Il 20 aprile 1999 Eric Harris e Dylan Klebold trasformarono la Columbine High School in un campo di battaglia, uccidendo 13 persone prima di suicidarsi. Non erano i classici emarginati: cresciuti nella middle class americana, pianificarono meticolosamente quello che doveva essere un massacro ancora più devastante con bombe artigianali. La loro eredità va oltre la tragedia. Harris e Klebold sono diventati gli archetipi dello “school shooter”, generando una inquietante sottocultura di fan online – i “Columbiner” – che li idolatrano sui social media…

Dylan Klebold ed Eric Harris.
La mattina del 20 aprile 1999 due studenti della Columbine High School di Littleton, Colorado, Eric Harris di 18 anni appena compiuti e il diciassettenne Dylan Klebold, varcano le porte della loro scuola con lo sguardo di chi ha già lasciato questo mondo: uccidono dodici compagni e un insegnante, feriscono altre ventiquattro persone e infine si tolgono la vita nella biblioteca dell’istituto, dove si consumerà la parte più cruenta del massacro.
L’obiettivo originario era ben più devastante: avevano costruito bombe artigianali da piazzare nella mensa, progettando un massacro che potesse superare in ferocia quello di Oklahoma City. Volevano che l’intera scuola esplodesse, ma le bombe non detonarono a causa di vari difetti tecnici, così, cominciarono a sparare. La strage lascia un segno profondo nell’opinione pubblica e apre un ampio dibattito su tematiche cruciali come la violenza giovanile, l’accesso alle armi, il bullismo, la salute mentale e il ruolo dei media nella formazione dei giovani: un punto di rottura che segna un “prima” e un “dopo” nella coscienza americana e globale.

Dylan Klebold ed Eric Harris si esercitano saprando in un bosco sei settimane prima del massacro.
Da una parte la richiesta di maggiore sicurezza, metal detector, agenti armati nei corridoi, interventi che rispondevano al bisogno urgente di controllo, di protezione visibile, ma che spesso operavano solo sulla superficie del problema; dall’altra voci che invocavano introspezione, una riflessione collettiva sulle fragilità educative, familiari e sociali. Ma nessuna legge, da sola, sarebbe bastata a ricucire quella ferita. Di stragi scolastiche ce ne sono state, prima della Columbine come anche dopo, spesso più letali, talvolta più spietate, ma nessun nome è rimasto impresso nell’immaginario collettivo con la stessa intensità di Eric Harris e Dylan Klebold. Loro non sono soltanto ricordati: sono assurti al ruolo di archetipo dello school shooter, simboli disturbanti e romantici di una rabbia giovanile che esplode contro il mondo, icone di una cultura nichilista, rockstar di una tragedia che non ha mai davvero smesso di riverberare.
Una sottocultura inquietante
Negli anni successivi alla strage ha preso forma una sottocultura inquietante, in particolare su piattaforme come Tumblr, Reddit e TikTok: quella dei Columbiner. Non si tratta semplicemente di studiosi o appassionati del caso, ma di veri e propri fan di Eric e Dylan: alcuni li vedono come martiri, altri come vittime di bullismo estremo, altri ancora come figure romantiche e tragiche, fraintese dal mondo. Su Tumblr, in particolare, si sono moltiplicati blog contenenti fanart, poesie, video tributi e persino confessioni d’amore postume indirizzate ai due killer. Questo culto morboso, nato in parte come espressione di disagio adolescenziale, è spesso alimentato da una narrazione distorta della realtà.
In molti casi, i Columbiner non negano la violenza della strage ma la reinterpretano in chiave mitica, estetizzandola. Dietro il culto rimane una verità scomoda: l’oscurità ha sempre avuto un fascino, soprattutto per chi si sente ai margini. Alla fine degli anni ’90, sotto la superficie levigata del sogno americano, fermentavano inquietudini silenziose, mostri adolescenziali invisibili agli occhi degli adulti. Le scuole, luoghi teoricamente destinati alla formazione e alla protezione dei giovani, erano spesso scenari di alienazione e crudeltà quotidiana: il sistema scolastico americano era gerarchico, freddo, spietatamente diviso in caste sociali non ufficiali ma chiarissime. C’erano i “jocks”, gli atleti bravi negli sport, vestiti alla moda, che attiravano l’attenzione delle ragazze più carine e venivano trattati con i guanti di velluto dagli insegnanti, come se godessero di una sorta di immunità, e c’erano gli outsider, gli “alternativi”.
Fu in questo ambiente che le crepe cominciarono a moltiplicarsi, non solo nelle menti fragili di due adolescenti ma nel concetto stesso di società. La libertà americana tanto sbandierata si accompagnava a un libero accesso alle armi da fuoco, a una cultura della competizione che spesso lasciava indietro chi non era disposto – o non era in grado – di primeggiare. Internet, allora ai suoi primi respiri, offriva già rifugi ombrosi lontani dagli occhi degli adulti, dove la rabbia e la frustrazione potevano serpeggiare indisturbate: in quella solitudine condivisa, in quella tristezza amplificata da una cultura che idolatrava il successo e ignorava il dolore, nacque l’eco di qualcosa di oscuro.
