Da via Poma alla strage di Capaci: la morte misteriosa di un consulente informatico

Scritto da: Martina Piumatti
9 Dicembre 2025

Insieme a Gioacchino Genchi aveva lavorato sui dispositivi elettronici del giudice saltato in aria con la moglie e la sua scorta. Ma se Genchi era stato trasferito al reparto Celere, Luciano Petrini viene trovato con il cranio sfondato nel 1996. Si archiviò tutto collegando quella morte a un giro omosessuale. Ma i segreti cui il consulente informatico aveva avuto accesso potrebbero essere stati una pista ignorata…

Luciano Petrini.

Luciano Petrini non era un tecnico qualunque. Ingegnere elettronico di una software house romana, la Computer Micro Image, consulente informatico di svariate procure, Petrini era uno tosto. Preciso, competente, riservato, davanti a un incarico “sensibile” non faceva sconti, andava fino in fondo. Forse anche troppo, secondo qualcuno.

Ucciso nel sonno

Lo trovarono morto il 9 maggio 1996, nel suo appartamento-ufficio al quarto piano di via Giorgio Pallavicino 30, zona Villa Bonelli, al quartiere Portuense, con il cranio sfondato. Un solo colpo, tra la zona orbitale e lo zigomo sinistro, sferrato presumibilmente con il portasciugamani in ferro del bagno. Erano circa le 17 quando Mario Scibona, ex compagno del tecnico, scoprì il corpo. Era avvolto in un lenzuolo, ai piedi del letto, con le gambe appoggiate al materasso e la testa coperta da un ammasso di vestiti insanguinati. L’assassino doveva averlo colpito nel sonno, almeno otto ore prima. Petrini aveva 37 anni.

Indagini archiviate troppo in fretta

Subito dopo le 17, Scibona, che aveva convissuto con l’ingegnere per cinque anni e possedeva ancora le chiavi, chiamò il 113. Al civico 30 di via Pallavicino si precipitarono gli agenti della sezione omicidi della Squadra mobile di Roma, insieme a quelli del commissariato San Paolo, coordinati dal sostituto procuratore Leonardo Frisani. Nulla fece pensare a un furto. Tutto era in ordine, la serratura non era stata forzata e nessuno aveva sentito rumori sospetti.

Si scandagliò un po’ nella vita del tecnico romano, furono sentiti l’ex compagno, i familiari, gli amici e i colleghi. Poi, però bastò una sola testimonianza ad indirizzare gli inquirenti verso la pista passionale. Un vicino raccontò agli investigatori di averlo visto uscire di casa con un ragazzo più giovane, con i capelli biondi, forse portoghese, poi volatilizzatosi a bordo una Fiat Tipo bianca. Forse. Dopo poche settimane, il caso venne archiviato come un delitto maturato nel mondo gay. Una banale storia di sesso finita male. Conclusione che non convinse mai chi Petrini lo conosceva bene.

Anche considerato quello che aveva appena scoperto, e ai segreti e alle verità che in qualità di consulente di procure, forse, custodiva e avrebbe potuto rivelare.

La perizia sul computer di Simonetta Cesaroni

La Computer Micro Image, di cui Petrini era il responsabile tecnico non era una semplice società sviluppatrice di programmi informatici, ma “lavorava, tra gli altri, per conto dei servizi segreti” (come riportato nel libro “sbirri e padreterni” di Enrico Bellavia). E l’ingegnere, oltre a progettare sofisticatissimi software e a collaborare spesso con il Dipartimento di informatica e sistemistica dell’Università La Sapienza, si trovò ad essere il consulente “imposto dal ministero” in diversi casi, diciamo, “sensibili”.

Per esempio, fu tra i periti incaricati dalla procura di Roma di analizzare il computer usato da Simonetta Cesaroni presso la sede regionale dell’Aiag di via Poma, dove venne uccisa il 7 agosto 1990. Il Data General, modello Dasher 20, fu caratterizzato a sua volta da uno strano destino. A cominciare da quella notte. Quando gli agenti delle volanti accorsi sulla scena del delitto ne staccarono “incidentalmente” la spina all’1.26, dopo aver “accidentalmente” cancellato i messaggi della segreteria telefonica. Non solo. Già la prima perizia, datata 27 agosto 1990, venne affidata a un altro tecnico in odore di servizi: l’ingegner Stefano Carucci della Insirio spa, la società fornitrice dei programmi usati in via Poma, che aveva legami con il Sisde, il servizio segreto civile.

Utilizzato ancora per un anno dopo l’omicidio, il computer venne preso in consegna dalla polizia e posto in un deposito nel dicembre 1991, quando l’Aiag cambiò sede. Verrà ufficialmente posto sotto sequestro e sigillato solo il 7 agosto del 1995. Dopo cinque lunghi anni, nonostante costituisse una preziosa fonte di indizi per qualcuno che avesse saputo cercarli. Qualcuno come Luciano Petrini. Cosa aveva scoperto nel Data General di Simonetta? Forse una verità troppo scomoda per rischiare che trapelasse?

