Da Garlasco agli UFO: quando si può parlare di “complotto”?

Scritto da: Alex Paolelli, Abir Anoun
12 Marzo 2026

Il delitto di Chiara Poggi è sicuramente uno dei casi più controversi della storia giudiziaria recente. Il processo ad Alberto Stasi, all’epoca unico indagato del caso Garlasco, si è concluso dopo un iter giudiziario lungo e complesso, di tipo indiziario, e con un movente ancora oggi mai chiarito. A partire da marzo dello scorso anno, ovvero dalla riapertura ufficiale delle indagini da parte della Procura di Pavia, la vicenda sta monopolizzando il dibattito pubblico: se ne discute sui social, nei talk televisivi e su tantissimi canali youtube…

Alberto Stasi.

Tra isteria e complottismo, vero e presunto

Si è creata una netta spaccatura – come d’altronde capita in tutti i casi che hanno questa esposizione mediatica – tra chi sostiene che Alberto Stasi sia l’autore dell’omicidio e chi, al contrario, ritiene che la sua condanna sia frutto di un clamoroso errore giudiziario. L’incertezza sugli esiti delle indagini e l’assoluto silenzio imposto dalla Procura nei confronti degli organi di stampa stanno producendo, su diversi fronti, una sorta di isteria collettiva. Assistiamo a presunte ricostruzioni, talvolta persino surreali, oppure a forzature finalizzate a delegittimare l’operato in corso della Procura di Pavia.

Non sappiamo come finirà questa storia, ma sappiamo che forse questa vicenda potrà essere riscritta, oppure lasciarci, comunque vada a finire, con qualche dubbio.

È interessante notare come una parte dell’opinione pubblica mantenga posizioni assolute, sminuendo la natura istituzionale – e non mediatica o social – della riapertura delle indagini. Si tende così a squalificare come derive complottiste quelle analisi che, attraverso un esame documentale, rilevano criticità o errori alla base di una sentenza definitiva, la cui solidità è oggi oggetto di rivalutazione. 

Una deriva socio-culturale

Nel dibattito pubblico contemporaneo la parola ‘complottista’ ha progressivamente assunto una connotazione dispregiativa, venendo non di rado impiegata come strumento retorico per delegittimare chiunque esprima posizioni divergenti rispetto alla narrazione ufficiale. Questa deriva socioculturale tradisce una perdita di misura e di equilibrio dialettico poiché esprimere dubbi – qualora supportati da autonomia critica e argomentazioni concrete – non costituisce un atteggiamento complottista. Occorre, naturalmente, che questo approccio critico sia ancorato a premesse logicamente valide. Etichettare aprioristicamente un individuo come ‘complottista’ rischia di polarizzare e impoverire la complessità del dibattito e di sopprimere una sana dialettica che è la base del confronto critico.

In tanti casi, la Storia ci racconta come teorie ritenute assurde si siano rivelate realtà. Se avessimo usato l’etichetta di ‘complottista’ negli anni Settanta per zittire ogni voce fuori dal coro, forse oggi non sapremmo nulla del Watergate. Nel caso di Garlasco, è evidente come oggi si utilizzi il termine come unica etichetta per identificare tutti coloro che oggi ritengono che la vicenda sia tutt’altro che chiara e conclusa, inserendo in un unico grande calderone giornalisti indipendenti, mitomani (che effettivamente ci sono e sfruttano il caso Garlasco per aumentare l’engagement, sostenendo teorie ai limiti dell’illogico) e comuni cittadini spaventati dall’idea di poter finire nella macchina della giustizia, che i dati ci dimostrano essere tutt’altro che perfetta. 

L’incidenza degli errori giudiziari rappresenta un dato empirico strutturale all’interno del sistema penale italiano, con oltre 20.000 casi documentati a partire dal 1990. Sarebbe pertanto necessario ricondurre il dibattito alla sua dimensione più oggettiva: il nucleo della complessa vicenda giudiziaria in esame rimane il tragico omicidio di una giovane donna. In tale contesto, l’indagine non può prescindere da una valutazione critica della verità processuale, la quale, pur essendosi consolidata nel corso di diciotto anni, alla luce dei recenti sviluppi potrebbe rivelare una significativa divergenza rispetto alla verità materiale degli eventi storici. 