I Profili
Eric David Harris e Dylan Bennet Klebold erano due adolescenti figli della middle class, cresciuti tra quartieri ordinati, giardini curati e scuole dall’aspetto rassicurante. Non avevano vissuto la povertà né alcun trauma evidente che potesse spiegare l’abisso che li divorava. Eppure in quel vuoto ben arredato che era la loro esistenza cominciò a filtrare lentamente una luce malata, un’idea di rivalsa, un sogno di distruzione.
Si parlò subito di bullismo, ed in effetti Columbine era nota per essere una scuola rigidamente divisa. Eric e Dylan avevano subito episodi di esclusione e scherno ma il bullismo, da solo, non basta a spiegare un massacro. I riflettori si accesero subito sui soliti capri espiatori: i videogiochi violenti – in particolare Doom, che Eric modificava trasformandolo in un universo privato, intriso di morte e delirio di onnipotenza – la musica controversa, come quella del solito Marilyn Manson il quale, paradossalmente, non interessava nemmeno molto a Eric e Dylan, ma che intervistato da Michael Moore nel documentario Bowling for Columbine disse: – “Se avessi potuto parlare con quei ragazzi, non avrei detto nulla. Li avrei ascoltati. È ciò che nessuno ha fatto.” – i film brutali e Internet in generale, visto come un pericoloso incubatore di una presunta “cultura della morte”.
I media trasformarono la strage in un totem narrativo: documentari, film come Elephant di Gus Van Sant, articoli, musica come TeenWitch del rapper BONES, libri. Ma Columbine fu qualcosa di più profondo e complesso, una voragine emotiva nell’animo di due adolescenti che, oltre a voler distruggere il mondo intorno a sé, avevano smesso di volerci stare. Trovare un senso nel caos è forse uno dei bisogni più profondamente umani. L’urgenza di dare un nome all’orrore spinse genitori, psicologi, giornalisti, sociologi a cercare spiegazioni. Tutti scavavano tra le macerie – non solo quelle materiali, ma soprattutto quelle simboliche – nel tentativo di individuare una causa, un movente che rendesse l’inspiegabile almeno parzialmente comprensibile. Eppure la verità su Eric Harris e Dylan Klebold si rivelava sfuggente e stratificata. La realtà è che spesso non esiste una spiegazione univoca o esaustiva per certi comportamenti umani estremi.
A diciassette, diciotto anni, la percezione del tempo è distorta, il futuro è un concetto astratto, spesso irrilevante. Durante l’adolescenza si vive immersi in un eterno presente dove emozioni, relazioni, fallimenti e desideri assumono un’intensità assoluta. Manca ancora quella distanza emotiva e cognitiva che solo gli anni possono dare, quella capacità di relativizzare il dolore e riconoscere che ciò che oggi appare insostenibile domani potrebbe ridimensionarsi o perfino diventare marginale.
Dal diario di Eric: “Nell’aprile dell’anno prossimo io e V (VoDkA/Dylan Klebold) ci prenderemo la nostra vendetta e scaleremo la classifica della selezione naturale… Voglio lasciare un segno duraturo su questo mondo”, “mi avete sempre escluso dalle cose più divertenti, vi odio tutti, e non venitemi a dire è colpa tua, non è vero, avevate tutti il mio numero, cazzo, e nessuno si è mai degnato di farmi una telefonata, nessuno, vaffanculo!”
Dylan Klebold scriveva: “Sono certo che avremo dei seguaci perché io ed Eric siamo Dei, non siamo semplici esseri umani, abbiamo un corpo come gli altri ma ci siamo evoluti più di voi, schifosi umani di merda!”
In quel gesto finale, folle e teatrale, tentarono di lasciare un segno eterno: un atto di orrore travestito da dichiarazione d’esistenza. Eric e Dylan avevano costruito identità precise, quasi da personaggi letterari: si firmavano con nickname evocativi — Reb per Eric, VoDkA per Dylan — e si muovevano nel mondo come se recitassero un ruolo scritto da tempo. Non erano due sconosciuti improvvisati ma due amici legati da un’ossessione condivisa, studenti della stessa scuola che avevano progettato insieme la loro “opera finale” con meticolosa cura.
Questo li ha resi unici: due menti complementari, affini e complici, immerse nel medesimo universo di frustrazione, nichilismo e desiderio di rivalsa. Avevano lasciato dietro di sé una traccia ricchissima: diari, scritti, video, riflessioni personali e perfino un testamento filmato: i famigerati “Basement Tapes”, video girati nelle settimane precedenti alla strage, che rappresentano un punto cruciale nella loro mitologia: confessioni, proclami, monologhi. Una regia dell’orrore che mostrava la pianificazione minuziosa dell’attacco. L’FBI non ha mai rilasciato pubblicamente questi video nel timore che potessero generare emulazioni, un effetto copycat, ma quel divieto ha solo accresciuto il loro fascino.
