Dalla Uno Bianca al Protocollo Farfalla: le ombre dietro il suicidio Gugliotta

Scritto da: Federico Carbone
11 Maggio 2026

La morte di Pietro Gugliotta arriva mentre Roberto Savi torna a parlare di presunti rapporti tra la Uno Bianca e i servizi segreti. Nessun elemento collega il suicidio a dinamiche esterne. Ma il ritorno simultaneo di questi temi riapre una domanda mai davvero archiviata: quanto sono profonde le zone grigie tra apparati dello Stato, carceri e criminalità?

Pietro Gugliotta.

La notizia del suicidio di Pietro Gugliotta, ex poliziotto e “gregario” della banda della Uno Bianca, arriva a pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni televisive di Roberto Savi a Belve Crime sui presunti rapporti della banda con i servizi segreti. La coincidenza temporale è troppo forte per non interrogarsi sul contesto in cui matura questo gesto

Il suicidio di Gugliotta e il peso del passato

Secondo quanto ricostruito, Gugliotta si è impiccato lo scorso dicembre nella sua abitazione di Colle d’Arba, un borgo di poco più di duecento abitanti in provincia di Pordenone; la notizia è emersa solo ora, dopo mesi di silenzio.

Sessantacinque anni, ex assistente della Polizia di Stato alla centrale operativa della questura di Bologna, era stato arrestato nel novembre 1994 insieme ai fratelli Savi e condannato per il suo ruolo logistico e per alcune rapine, non per gli omicidi, in un quadro complessivo che attribuisce alla Uno Bianca 24 morti, oltre 100 feriti e 103 azioni criminali tra il 1987 e il 1994.

Dopo quattordici anni di carcere, era tornato in libertà nel 2008 grazie all’indulto e ai benefici penitenziari, aveva trovato lavoro in una cooperativa per il reinserimento degli ex detenuti, si era risposato e conduceva una vita apparentemente normalizzata; proprio per questo, familiari e legale parlano di uno choc imprevedibile, aggravato dal fatto che la Scientifica è intervenuta in casa sua il giorno del suicidio per i rilievi di rito.

Il passato della Uno Bianca torna a muoversi proprio mentre uno dei suoi protagonisti sceglie il silenzio definitivo.

Gugliotta sapeva dell’apertura di una nuova inchiesta della Procura di Bologna sulla Uno Bianca, ma non risultano convocazioni o atti a suo carico: era, formalmente, un ex condannato che aveva pagato il suo debito con la giustizia, ma che non aveva mai smesso di portare addosso lo stigma di aver fatto parte di una banda di poliziotti assassini.

Uno Bianca: il contesto che torna a muoversi

La banda della Uno Bianca non è solo un cold case di provincia: è uno dei capitoli più inquietanti della storia criminale italiana, perché per la prima volta un gruppo di agenti in servizio usa l’addestramento, le armi e le coperture istituzionali per compiere rapine e omicidi su larga scala.

Tra il 1987 e il 1994, il gruppo guidato dai fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi, assieme a complici come Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli, colpisce tra Emilia-Romagna e Marche: banche, supermercati, caselli, armerie, fino alle azioni apparentemente “senza movente” come l’assalto al campo nomadi o l’uccisione di lavoratori stranieri, con un livello di violenza che eccede di gran lunga la logica della semplice rapina.

Negli ultimi mesi questo passato è tornato a respirare: la Procura di Bologna ha riaperto il fascicolo, anche alla luce di nuovi esposti che ipotizzano mandanti e coperture, e l’intervista di Savi a Belve Crime ha introdotto nel mainstream televisivo il tema delle presunte “connivenze con i servizi”, finora rimasto perlopiù nel lavoro di magistrati come Giovanni Spinosa e in una letteratura di nicchia.

In questo quadro, la morte di Gugliotta non può essere letta come un mero fatto di cronaca nera privata: arriva mentre l’attenzione mediatica e giudiziaria sulla Uno Bianca si rialza, e mentre uno dei protagonisti, Savi, ridisegna davanti alle telecamere il perimetro delle responsabilità, chiamando in causa apparati dello Stato senza però entrare, per ora, nella sala interrogatori di una procura.

L’ombra lunga del Protocollo Farfalla

Per capire perché l’evocazione dei “servizi segreti” da parte di Savi suoni così inquietante, bisogna spostarsi di qualche anno e guardare a quella che è diventata la metafora stessa dei rapporti opachi tra carceri, mafie e apparati: il Protocollo Farfalla.

Con questo nome in codice si indica un accordo segreto firmato nel 2004 tra il Sisde, allora diretto da Mario Mori, e il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria guidato da Giovanni Tinebra: sei pagine “riservate”, senza timbri né intestazioni, in cui si disciplinava una cooperazione straordinaria tra servizi e amministrazione carceraria.

Al centro di quell’intesa c’erano i detenuti mafiosi al 41-bis, in particolare alcuni boss di primo piano di Cosa nostra, ’ndrangheta e camorra, che i servizi individuavano come potenziali “fonti” di informazioni in cambio di “idonei compensi” pagati con fondi riservati: in sostanza, soldi dei Servizi ai capi mafia al carcere duro in cambio di notizie, al di fuori dei canali tradizionali dei collaboratori di giustizia sottoposti al controllo della magistratura.