Dare forma al caos

Da un punto di vista psicologico e sociale il complottismo affonda le sue radici in meccanismi profondi della mente umana che, in misura diversa, tutti condividiamo. È un modo che utilizza il nostro cervello per gestire il caos e l’incertezza, una risposta emotiva a un mondo che sembra fuori controllo. Sentiamo la necessità di ricercare la verità, il bisogno di sentirci al sicuro di fronte a eventi spaventosi come pandemie o crisi economiche e il bisogno di sentirci speciali: credere a una teoria del complotto crea un senso di appartenenza a una élite di ‘svegli’ contrapposta alla massa di ‘pecore’ che ignorano la realtà. 

Un’analisi storica e linguistica del termine ‘complottista’ merita senz’altro un approfondimento, poiché può contribuire a una comprensione più chiara e più completa della questione. La parola ‘complotto’ ha un’origine incerta e non ha una derivazione diretta dal latino. Viene dal francese complot, parola documentata dal Medioevo che in origine significava ‘assembramento’ o ‘gruppo di persone’. Nel corso dei secoli, si modifica sul piano del significato, assomigliando alle parole di derivazione latina ‘intrigo’, ‘congiura’.

In Italia abbiamo le prime attestazioni del vocabolo ‘complotto’ come sinonimo di ‘intrigo’ nel periodo postunitario, intorno al 1877. Nei giornali dell’Ottocento il ‘complotto’ viene raccontato e rappresentato in modo molto semplice: un gruppo di individui che congiura ai danni di un potere costituito, implicando una sorta di ribellione verso tale potere. Questo significato perdurerà nei primi vent’anni del Novecento, fino ad arrivare a un primo slittamento di significato verso gli anni ‘40. Non più quindi, l’individuo che si ribella, che si contrappone alle istituzioni, ma due poteri in contrasto tra loro, il complotto di un sistema contro un altro sistema. In questo periodo si inizia a utilizzare anche il termine derivativo complottista, inteso come colui che ordisce il complotto. Gradualmente questo modo di esprimersi diviene normale, senza sostituire completamente il significato precedente. 

Il “padre” di tutti i complotti: JFK

Un avvenimento che determina un ulteriore e fondamentale sviluppo della parola complotto è l’omicidio di John F. Kennedy, il 22 novembre del 1963. Da qui si comincia a leggere e a parlare di ‘teorie del complotto’ ed è a questo punto che complottista assume come significato ‘colui che vede il complotto dappertutto’. Un vocabolo a cui noi italiani non siamo ancora abituati, infatti lo troviamo scritto tra virgolette come neologismo. 

A partire dall’assassinio di JFK, nei giornali comincia progressivamente a svilupparsi una dinamica di confronto tra complottisti e debunkers (demistificatori). Con questo termine si indicano coloro che si danno il compito di smontare e confutare le teorie del complotto, spesso anche attraverso la pubblicazione di interi libri dedicati. Si tratta di una modalità di interazione che, nel tempo, diventerà una pratica comune nel dibattito pubblico e mediatico.

A partire dagli anni Settanta, la frequenza del termine ‘complotto’ e delle sue varianti nel linguaggio giornalistico aumenta ulteriormente. Questo incremento porterà a un nuovo slittamento di significato. Abbiamo visto come, in una prima fase, il complotto veniva concepito come un’azione dell’individuo contro l’istituzione; successivamente, come uno scontro tra istituzioni; infine, nella configurazione che si afferma dagli anni Settanta in poi, come congiura dell’autorità costituita ai danni dell’individuo. 

Da Pasolini a Moro, passando per il Covid

Questo mutamento emerge con particolare evidenza anche nel contesto italiano, in relazione a vicende controverse e fortemente dibattute nello spazio pubblico e mediatico, come quelle legate alle morti di Pier Paolo Pasolini e di Aldo Moro, nonché al caso della scomparsa di Emanuela Orlandi. In tali contesti, il sospetto di complotto viene spesso interpretato come il possibile coinvolgimento di apparati istituzionali ai danni dei singoli individui. 