Le scoperte inquietanti sul portatile di Giovanni Falcone

 Il giallo di via Poma non fu l’unico caso “sensibile” di cui si occupò il tecnico della Micro Image. Il 14 luglio 1992, neanche due mesi dopo la strage di Capaci, in cui furono uccisi Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e i tre uomini della scorta, la procura di Caltanissetta affidò a Petrini e a Gioacchino Genchi, un poliziotto super esperto in analisi dei traffici telefonici, la perizia sui dispositivi informatici del giudice. In sei mesi, i due analizzarono trentamila pagine di documenti, tre computer (un personal di marca Olivetti usato al ministero e due portatili, un Toshiba e un Compaq, ndr), due databank, uno Sharp e un Casio protetti dalla password Joe, e una trentina di floppy disk, per un totale di duecento milioni di byte di dati.

Il rapporto di 47 volumi consegnato ai giudici nisseni conteneva delle scoperte inquietanti. Secondo i tecnici, nel Toshiba, ritrovato dai familiari nella casa di Falcone a Palermo, in via Notarbartolo, era stato installato – dopo la morte del giudice – un programma per la modifica dei file. Ma il grosso delle manomissioni postume lo rintracciarono nel Compaq, citato nella relazione degli agenti del Servizio centrale operativo che il 30 maggio 1992 ispezionarono l’ufficio del giudice al ministero, ma curiosamente sequestrato dai carabinieri solo quasi un mese dopo, il 23 giugno.

L’esame del Compaq rivelò che il file “orlando.bak”, il 9 giugno 1992, alle 16.20, era stato letto e modificato, mentre altri file personali editati da Falcone, erano stati aperti e salvati senza essere cambiati nei contenuti almeno in altre tre date, l’1, il 19 e il 26 giugno. Tutte successive alla strage di Capaci e l’ultima addirittura posteriore al sequestro del portatile, risalente al 23. I documenti visionati sono roba che scotta: dalle schede con i nomi dei gladiatori a quelle contenenti i numeri di telefono secretati di un cellulare in dotazione al Sisde, alle carte relative all’omicidio dell’agente segreto Emanuele Piazza, agli atti sull’omicidio Piersanti Mattarella.

Forse i due consulenti informatici finirono “inconsciamente” in un “gioco troppo grande”? È solo un’ipotesi. Genchi, contattato da DarkSide, ha preferito limitarsi a questa dichiarazione: “Ricordare quelle vicende mi crea un profondo senso di angoscia. Solo a pensare a quanti hanno speculato e fatto carriera, in magistratura e in politica, con le stragi del 1992 e con quello che ne è conseguito”. Il superesperto, subito dopo la scoperta delle manomissioni nei dispositivi del giudice, su decisione dell’allora capo della polizia Vincenzo Parisi, venne trasferito dalla direzione dell’Anticrimine per la Sicilia Occidentale al reparto Celere. Mentre Petrini, lo trovano con il cranio fracassato nella sua camera da letto.

Un precedente sospetto e la scia di misteri ignorati

 Al di là delle suggestioni, resta una sfilza di stranezze mai approfondite da chi indagò sull’omicidio del tecnico romano. Come nel caso del telefono cellulare rinvenuto accanto al cadavere di Petrini. Su 99 contatti registrati in rubrica solo 60 erano visibili, gli altri risultarono criptati. Perché? A chi appartenevano quei numeri? Nonostante il curriculum molto “particolare” dell’ingegnere, gli investigatori non ritennero opportuno battere quella pista. Si preferì dar credito a chi lo aveva visto insieme a un fantomatico “biondino”. Chi era davvero quel ragazzo? E che fine fece? Domande che non avranno mai una risposta.

Ma c’è un precedente ancora più inquietante rimasto sullo sfondo. Risale a quattro mesi prima dell’omicidio. Petrini si trovava a Caltanissetta per deporre al processo di primo grado contro i presunti mandanti ed esecutori della strage di Capaci. Durante la sua deposizione dell’8 gennaio 1996, qualcuno entrò nell’appartamento di via Pallavicino, anche allora senza forzare la serratura, portando via un computer portatile, duecento cd di musica classica, una coppia di gemelli in oro e un impianto hi-fi di ultima generazione. Semplice coincidenza? Si trattò di un normale furto o qualcuno volle lanciare un avvertimento?

Dubbi, segreti, stranezze. Sarebbe stato già abbastanza per continuare a scavare su una vicenda che, ancora oggi, chiede verità e giustizia.

©Riproduzione riservata

sostienici!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

sostienici ora!

Con il tuo sostegno possiamo realizzare nuove inchieste, approfondimenti, eventi e garantirti un canale di informazione libero e indipendente.

Autore

Autore

  • Nasce a Erba. Giornalista professionista freelance ha scritto per InsideOver e collabora anche con il Giornale e il Giornale.it, occupandosi di esteri e inchieste.

condividi

tag dell’articolo

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *