure questo progetto non fu mai messo in atto. E ora veniamo alla parte che riguarda Katy Skerl. In primo luogo, il riferimento alla data dell’omicidio di Caterina, ossia quel 21 gennaio che coincide sul calendario con la celebrazione di Santa Agnese, morta illibata (un cenno al fatto che la Skerl non fu violentata?). Secondo poi abbiamo i “biondi capelli”, esattamente dello stesso colore di quelli della diciassettenne, e la “vigna del Signore”, vale a dire il vigneto di Grottaferrata dove è stato ritrovato il corpo esanime della Skerl. Un navigare sull’abisso in una rete di rimandi difficile, se non quasi impossibile, da districare.

In aggiunta alle “verità” professate da Accetti, un’altra voce prende la parola, accennando a una singolare coincidenza rimasta fino allora taciuta («Corriere della Sera» di lunedì 20 gennaio 2014). Si tratta di una ex compagna di scuola di Katy. Il ricordo risale all’anno accademico 1980-1981, quando tra i banchi della I B del liceo artistico Giulio Romano prende posto anche la matricola Snejna Vassilev, figlia di Zhelio, il funzionario dell’ambasciata poi finito sotto processo come complice di Alì Agca. Gli altri due esponenti della triade bulgara sono: Sergej Antonov, il caposcalo della Balkan Air, e il cassiere della delegazione diplomatica Todor Aivazov. Ovviamente a seguito dello scandalo, Snejna e il resto della famiglia abbandonano la casa romana in via Galiani e fanno di fretta le valigie per tornare di corsa in patria. È plausibile che la stessa Katy abbia frequentato l’abitazione della sua coetanea presso il quartiere Fleming.

Sempre nel 2014, una conoscente di Catherine confessa al giornalista Fabrizio Peronaci le preoccupazioni della ragazza, quando nel settembre 1983 (4 mesi prima dell’assassinio) davanti al suo palazzo appare una scritta a caratteri cubitali tracciata con il gesso sull’asfalto: «Due parole: “Ti uccideremo”. Ne rimasi molto turbata. Dopo che Katy fu assassinata andai a verificare, sotto casa sua, e la scritta sul muro esterno c’era ancora» («Corriere della Sera» di Venerdì 19 settembre 2014). A detta dell’amica, la Skerl in quei giorni teme che la frase intimidatoria sia indirizzata proprio a lei. Di questa inquietante minaccia, purtroppo, non si ha nessuna riprova. Eppure, neanche questa pista è stata tralasciata, tanto che alcuni uomini – giovani negli anni ’80 – sono stati sentiti sui fatti, ipotizzando che il messaggio potesse magari essere opera del gruppo neofascita Il panico, allora operativo nel quartiere Trieste. E siamo così al movente politico. D’altronde, in quella stagione il clima era ancora alquanto di “piombo”.

La scomparsa della bara e le lettere anonime

Poi, l’8 settembre 2015, sul suo blog Accetti sgancia la bomba: la bara di Katy è stata sottratta, lasciando un “cenotafio vuoto”, come recita il titolo del suo post online. Secondo il fotografo, la sepoltura è stata profanata dai responsabili dell’omicidio nel timore che Accetti potesse fare in Procura nomi e cognomi degli esecutori. Ma, c’è dell’altro. Il trafugamento della bara e del corpo della giovane è avvenuto con l’intento di occultare la prova del nesso tra il caso Skerl e quello Orlandi-Gregori. Accetti precisa: «Quando la Skerl fu vestita per essere deposta nella bara, era presente una ragazza che, spacciandosi per parente, insistette per assistere alla preparazione del feretro. Costei ravvisò un certo elemento indosso alla Catherine, e tale dettaglio fu usato in un comunicato del 1984, ed attribuito alla Orlandi». Per sottrarre furtivamente le spoglie mortali della povera Katy, la fantomatica banda citata da Accetti simula una riesumazione in piena regola a opera di falsi addetti cimiteriali. Dopo aver prelevato il feretro dal loculo, la combriccola criminale ha diligentemente richiuso il fornetto stuccando in maniera posticcia il muro. Al suo interno, in un angolo buio, è rimasta soltanto una maniglia svitata dalla cassa con il volto a forma d’angelo. Vi starete chiedendo quale è questo elemento che potrebbe svelare il collegamento tra le tre ragazze? Trattasi della camicetta bianca indossata dalla salma sotto un maglione anch’esso di colore bianco. In particolare, a essere sotto esame è l’etichetta Frattina 1982 applicata sul collo. “Frattina 1982” è una delle sette frasi (mai decrittate dagli inquirenti) scritte in un italiano sconnesso, contenuta nella lettera del 22 novembre 1984 recapitata per posta alla redazione milanese dell’Ansa, a firma del sedicente Fronte Liberazione Turco Anticristiano Turkesh.

