L’assassinio di Charlie Kirk il 10 settembre 2025 ha scosso gli USA e diviso i social. Mentre l’FBI diffondeva immagini sfocate del sospetto, utenti online le hanno “migliorate” con l’intelligenza artificiale, creando informazioni false. Le fake news sono dilagate, complicando le indagini e costringendo le autorità a intervenire con prove più chiare…

Charlie Kirk durante un comizio.
10 settembre 2025 – Charlie Kirk, giovane attivista conservatore statunitense, è sul palco della Utah Valley University, davanti a lui oltre tremila persone. Figura controversa, figlio di una politica sempre più polarizzata e divisiva. Sono note le sue posizioni estremiste su alcuni dei temi più cruciali della società, l’aborto, per lui un olocausto di vita ma anche immigrazione, armi, vaccini.
Il suo tour, chiamato American Comeback Tour, è pensato per radunare sostenitori e discutere di temi politici scottanti. Durante la sessione di domande e risposte, un partecipante chiede il parere di Kirk sulla violenza armata e sulle stragi che fanno piombare gli Stati Uniti in una valle di sconforto e impotenza. Subito dopo le ultime due parole di Kirk “gang violence”, un rumore secco arriva dalla folla, poi una ferita sul collo e del sangue, copioso, che si riversa sulla sua maglietta bianca con la scritta “freedom”.
Il colpo, partito da un tetto vicino, viene da un tiratore che si è appostato con un fucile di precisione. La folla entra nel panico e scappa mentre Kirk viene trasportato d’urgenza in ospedale dove muore all’età di trentun anni.
I Social e la diffusione
I video della morte di Kirk si diffondono in tutto il mondo, la sua fine ora è in pasto ai leoni da tastiera, ai critici, ai politici, agli attivisti di ogni fronte, ai complottisti. Poche ore e iniziano ad emergere le prime teorie cospirative sugli attentatori. In un mondo sempre più polarizzato possiamo semplificare, e tanto. Possiamo navigare tra esultanze da stadio, ironia e lectio magistralis sull’importanza della democrazia e della non violenza. Chi era Kirk se non un estremista di destra antiabortista? Chi era Kirk se non un padre e un marito? Una pittura senza sfumature, divisa tra bianco e nero.
Kirk diventa allora l’oggetto divisivo del contendere politico: spersonalizzato del suo lato umano, egli stesso rappresenta la violenza di un’intera politica oppressiva o voce sincera di un mondo in decadenza in cerca di tradizione e punti fermi. La sua morte divide il pubblico in chi accoglie la sua scomparsa con un senso di liberazione e riscatto e chi aspira alla vendetta, alla rivolta.
Siamo in un conflitto e molto prima che questo raggiunga qualsivoglia spazio fisico, la guerra è sul terreno social. Lo si ascolta già nelle parole della vedova di Kirk: “Non avete idea di cosa avete scatenato nell’intera Nazione. Non avete idea! Non avete idea del fuoco che avete acceso in questa moglie. Le lacrime di questa vedova risuoneranno come un grido di battaglia”.
Un linguaggio bellico che ci permette di entrare nel conflitto e disumanizzare il nemico. Il linguaggio bellico che ci permette di incarnare i nemici in simboli da abbattere senza alcuna empatia. Possiamo gioire della loro morte e ridere con indifferenza scrollando un video. In questo contesto si svolgono le operazioni degli investigatori per individuare il killer.
I problemi generati dall’IA sul caso
Capire il contesto di riferimento ci aiuta a comprendere il bug sociale di cui vi sto per parlare. Il terreno dei social, le piattaforme, sono spazi nei quali riversare la foga, il sostegno incondizionato, la devozione. Ognuno vuol dire la sua, ognuno vuole essere partecipe della ricerca, del fatto. Poco importa se ci si allontana dalla verità, l’importante è esserci.
Dopo l’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, l’FBI ha diffuso alcune immagini sfocate del presunto killer con l’intento di aiutare nelle indagini. Rendere riconoscibile al pubblico un indiziato, tramite la televisione o i nuovi sistemi di informazione è ormai un metodo consolidato.
Una volta che le immagini sono diventate pubbliche però, molti utenti sui social media, forum e su piattaforme che offrono chatbot intelligenti (chatbot / AI tools) hanno iniziato a:
- “migliorare” (upscaling, sharpening, etc.) le foto attraverso strumenti di intelligenza artificiale – nello sforzo di rendere più chiari tratti del volto, abbigliamento, ecc.
- generare versioni artefatte / ipotetiche del volto del sospetto, includendo dettagli – come il colore degli occhi – che non sono presenti o verificabili nei materiali originali.
Inutile dire che hanno inconsapevolmente depistato le indagini. Attraverso questi strumenti infatti, non è possibile “scoprire dettagli segreti” da immagini sfocate, ma solamente eseguire tentativi di deduzione su cosa potrebbe esserci. Il problema è che spesso aggiungono elementi che non esistono nei dati originali.
Alcune versioni generate dall’IA hanno attribuito al sospettato un nome falso: facendo circolare che si chiamerebbe Michael Mallinson, democratico dello Utah. La notizia, nel contesto polarizzato trova subito ampio seguito e in questo contesto di risonanza i chatbot fungono da amplificatori presentando le informazioni false come se fossero tratte da fonti autorevoli. Questa ha posto gli investigatori in una situazione scomoda costringendo lo Stato dello Utah a pubblicare immagini più nitide e con maggiori dettagli (come lo zaino, le scarpe, etc.) al fine di aiutare nell’identificazione. Tutto questo non ha impedito la diffusione del caos online.
Siamo all’interno di una conflittualità ben delineata, la tensione fra il desiderio pubblico di partecipare alla caccia all’uomo e alla guerriglia online e l’esigenza investigativa, fatta di invece di puntuali verifiche e accurate procedure legali.




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