Cyberbullismo: il linciaggio che nessuno vuole vedere

Scritto da: Federico Carbone
7 Aprile 2025

Il cyberbullismo è una forma di crimine. Non ci sono altre parole per definirlo e i mezzi per debellarlo non sembrano adeguati ai numeri sempre crescenti. Allora cosa fare? Basta davvero diffusione di una “cultura digitale” o servono altri strumenti?

Immagine di repertorio.

Modena, una città come tante, un’aula di scuola media come tante nel Paese. Eppure, dietro quei banchi, lontano dagli sguardi degli insegnanti, si consuma un processo sommario. Un tribunale senza giudici, senza possibilità di difesa. Un tribunale dove il verdetto è già scritto e la condanna è inappellabile. La vittima è una ragazzina di tredici anni. Il crimine? Non essere conforme. Un’eresia che, nella logica del branco, deve essere punita. Così inizia l’incubo. Non nel cortile della scuola, non nei corridoi, ma online, dove il cyberbullismo diventa un’arma di distruzione psicologica.

Sulla piattaforma Helopal – un social che garantisce l’anonimato  iniziano a comparire messaggi: «Bruciamola», «Meglio vederla soffrire dissanguata», «Fai schifo». Parole che diventano pietre, scaraventate senza freni contro una ragazzina colpevole solo di essere diversa. Una storia come tante, verrebbe da dire. E infatti lo è. È proprio questo il problema.

Il meccanismo del Branco

Dietro ogni violenza c’è un movente. E il movente, in questo caso, è l’identità. La ragazzina di Modena è stata presa di mira perché non si adattava ai canoni imposti dalla classe. Il suo abbigliamento, i suoi gusti musicali, la sua presunta ambiguità di genere sono diventati il pretesto per escluderla, poi per attaccarla.

È la legge del branco, un meccanismo studiato dalla criminologia. Il gruppo si autolegittima creando un nemico comune, qualcosa o qualcuno da distruggere per rafforzare la propria coesione. È un rito antico come il mondo, ma che oggi, con i social e l’anonimato digitale, diventa ancora più violento.

L’effetto di disinibizione online – il fenomeno per cui, dietro uno schermo, le persone si sentono libere di dire e fare cose che nella vita reale non oserebbero – amplifica tutto. I freni inibitori crollano, il divertimento si trasforma in un’escalation. E l’aggressione diventa sadismo puro.

Parole che uccidono

Non sono semplici insulti. Dire «Bruciamola» non è lo stesso che dire «Mi stai antipatica». È un processo di deumanizzazione, lo stesso che la criminologia ha individuato nei fenomeni di odio collettivo. La vittima smette di essere una persona. Diventa un simbolo negativo, qualcosa da eliminare. Nei casi più estremi, questa spirale di odio ha portato a tragedie. Ci sono ragazzini che, non reggendo il peso dell’umiliazione pubblica, si sono tolti la vita. Non è solo bullismo. È persecuzione, è tortura psicologica, è un crimine.

Nel caso di Modena, la ragazzina si è chiusa in se stessa. Ha smesso di interagire, ha iniziato a evitare la scuola. Sono i primi segnali del danno psicologico che il cyberbullismo infligge: isolamento, ansia, depressione, paura costante. E il punto è che nessuno può sapere con certezza quanto a lungo dureranno le cicatrici.

Le colpe degli adulti

La domanda che ci si dovrebbe porre è: chi permette tutto questo? Perché esistono ancora piattaforme che garantiscono l’anonimato totale, lasciando campo libero agli aguzzini? Perché le scuole si limitano a interventi tardivi, quando il danno è ormai fatto? Perché i genitori si accorgono troppo tardi di cosa accade ai loro figli dietro lo schermo?

Si parla di educazione digitale, di prevenzione, di coinvolgimento delle famiglie. Ma poi si lascia che i social restino un Far West senza regole. La Polizia Postale, in questo caso, ha scelto un approccio educativo. Non denunce, non procedimenti, ma incontri con gli studenti per far capire loro la gravità delle loro azioni. È una strategia giusta? Forse. Ma è sufficiente? Probabilmente no.

Perché se è vero che spesso i cyberbulli sono adolescenti inconsapevoli delle conseguenze delle loro azioni, è anche vero che il messaggio che passa è che non ci sono vere punizioni. Che il male fatto a qualcuno si risolve con una pacca sulla spalla e una ramanzina.

E così il ciclo continua.

La cultura della violenza silenziosa

Il problema vero è che il cyberbullismo non nasce dal nulla. È il riflesso di una società sempre più intollerante, sempre più aggressiva. Viviamo in un’epoca in cui l’insulto è diventato la norma, in cui i modelli proposti dai social sono spesso basati sull’umiliazione pubblica. La cultura del disprezzo è ormai sdoganata ovunque: nei reality show, nei commenti sotto le notizie, nelle aule parlamentari.

Gli adolescenti lo assorbono. Capiscono che, per stare nel gruppo, per essere forti, devono colpire qualcuno. E chi meglio di chi è più vulnerabile, di chi è percepito come diverso? Il cyberbullismo è solo un sintomo. Il problema vero è più profondo.

Cosa fare davvero? Qual è la soluzione? Esiste?

Si possono adottare strategie di prevenzione più serie: regolamentare in modo più rigido le piattaforme digitali, introdurre programmi di educazione emotiva e sociale nelle scuole, fornire strumenti più efficaci ai genitori per monitorare l’attività online dei figli. Si potrebbe, soprattutto, insegnare agli adolescenti a essere empatici. A capire che dietro ogni messaggio c’è una persona vera, con emozioni vere.

Ma la verità è che finché il problema sarà trattato come un fenomeno secondario, finché non si vorrà davvero intervenire con misure incisive, il ciclo continuerà. La ragazzina di Modena sta meglio, dicono. Ma quanti altri ragazzi, in altre città, stanno vivendo lo stesso inferno senza che nessuno se ne accorga?

Il cyberbullismo non è un gioco. È una forma di violenza. E finché non inizieremo a chiamarlo con il suo vero nome, continueremo solo a contarne le vittime.

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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