La lapide di Catherine “Katty” Skerl.

Accetti afferma di sapere dove i ladri sacrileghi hanno celato al mondo il loro bottino e di poterlo tranquillamente riportare ai magistrati («Corriere della Sera» di mercoledì 9 settembre 2015). Il procuratore Giuseppe Pignatone però, in disaccordo con il procuratore aggiunto Giancarlo Capaldo, non ritiene il supertestimone attendibile e parte così un’indagine per calunnia e autocalunnia ai danni di Accetti. La parola fine alla questione del “cenotafio vuoto” viene posta dall’accoglimento della domanda di archiviazione dell’inchiesta da parte di Pignatone.

Più che fine, sarebbe meglio dire “senza fine”, perché sette anni dopo la chiusura dell’indagine, nell’estate del 2022, il pm Erminio Amelio (fratello del regista Gianni) accoglie l’esposto della legale Paola Chiovelli su mandato della cugina di Katy, Laura Mattei. Il Pubblico Ministero decide di avvallare un sopralluogo al Cimitero Monumentale di Roma per accertare una volta per tutte la veridicità delle dichiarazioni rilasciate da Accetti. E la scoperta è quella da lasciare di stucco: la cassa di legno contenente il corpo di Catherine effettivamente non c’è più. «Sottoposto a sequestro penale» recita il foglio posto accanto alla lapide. Ha inizio così una nuova inchiesta (fascicolo n. 94315/2022) diretta da Amelio per sottrazione di cadavere. Poco dopo la presa di coscienza che i resti umani di Katy sono spariti, ha luogo un altro colpo di scena. Il 1° agosto 2022 gli studios di Cinecittà vanno a fuoco. L’intera scenografia del film Habemus Papam di Nanni Moretti diviene polvere, compresa la facciata di legno e cartapesta della basilica di San Pietro. Peccato che, secondo Accetti, proprio in cima a una delle colonne era stata nascosta la camicetta di Katy. Sì, proprio quella con la fantomatica etichetta “Frattina 1982”. L’incendio è stato forse appiccato per distruggere una prova così scomoda? Se fosse un film, la risposta sarebbe di certo “sì”.

Nel frattempo, nei due anni d’indagine del pm Amelio, è stato attenzionato anche l’agente di polizia Stefano Coccia, oggi cinquantaduenne che all’epoca dei fatti narrati ne aveva appena compiuti undici. Il teste riferisce che a fine 1983 fu fermato da Accetti in veste di talent scout e da una giovane e minuta biondina davanti alla gioielleria di suo padre, in Corso Vittorio Emanuele. In quell’occasione, l’uomo avrebbe irretito il minore con la proposta di un servizio fotografico in cambio del numero telefonico. Spostiamo per un attimo l’attenzione da Accetti alla “biondina” in sua compagnia: secondo Coccia si tratterebbe proprio di Katy Skerl, impiegata dal fotografo per aiutarlo negli adescamenti.

Queste dichiarazioni stridono con quanto affermato dallo stesso Coccia il 30 marzo 1984 presso il Nucleo Operativo e Radiomobile di Ostia Lido, dichiarazioni che riguardano l’incontro con Accetti. Quel giorno racconta ai Carabinieri di essere stato fissato con insistenza da un individuo (identificato poi in Accetti), che alla fine si era allontanato senza rivolgergli la parola. L’azione ha luogo nel 1982 nei pressi di Piazzale Enrico Dunant n. 23-25 dove la madre possiede un salone di bellezza. In quella circostanza, il bambino nota di aver perso l’agendina con i suoi dati personali, compreso il numero di telefono e l’indirizzo. Pertanto, quando il telefono squilla e una voce maschile chiede di lui per poi immediatamente riattaccare, Stefano fa 2 + 2 e crede che si tratti della stessa persona incrociata a Piazzale Dunant. Più avanti nel corso del procedimento relativo alla morte del piccolo Garramon, il quattordicenne Coccia riferisce alla Corte la versione attuale, che trasferisce l’incontro tra i due, più la sconosciuta biondina, in zona Vittorio Emanuele. La diciasettenne Katy e il ventisettenne Accetti davvero si conoscevano e facevano scorribande insieme nel centro di Roma? Resta il dubbio.