Il punto centrale non è la teoria del complotto, ma l’esistenza documentata di canali paralleli tra apparati e detenuti ‘sensibili’.

La desecretazione del Protocollo Farfalla e dei suoi allegati ha mostrato come l’operazione non si limitasse a un più rapido scambio informativo tra apparati, ma creasse di fatto una filiera parallela di gestione di detenuti “sensibili”, con margini di discrezionalità e zone d’ombra tali da preoccupare la Procura di Palermo e la Commissione Antimafia, che ne hanno fatto uno dei capitoli delle loro indagini sul rapporto tra Stato e criminalità organizzata nel dopo-stragi.

Non a caso, il Protocollo è finito sul tavolo dei processi a carico di Mori per la mancata cattura di Provenzano e nei dossier sulla trattativa Stato–mafia, come possibile tassello di un più ampio disegno in cui le informazioni dei boss e il loro silenzio su stragi e mandanti si intrecciano con la gestione di carriere detentive, benefici e allentamenti del regime speciale.

Dalla Farfalla alla Convenzione AISI-DAP: le metamorfosi possibili

Ma Farfalla non è rimasto un episodio isolato nel tempo: nel 2010 una nuova “convenzione” tra l’AISI, erede del Sisde, e il DAP, firmata dai direttori Giorgio Piccirillo e Franco Ionta, ha segnato un ulteriore salto di qualità nei rapporti tra servizi e sistema carcerario.

Quell’accordo, come ricostruito da alcuni studi, prevedeva un sistema di sorveglianza e controllo capillare sui detenuti più pericolosi, con la possibilità di installare telecamere e microfoni, monitorare costantemente conversazioni e contatti, e soprattutto interrogare direttamente detenuti al 41-bis senza il filtro ordinario della magistratura, con le informazioni coperte da vincoli di riservatezza tra le parti.

Se il Protocollo Farfalla rappresentava la nascita di una filiera “premiale” – soldi e contropartite in cambio di informazioni – la Convenzione AISI-DAP ne appare come una metamorfosi tecnologica e gestionale: le carceri che diventano un “grande fratello” per mafiosi e detenuti strategici, con la gestione dei pentiti e dei potenziali informatori sempre più spostata nell’orbita dell’intelligence.

In parallelo, altre letture critiche hanno sottolineato come il Protocollo Farfalla sia servito non solo a cercare informazioni sulle organizzazioni criminali, ma anche a monitorare associazioni di detenuti, avvocati e movimenti che contestavano il 41-bis e il carcere duro, configurando una sorveglianza politica di chi rivendicava diritti e riforme del sistema penitenziario.

Le zone grigie tra intelligence, carceri e criminalità non appartengono soltanto al passato italiano.

Oggi, mentre si discute di algoritmi, sorveglianza digitale e intelligenza artificiale applicata alla prevenzione, la logica che sta dietro a Farfalla – rapporti diretti, opachi e poco controllabili tra apparati di sicurezza e soggetti privati della libertà – rischia di ripresentarsi in forme nuove, potenzialmente ancora meno visibili e verificabili dall’esterno.

Coincidenze, domande e nuovi scenari

In questo scenario, la quasi simultaneità tra il suicidio di Gugliotta, l’ex gregario che aveva cercato di rifarsi una vita in silenzio e il ritorno mediatico di Savi con la narrazione dei “servizi che ci proteggevano”, assume il sapore di una sinistra coincidenza che chi lavora sulla memoria delle stragi italiane non può archiviare come mero caso.

Non c’è, ad oggi, alcuna evidenza che colleghi direttamente il gesto di Gugliotta a pressioni esterne o a dinamiche da intelligence: l’inchiesta è in mano alla magistratura di Pordenone e ogni scorciatoia complottista sarebbe non solo metodologicamente scorretta, ma anche offensiva per i familiari.

Eppure, da criminologo investigativo, non posso ignorare che la storia italiana ci ha insegnato come i confini tra criminalità comune, apparati dello Stato e gestione opaca delle carceri siano stati, in più fasi, zone grigie dove si sono decise strategie politiche e stragiste: dal Protocollo Farfalla alle sue metamorfosi, fino alle attuali forme di cooperazione tra sicurezza e sistema penitenziario.

La domanda da porsi, oggi, non è se la Uno Bianca “abbia lavorato per i servizi” così come la racconta Savi in tv, ma se esistano ancora – e in quale forma – canali privilegiati, poco trasparenti e scarsamente controllati attraverso cui lo Stato tratta, ascolta, premia o abbandona i suoi killer e i suoi nemici; perché è lì, in quelle pieghe, che si decide se la verità sulla Uno Bianca resterà un frammento di talk show o diventerà finalmente materia di storia giudiziaria e politica.

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Autore

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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1 commento

  1. Callimaco

    La cosa che non mi ha mai quadrato in questa storia è l'”overshooting” nel medesimo stile della banda del Brabante Vallone, non giustificabile soltanto con una smodata e morbosa passione per le armi nutrita dai Savi.

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  1. Callimaco

    La cosa che non mi ha mai quadrato in questa storia è l'”overshooting” nel medesimo stile della banda del Brabante Vallone, non giustificabile soltanto con una smodata e morbosa passione per le armi nutrita dai Savi.

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