“Chiudi quella maledetta bocca” dalla Strage di Capaci alla Falange armata

Scritto da: Gianluca Zanella

Il 23 maggio del 1992 veniva inaugurata una stagione di sangue che sarebbe durata fino al 1994. L’autostrada A29 che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, all’altezza dello svincolo per Capaci, viene sconvolta dall’esplosione di 500 chili di tritolo che spazzano via un corteo di tre Fiat Croma blindate e – per una fortunata circostanza – nessun altro mezzo. Nel 2014 la Falange armata torna per intimare a Totò Riina di chiudere la bocca. Il capo dei capi, da circa 8 mesi, passa la sua ora d’aria in compagnia di un altro detenuto. E parla. A qualcuno quelle parole danno fastidio. E la sigla che aveva già rivendicato la Strage di Capaci, torna dal passato.

L’autostrada A29 subito dopo l’attentato.

Apocalisse di fuoco

La prima automobile viene disintegrata. Al suo interno gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Quella di mezzo, occupata da Giovanni Falcone, alla guida, sua moglie Francesca Morvillo e l’agente Giuseppe Costanza, si schiantò sul muro di asfalto sollevato dall’esplosione. La terza auto, seppur gravemente danneggiata, protesse gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che, ripresisi dallo choc, scesero per proteggere Falcone, ancora vivo e cosciente, dall’eventualità che i killer lo raggiungessero per il colpo di grazia. Non fu necessario: Falcone e sua moglie morirono in ospedale per le ferite riportate.

La Fiat Croma blindata della scorta del giudice Giovanni Falcone sommersa dalle macerie dopo l’esplosione.

Una strategia fallimentare e troppe zone d’ombra

La strage di Capaci viene ricordata ogni anno come uno degli eventi cardine della storia italiana, forse al pari soltanto dell’uccisione di Aldo Moro e della strage di Bologna. Uno di quei casi che segnano le coscienze di un popolo e ne cambiano la storia. Se in bene o in peggio, per scomodare Manzoni, ai posteri l’ardua sentenza. Quello che è certo è che dopo due processi e svariati filoni di indagine, non è possibile affermare che la verità su quanto accaduto sia alla luce del sole. Se la fase preparatoria e quella esecutiva sono state negli anni scandagliate dalle indagini e raccontate fin nei minimi particolari dai collaboratori di giustizia, restano zone d’ombra inquietanti, come quelle recentemente sollevate nel libro a firma di Massimiliano Giannantoni e Federico Carbone, dove vengono elencati gli indizi – e sono tanti – che vedono la presenza di una figura femminile nel commando di Cosa nostra.

La bomba di Capaci – come peraltro affermato in un recente incontro svoltosi nell’ambito della rassegna DarkSide a Vasanello dal procuratore Nicola Gratteri – segna il declino di Cosa nostra, la sua sconfitta militare. Un attacco allo Stato che sarebbe proseguito il 19 luglio dello stesso anno con l’attentato a Paolo Borsellino e alla sua scorta; il 27 ,maggio 1993 con la strage di via dei Georgofili, a Firenze; il 27 luglio 1993 con la strage di via Palestro, a Milano; il 23 gennaio 1994 con il fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma.

Un attacco materialmente portato a compimento, almeno secondo le sentenze, da Cosa nostra, ma su cui grava il terribile sospetto di una regìa occulta, non riferibile al contesto mafioso. Di certo, come sostiene Gratteri, la scelta di aderire alla strategia stragista ha evidenziato una visione miope da parte dei vertici di Cosa nostra, Totò Riina in primis. Se oggi è la ‘ndrangheta l’organizzazione criminale egemone è anche per questo: l’esposizione provocata dal boato delle bombe, il sangue, il terrore, hanno permesso allo Stato di reagire.

Salvatore Riina, detto Totò. Boss del Clan dei Corleonesi e “Capo dei capi” di Cosa Nostra.

Riina rispondeva a qualcuno?

E allora resta una domanda: cosa ha spinto Totò Riina a scegliere questa strada? Possibile che non avesse previsto la reazione delle istituzioni democratiche, che avesse così drammaticamente sopravvalutato la propria potenza? O magari contava su delle promesse fatte da persone di cui si fidava e che magari temeva?

La seconda domanda ci porta a un episodio inquietante e ad oggi non dimenticato ma quasi. Facciamo un passo indietro: la stagione delle bombe coincide con la stagione della Falange armata, la misteriosa sigla terroristica che in quegli anni rivendicava quasi tutti gli eventi criminali di maggior spessore: dagli attentati a Palermo a quelli sul continente, dalle azioni terroristiche della banda della Uno Bianca, agli omicidi di ‘ndrangheta. Insomma, la Falange armata sembra sfruttare – quando non pilotare – il terrore nel nostro paese. Una sorta di regìa nascosta e amministrata da uomini e donne con forti addentellati nelle stanze del potere.

La sigla dell'organizzazione terroristica Falange Armata definita da Giovanni Falcone: “una rete eversivo-terroristica di menti raffinatissime”.

La sigla dell’organizzazione terroristica Falange Armata, definita da Giovanni Falcone: “una rete di menti raffinatissime”.

Il ritorno della Falange

L’episodio di cui abbiamo accennato risale al 2014. Totò Riina è rinchiuso in regime di 41bis al carcere di Opera, Milano. La sua ora d’aria giornaliera, dal 2013, la passa con un altro detenuto, Alberto Lorusso, un pugliese detenuto da 20 anni. Con lui Riina passa il tempo. E parla. Si sfoga, racconta. Sempre in uno stile involuto, ma a qualcuno la cosa non sfugge.

Quando con riferimento alla Falange armata parliamo di addentellati nelle stanze del potere, non parliamo in modo astratto. La notizia che Riina stia parlando con Lorusso striscia fuori dal carcere e raggiunge orecchie interessate. E così, dopo un silenzio che è durato circa 20 anni, la Falange armata riemerge dagli abissi dei misteri d’Italia, inviando una lettera rivolta a Riina. Il testo è decisamente inquietante: “Chiudi quella maledetta bocca. Ricorda che i tuoi familiari sono liberi. Per il resto ci pensiamo noi. Firmato: Falange armata”.

Un avvertimento da parte delle stesse persone che avevano spinto il capo dei capi sul sentiero dello stragismo? Difficile dirlo, anche perché gli estensori della missiva non sono mai stati individuati, né sulla vicenda sembrano esserci state novità investigative. Un episodio oscuro ricacciato nell’ombra, ma che non può non apparire terribilmente inquietante e far porre la domanda: Totò Riina era manovrato? E se si, da chi? La strage di Capaci – svolta secondo modalità militari, con un bersaglio in movimento – è davvero ascrivibile solo e soltanto a Cosa nostra? Domande ancora senza una risposta. Ma il tempo, si sa, è galantuomo.

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  • Gianluca Zanella

    Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, dal 2024 è redattore di InsideOver. È fondatore del format d'inchiesta DarkSide - Storia Segreta d'Italia.

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