Nuove testimonianze e sviluppi investigativi recenti

Nel 2023 sembra esserci una svolta riguardo la sottrazione dei resti umani di Katy. Inizia a farsi largo il nome di un certo Marco Conocchia, responsabile di aver depredato il cimitero del Verano di oltre 358 foto di giovani donne decedute e non solo. Nella sua abitazione, le forze dell’ordine trovano anche le ceneri della ventiseienne Elena Aubrey, deceduta nel 2018 a causa di un incidente mentre percorreva l’Ostiense in sella alla sua moto. Le accuse mosse contro di lui spaziano da vilipendio di cadavere a violazione di sepolcro e sottrazione, fino alla più grave: distruzione e occultamento di cadavere. Già nel 2010 Conocchia era stato preso con le mani nel sacco, mentre munito di cacciavite si impossessava di 4 foto. Al termine del primo processo, tenutosi nel 2014, fu condannato a 8 mesi per furto. Ma, di Katy non vi è nessuna traccia nella sua macabra collezione.

Il 2023 vede anche il ritorno sulle scene dell’ex fidanzatino Morini e del suo libro Ragazze perdute. Gli ultimi giorni di Katy Skerl, scritto a quattro mani con il fratello Max. Tra le tante domande e nessuna risposta sull’efferato delitto della sua prima ragazza, a destare attenzione sono i paragrafi estrapolati dai diari di Katy, ritrascritti dall’autore. E poi vi è anche la famosa telefonata ricevuta all’una di notte di quel fatidico giorno di quaranta anni fa a casa Morini. Come preannunciato sul «Corriere della Sera», Francesco ricorda un particolare degno di un film horror alla Dario Argento con il telefono che squilla in piena notte, la madre assonnata che va a rispondere e la voce di una giovane che per tre volte pronuncia disperata la parola “Aiuto”. Eppure, l’autopsia ha stabilito l’ora del decesso prima della mezzanotte: ergo, non poteva essere Katy.

Una nuova singolare coincidenza viene portata alla ribalta da Alberto Fittarelli, coadiuvato da Paola Bonizzato per la ricerca d’archivio, sul sito «sedicidimarzo.org». Fittarelli lancia una suggestione, collegando il delitto Skerl al rapimento dell’onorevole Aldo Moro. Documenti alla mano, l’autore è in grado di provare che la mattina del 16 marzo 1978 la nonna paterna di Katy, la sessantenne Eleonora Skerl, è affacciata al balcone del suo palazzo in via Stresa 96 quando incappa nella Storia con la S maiuscola. Dalla sua abitazione, la signora assiste impotente alla vista dell’auto di Moro e della sua scorta intercettata e bloccata in via Mario Fani da un commando delle Brigate Rosse. Tre ore dopo la strage, la donna – ancora molto scossa – testimonia quanto ha visto con i suoi occhi agli uomini della Digos. Dal verbale si evince che: «Dopo i primi 2-3 colpi c’è stata una pausa di qualche secondo, subito dopo è seguita una nutrita serie di colpi da sparo (…) Dalla parte di via Stresa ho notato alcune persone che correvano verso il luogo della sparatoria e subito dopo ho visto una macchina di colore scuro che a gran velocità si allontanava in direzione di via Stresa, verso via Trionfale». Chissà, è possibile che sei anni dopo l’agguato di via Fani, la giovane militante di sinistra sia rimasta così impressionata dai racconti della nonna da compiere delle indagini per conto proprio, venendo a conoscenza di segreti molto più grandi di lei. Suggestivo, ma improbabile.

Ultimo aggiornamento in ordine cronologico riguardo al furto della bara di Katy, proviene dalla pagina Facebook della cugina Laura. Il 23 giugno scorso sulla piattaforma Meta ringrazia tutti coloro che hanno risposto a un suo precedente appello sui social in cui chiedeva agli utenti se qualcuno fosse in grado di riconoscere un volto familiare tra quelli di tre donne e quattro uomini, tutte morte da tempo. Con questo misterioso rebus, Mattei sperava di fare un passo in avanti nell’individuazione del colpevole, ma così non è stato.

Ricapitoliamo in sintesi, il perché del misterioso rebus. Era avvenuto che un suo amico in un mercatino dell’usato aveva trovato all’interno di una cornice a giorno una serie di scatti fotografici raffiguranti Katy e altri defunti in modo violento, tumulati a poca distanza da quel famoso riquadro 115, n° 84, Fila 2 del Verano dove avrebbe dovuto riposare Catherine per il resto dell’eternità. Grazie al popolo di Facebook, Laura ottiene nel giro di qualche settimana la risposta che cerca: negli anni ’80, nella capitale un gruppo di persone accomunate dall’aver perso un caro in tragiche circostanze si riuniva con l’aspirazione di ascoltare le anime dei defunti sfruttando le onde radio. Questo fenomeno prende il nome di metafonia (conosciuto anche come EVP electronic voice phenomena). In Italia, il caso più risaputo è quello del Cerchio Firenze 77, costituitosi intorno al medium Roberto Setti. «Come mi ha suggerito la parente di una delle persone ritratte, il gruppo deve essersi sciolto e disfatto di tutto quanto lo riguardava, probabilmente tramite uno “svuota cantine”, e quanto poteva essere riciclato è stato messo in vendita, tra cui le famose foto, che non erano importanti in sé, bensì per le cornici a giorno e, sì, il ritrovamento è stato solo una incredibile coincidenza» scrive Laura sul suo profilo. Almeno questo arcano è stato svelato, quantunque resti sempre da spiegare chi e per quale ragione abbia portato via di nascosto la salma di Katy.

Teorie alternative e conclusioni

Ora tralasciando il fil rouge del minimo comun denominatore che lega Vaticano, criminalità e politica, la tesi più interessante è quella formulata da Rossella Pera nell’articolo Katty Skerl, gli amori e i soliti noti («lagiustizia.net» del 27 dicembre 2023 poi aggiornato il 17 gennaio 2024) e riguarda Marco U., quel possibile fidanzatino pre-Morini. L’iniziale del cognome dovrebbe stare per Urbani, proprio come quel Gianfranco Urbani, detto Er Pantera (Er Puma nella serie televisiva diretta da Stefano Sollima), membro della Banda della Magliana. Fu proprio lui a stringere l’accordo con il narcotrafficante orientale Koh Bak Kin, che permise alla banda di procedere a vele spiegate nel mercato romano dell’eroina e della cocaina. Sarà arrestato solo nel 1998, dopo 7 anni di latitanza, all’aeroporto di Fiumicino con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti sulla tratta balcanica. Pera ipotizza che Katy in qualche modo sia entrata in contatto con il presunto zio di Marco e, mossa dai suoi alti ideali, abbia cercato di alzare un polverone contro chi vendeva droga ai suoi amici o li utilizzava come pusher. Per questo motivo, qualcuno l’ha messa a tacere per sempre. A suffragare questa tesi, la lite piuttosto accesa che la diciassettenne ha la sera prima del suo omicidio con i proprietari di un bar accanto alla fermata della metro Lucio Sestio, la stessa dell’appuntamento di Angela e Katy. Un’argomentazione poco strabiliante rispetto a quelle della cosiddetta Vatican Connection, ma più plausibile. Per di più Marco U., presunto nipote di Er Pantera, potrebbe essere il Marco del graffito rinvenuto ultimamente nella tromba dell’ascensore in via Isidoro Del Lungo, dove la giovane abitava. Sì, perché i nomi in stampatello nero di “Marco” e “Kathy” appaiono sul muro tra il primo e il secondo piano e, sotto i due nomi, vi è la lettera di A come Anarchia, incorniciata da un cerchio. Qualcosa di simile si trova tra il secondo e il terzo piano: qui, al posto dei nomi, abbiamo le iniziali K e M all’interno di un cuore. Saranno scritte autentiche di 41 anni fa? Solo una perizia potrebbe confermalo.

Questa storia è ancora ben lungi dall’avere una conclusione perché come sentenzia Paolo Stoppa nelle vesti di Papa Pio VII (toh, un altro Papa) ne Il Marchese del Grillo di Mario Monicelli: «La giustizia non è di questo mondo, ma dell’altro». La speranza è che per una volta, in un immediato futuro, la giustizia degli uomini e non solo quella divina prevalga. Lo dobbiamo a Mirella, Emanuela e a Katy.

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  • Laureata in DAMS, ha scritto di cinema per diverse testate cinematografiche. Ha esplorato il mondo della comunicazione in tutte le sue sfaccettature, occupandosi anche di eventi, copy writing e web marketing. La passione per i cold case, l'ha condotta ad approfondire la cronaca nera della capitale.

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