Successivamente, tale schema interpretativo verrà applicato a numerosi altri argomenti: dagli UFO alle cosiddette scie chimiche fino alle Twin Towers per arrivare, in tempi più recenti, al dibattito sui vaccini e sulla pandemia di COVID-19.

Ma come mai siamo arrivati a questo rovesciamento di significato? Il Prof. Gianluca Lauta (Università di Cassino) suggerisce tre aspetti interessanti da considerare: il primo è che i giornali, dalla seconda metà del Novecento, godono di un margine superiore di libertà rispetto non solo al Ventennio fascista, ma anche a quelli ottocenteschi (in particolare a quelli della Restaurazione che erano controllati fortemente dalla censura). Quindi una maggiore possibilità di ricostruire i fatti nella loro complessità e una maggiore possibilità di mostrare ciò che avviene ‘dietro le quinte’ della Storia, suscitando tra le masse dubbi e perplessità (giornalismo d’inchiesta, reportage). 

Il secondo aspetto è a un livello molto più profondo e riguarda il tema della crisi della modernità, che include tutto lo spazio del Novecento e il modo in cui lentamente è cambiata la sensibilità comune. A tal proposito si possono citare due libri: uno è Dialettica dell’Illuminismo (1947) di Horkheimer e Adorno, dove si parla del lato oscuro dell’Illuminismo che ha come esito inevitabile il totalitarismo e il controllo delle masse, l’altro è Il Processo di Franz Kafka, da cui è nato un processo identificativo collettivo molto forte al punto che diventa comune dire di trovarsi in una situazione ‘kafkiana’, in cui un singolo individuo non sa se è al centro di un tranello, di un complotto oppure se è vittima di un errore giudiziario. Ci si sente schiacciati da un sistema.

Il motore profondo del cambiamento di clima, per cui si comincia a pensare che al centro del complotto vi sia l’autorità contrapposta all’individuo, risiede proprio in questo tipo di crisi. Tradizionalmente, infatti, il complotto implicava una ribellione dell’individuo all’autorità. L’idea che sia invece l’autorità a ribellarsi contro l’individuo genera un corto circuito, un vero e proprio ossimoro: il sostantivo ‘istituzione’ accanto all’aggettivo ‘ribelle’.

Il complotto nell’era dei social

Il terzo aspetto riguarda i social network dei primi anni Duemila, che appaiono inizialmente  uno strumento di liberazione, un nuovo mezzo di comunicazione non controllato dalle istituzioni. In quel contesto si diffonde la retorica che contrappone la verità dei giornali, ritenuti subordinati al potere, alla presunta verità di Internet, considerata invece libera e indipendente.

Tuttavia, sono stati sufficienti pochi anni perché questo clima mutasse profondamente. La verità, infatti, si frammenta in una molteplicità di narrazioni: se esistono centinaia o migliaia di canali su piattaforme come YouTube, uno stesso evento può essere raccontato in altrettanti modi differenti. Di conseguenza, chi era alla ricerca di un punto di riferimento si trova nuovamente disorientato, forse in misura ancora maggiore rispetto a prima, poiché sperimenta l’impossibilità di accedere a una verità univoca. In questo senso, i nuovi canali di comunicazione mediatica finiscono per alimentare e rafforzare l’atteggiamento complottista.

Tuttavia, nel dibattito contemporaneo dovremmo rifuggire dalla seducente inerzia che induce a brandire con eccessiva leggerezza l’epiteto di ‘complottista’ quale strumento di delegittimazione preventiva. Un tale uso, sbrigativo e riduttivo, rischia di soffocare il confronto prima ancora che possa prendere forma, impoverendo lo spazio critico del dialogo e precludendo la possibilità di un’autentica indagine delle idee.

©Riproduzione riservata

sostienici!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

sostienici ora!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

Autore

Autori

  • Laureata in Psicologia. Affascinata dalla mente umana e dalle vicende misteriose segue e analizza casi di cronaca, soprattutto quelli irrisolti, per approfondirne ogni dettaglio alla ricerca della verità.

  • Laureata in Mediazione Linguistica, nutre un forte interesse per la cronaca giudiziaria, con particolare attenzione agli errori giudiziari e al fenomeno dell'ingiusta detenzione.

condividi

tag dell’articolo

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *