Dagli Stati Uniti all’Italia: perché la questione ICE ci riguarda

Scritto da: Manuele Avilloni
10 Febbraio 2026

Mentre l’attenzione pubblica corre dietro alle Olimpiadi e agli scandali mediatici, la questione ICE viene rapidamente archiviata. Eppure le immagini di Minneapolis mostrano un uomo già immobilizzato, colpito da dieci spari in pochi secondi, e pochi giorni prima una donna uccisa durante un’operazione federale. Non incidenti, ma omicidi che restano impuniti. In Italia tutto si riduce a qualche fischio allo stadio, a una polemica politica trasformata in tifoseria. Stiamo normalizzando qualcosa di pericoloso? Quando l’autorità che dovrebbe proteggere si trasforma in violenza, il potere resta legittimo?

Una protesta contro l’ICE a Minneapolis in seguito alla morte di Renee Nicole Good.

Completamente cancellato dal dibattito pubblico, oscurato dall’inizio delle Olimpiadi Invernali e dagli Epstein Files, la questione ICE ci sembra ormai lontana. Diciamoci la verità, la disinformazione che in questo periodo ci sta travolgendo è di gran lunga più accattivanete di un serio dibattito su questa sigla, ICE! Sono giorni che ha risonanza nella mia testa. Continuo a rivivere le immagini dell’ultima esecuzione avvenuta sulle strade innevate di Minneapolis. Un momento di cruda violenza dopo che alcuni agenti avevano già immobilizzato un soggetto a loro “ostile”. Sto parlando dell’omicidio del 24 gennaio 2026, di Alex Jeffrey Pretti, 37enne infermiere di terapia intensiva e cittadino americano.

L’omicidio fa eco ad un altro delitto, quello di Renée Nicole Good, cittadina statunitense di 37 anni, colpita e uccisa da un agente dell’ICE il 7 gennaio 2026 sempre a Minneapolis durante un’operazione di enforcement federale. No la parola omicidio non è una casualità, nemmeno una scelta stilistica segue la linea dei fatti che tutti noi possiamo vedere attraverso i video diffusi sul web.

Ai fatti si affianca un dibattito tutto italiano, una retorica polarizzata dopo che si è diffusa la notizia che agenti di questa agenzia federale americana sarebbero stati dispiegati in Italia per coadiuvare nella sicurezza delle Olimpiadi Invernali. La semplificazione vuole che chi sia contrario, sia un sinistroide, mentre chi accetta sommessamente è schierato con un governo satellite dell’universo Trump. Nulla di più facile, piatto e profondamente iniquo. È proprio quello che occorre per sfuggire da quei frame, dai metodi brutali di repressione nei confronti di cittadini che esercitano i loro diritti, manifestare, filmare e lì, in America, anche possedere armi. È quello che occorre per non chiedersi di più, mettere in discussione la deriva che stiamo raggiungendo.

Cosa sfugge? Cosa non vogliamo vedere? Sul suolo italiano centri operativi di agenzie americane già esistono e operano, lo fanno in collaborazione con le nostre autorità giudiziarie. Lo fa l’FBI, lo fa la CIA. E allora perché loro? Perché proprio l’ICE? Ma soprattutto perché accettare la loro presenza significa tradire la nostra democrazia? Dei metodi brutali dell’ICE se ne è sentito parlare più volte. Potrei raccontarvi di quella volta nella quale, lo scorso 13 gennaio, una donna con disabilità, ritrovatasi in una protesta mentre si recava dal medico, è stata prelevata con la forza dalla sua auto e detenuta per ore nonostante gridasse “sono disabile, sto solo cercando di andare dal medico”. Potrei raccontarvi di qualche retata portata a termine con ferocia ma ciò non basterebbe. Quello che nella mia testa rimbomba sono quei 10 colpi di pistola che in soli 5 secondi hanno ucciso Pretti, quello che rimbomba è quel colpo sparato in faccia a Renee Good mentre fuggiva a bordo della sua auto.

Inutili le analogie, insensati i paternalismi sulla crisi democratica. Siamo davanti al fallimento del potere, quando l’uso della forza come ultima istanza diviene violenza si crea una spaccatura tra chi governa e chi è governato. L’autorità si piega e deforma fino a scadere nel tragico esercizio di chi può tutto, giustificato e nascosto da un potere più alto, insensato, illegittimo. Allora quei luoghi di ingiustizia, come Minneapolis diventano zone calde dove tutto è pronto per detonare ed esplodere.

In questo marasma di informazioni accettare che agenti dell’ICE, si occupino di sicurezza sul nostro suolo non è poi così sconcertante. in fondo il loro simbolo è chiaro, porta con sé un senso di timore, reverenza e risoluta crudeltà verso il dissenso. Avremmo potuto chiedere contezza di ciò, sembrare quantomeno degni della costituzione che proteggiamo. Invece no, la polemica politica è più importante. Stiamo tradendo un principio fondamentale senza riconoscerne la gravità, è un terreno dove anche il silenzio e una non posizione sono rumorosi e stridono con le libertà fondamentali.

A risentirne saranno anche le autorità Italiane che in questo modo saranno adombrate da questa presenza tossica, da un machismo d’oltre mare che si tinge di nero e lunghi cappotti di pelle. Non trovo risposta e continuo a chiedermi, perché? Speriamo di trovare una risposta prima che la deflagrazione conduca ad una profonda crisi identitaria.

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  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

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