Awayness
Culturalmente i due killer appartenevano a un immaginario ben preciso, che li rese facilmente riconoscibili soprattutto agli occhi di una generazione di outsider: gli Xennials, sospesi tra la Gen X e i Millennials. Erano appassionati della musica alternativa dell’epoca: Nine Inch Nails, KMFDM, Rammstein, The Smashing Pumpkins, Atari Teenage Riot, Orbital, Alice In Chains, Chemical Brothers. Artisti per lo più cupi, le cui liriche — spesso ritrovate trascritte nei loro diari — rispecchiavano un senso di inquietudine sottile, tipico di chi si sente fuori posto. Anche i loro gusti cinematografici erano rivelatori: Dylan citava Lost Highway di David Lynch, entrambi idolatravano Natural Born Killers di Oliver Stone, al punto da usare l’acronimo NBK come nome in codice per la strage. Amavano Pulp Fiction, Tarantino, la violenza estetizzata, la narrazione frammentata, l’assurdo.
Proviamo ad aprire uno squarcio su una dimensione più profonda. Quando si parla di giovani disadattati, il discorso tende spesso a banalizzarsi. Si evocano termini come alienazione e solitudine, ma anche questi concetti vengono semplificati. Prendiamo Eric e Dylan: non erano realmente soli, né particolarmente emarginati o vittime sistematiche di bullismo. Esiste un termine inglese difficile da tradurre in italiano che aiuta a capire meglio: “awayness”. Indica quel senso di solitudine che si prova pur essendo circondati da altre persone —ad esempio sentirsi soli in una discoteca piena di gente. Questa sensazione di assembramento produce contemporaneamente una sensazione di distaccamento dal contesto sociale. È una percezione paradossale.
Non è un caso se in ambienti affollati molte persone tendono a diventare introspettive o tristi: non riuscire a entrare in sintonia con un gruppo non significa necessariamente esserne esclusi in modo esplicito, ma a volte comporta un lento e silenzioso scivolare in uno spazio intimo e isolato, lontano dagli altri, perché ci si sente differenti o inadeguati. Questo allontanamento spinge a cercare altrove, a nutrirsi di contenuti che si discostano dalla cultura dominante: più ci si sente distanti, disconnessi, più cresce il bisogno di esplorare altri mondi, musica, cinema, letteratura, arte non allineata, contenuti che parlano la tua lingua interiore e diventano nutrimento, forma di riconoscimento. Questo non è solo un rifugio ma anche un’immersione profonda, attraverso la quale ci si ritrova dentro le cose molto più degli altri: ma se questa profondità non trova uno sbocco, un linguaggio, un mezzo di espressione — come l’arte, la scrittura, la musica — allora rischia di ribaltarsi.
Se l’arte non si fa carico di quel buio interiore, se non lo trasforma, non lo sublima, allora quel buio può degenerare in un comportamento deviante. Chi non riesce a gestire il proprio lato oscuro e incanalarlo in qualcosa di creativo o vitale, rischia di trasformarlo in qualcosa di distruttivo, per sé o per gli altri. Negli Stati Uniti tutto questo si inserisce in un contesto culturale ancora più asfissiante, fondato sulla competizione e sulla performance: essere un bravo studente, un atleta, avere successo con le ragazze, incarnare il figlio perfetto. La pressione sociale è costante, e i modelli sono chiari e rigidi: vincenti, competitivi, conformi. Se per natura non rientri in questi standard, puoi provare in ogni modo ad avvicinartici, ad esempio andando in palestra se sei gracile, oppure puoi scegliere deliberatamente di diventare il nemico di questi modelli.
Ed è lì che nasce “l’avversario”, figura spesso rappresentata simbolicamente dal diavolo ma che in realtà è il completo opposto del modello dominante. È colui che fa paura, il villain: se non puoi essere come ti vogliono, diventa ciò che temono. Se non riesci a entrare nel gruppo dei vincenti, scegli consapevolmente di appartenere a quello che li spaventa per proiettare finalmente un’immagine di forza e potere. Il personaggio di Rorschach del film Watchmen in prigione dice: “Ancora non l’avete capito? Non sono io rinchiuso qui con voi, siete voi rinchiusi qui con me!”.
Columbine è uno specchio incrinato che continua a riflettere le nostre domande irrisolte ad ogni nuova sparatoria scolastica. In un’epoca che pretende spiegazioni rapide e responsabilità identificabili, quella violenza sembra sfuggire, come se appartenesse a una regione inconoscibile della condizione umana — dove l’alienazione non è solo sociale, ma ontologica. Ci costringe a riconoscere il limite della nostra capacità di pensare il male senza ridurlo a eccezione. Kierkegaard parlava dell’angoscia come vertigine della libertà: forse Columbine è anche questo, un salto nel vuoto quando nessuna direzione appare più possibile. Non ci resta che domandarci quale parte di quella vertigine appartenga anche a noi.
“Mi piace ricordare le cose a modo mio.
Come le ricordavo, non necessariamente come sono accadute”
Lost Highway – David Lynch




0 commenti