La tecnologia non è né buona né cattiva: è come una lama che riflette la mano di chi la impugna. Abbiamo insegnato ai ragazzi a cliccare, ma non a capire. E così, invece di costruire ponti di conoscenza, usano le immagini per erigere muri di vergogna. La colpa non è della tecnologia: è del silenzio degli adulti.
Le immagini non mentono – o almeno non dovrebbero. Oggi però, sempre più spesso, le immagini mentono benissimo. Negli ultimi due anni la tecnologia che crea video, foto e audio falsi ma convincenti – i cosiddetti deepfake – è uscita dai laboratori ed è entrata nelle chat di classe, nei corridoi digitali e nelle vite di studenti e studentesse. Quello che all’inizio sembrava uno scherzo tecnologico è diventato uno strumento di bullismo con conseguenze reali: rischia reputazioni, salute mentale e, in casi estremi, vite.
Quanto è diffuso il fenomeno?
Non è più solo teoria. Un’indagine su dirigenti scolastici negli USA ha rilevato che il 13% delle scuole ha riportato episodi di bullismo che coinvolgevano deepfake nel biennio 2023–2025 – numeri che ci dicono che non si tratta di isolati “esperimenti” degli studenti, ma di un problema che sta già colpendo le comunità scolastiche.
In paesi come l’Australia i registrar ufficiali della sicurezza online, nonché rapporti governativi segnalano un aumento rapido dei casi e richiamano scuole e famiglie a denunciarli e a implementare strategie di risposta. Le piattaforme e le app che “nudificano” immagini o ricreano volti sono sempre più accessibili e facili da usare anche per chi non ha competenze tecniche.
Chi sono le vittime e perché la forma è così pericolosa
Le ricerche e i reportage indicano che le vittime sono spesso ragazze adolescenti e giovani donne, prese di mira con immagini intime false o video che le ritraggono in situazioni compromettenti. A differenza di una foto ritoccata con un’app, un deepfake può generare movimenti, audio e contesti che sembrano “provare” un comportamento imbarazzante o illegale. Insomma, nella testa dei coetanei quel falso diventa spesso prova incontrovertibile. Il risultato è umiliazione pubblica, isolamento sociale, estorsione, e un impatto psicologico duraturo.
“L’odio, la disinformazione, il cyberbullismo, il body-shaming, la diffamazione, l’insulto, sono forse rischi più insidiosi che, spesso, ci mettono in allarme solo quando è troppo tardi, quando c’è già un danno, anche inconsapevole.” – Anna Vaccarelli, presidente della CLUSIT – Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica
Uno studio qualitativo con insegnanti ha mostrato che gli adulti a scuola spesso si sentono impreparati: non sanno riconoscere la tecnologia, sottostimano la rapidità con cui il materiale si diffonde, o temono di non avere strumenti disciplinari e legali adeguati per intervenire. Questa “cecità istituzionale” acuisce il danno per la vittima.
Come vengono usati i deepfake nelle dinamiche di bullismo
Le modalità non sono sempre spettacolari: spesso si tratta di micro-attacchi studiati per massimizzare la vergogna e la paura. Alcuni schemi sono ricorrenti, abbiamo quindi cercato di delinearli in quattro macro punti:
Deepfake “nudify”: trasformare foto in immagini intime false e condividerle in gruppi di chat o social.
Fabricated video o audio: attribuire a qualcuno parole o atti che non ha mai compiuto.
Ricatto e sextortion: minacciare di diffondere il materiale a meno che la vittima non ceda a richieste.
Falsi “prove” per campagne di esclusione sociale: usare un video per screditare la reputazione di compagni, insegnanti o personale scolastico.
La tecnologia cambia la scala e la profondità della ferita: ciò che prima restava confinato a una chat di amici può andare virale in poche ore, e rimuovere una falsificazione convincente non cancella l’esperienza di essere stati esposti. Uno studio sul tema degli abusi di immagini generate da IA realizzato dalla American Academy of Pediatrics sottolinea che “se un minore è vittima di contenuti sessuali generati dall’IA, può sperimentare umiliazione, vergogna, rabbia, senso di colpa, ritiro dalla scuola e dalla famiglia, difficoltà a fidarsi e costruire relazioni” (…”trauma è amplificato ogni volta che il contenuto viene condiviso.”).
Impatto psicologico e istituzionale
Gli studi accademici cominciano a documentare danni concreti: ansia, depressione, isolamento, calo del rendimento scolastico, e in alcuni tragici casi pensieri suicidari. La natura “irreversibile” di un video creduto autentico aumenta l’ansia: molte vittime non si fidano che la rimozione porti a un ritorno allo status quo. Le scuole si trovano di fronte a dilemmi pratici e legali – dalla definizione dell’autorità disciplinare al rapporto con la polizia e le piattaforme digitali.
In termini più generali, ricerche sul cyber-bullismo mostrano che le vittime hanno una probabilità significativamente maggiore di sviluppare depressione, ansia, disturbi del sonno, disturbi alimentari, e persino ideazione suicidaria. Per esempio, uno studio con 755 adolescenti ha evidenziato che la vittimizzazione online è positivamente correlata con la depressione, in parte mediata dal sentimento di “insicurezza psicologica”. Un altro studio condotto con oltre 11 000 ragazzi ha riscontrato che il cyber-bullismo (tra cui quello visivo) era associato a maggiori probabilità di autolesionismo e tentativi di suicidio rispetto al bullismo tradizionale.
Una meta-analisi ha stimato che circa il 29,7% delle vittime di bullismo riportano un danno psicologico significativo – con disturbi emotivi, comportamentali, ansia, depressione – e ciò prima ancora di guardare alla varietà “tecnologica” del bullismo moderno. In questo panorama, l’uso di deepfake aggiunge fattori aggravanti: la diffusione veloce, l’illusione di “prova” visiva, la paura che il contenuto non si possa cancellare. In un’inchiesta dalla Corea del Sud si segnala come i casi di deepfake nelle scuole instillino «sfiducia, paura e vergogna profonde» nei ragazzi coinvolti, specialmente quando il carnefice è un compagno conosciuto.
In pratica, la vittima può sentirsi intrappolata: sapendo che “quel video” o “quel file” potrebbe tornare, essere mostrato, commentato, condiviso. Il risultato è che non solo si ferma il percorso scolastico sereno, ma si incrina il senso di sicurezza, di appartenenza, e la possibilità di fidarsi degli altri (o di sé stessi). Il supporto psicologico, l’intervento tempestivo, la protezione dell’identità diventano quindi elementi cruciali – non accessori – nella risposta a queste nuove ferite digitali.
Cosa dicono gli esperti e le istituzioni
Gli esperti in educazione e sicurezza digitale suonano lo stesso allarme: serve formazione, protocolli chiari e collaborazione con le piattaforme. Organismi governativi e ONG che si occupano di sicurezza online spingono per procedure di segnalazione rapide e per programmi di prevenzione che includano educazione su consenso, privacy e responsabilità digitale. A livello europeo, briefing parlamentari sottolineano che la facilità d’uso degli strumenti di generazione di contenuti sintetici richiede interventi normativi e campagne di sensibilizzazione rivolte ai minori.
Negli ultimi anni in Italia si è acceso un dibattito sempre più forte sull’inserimento dell’Educazione Emotiva nelle scuole come componente fondamentale della formazione. Secondo uno studio condotto da Think Young su oltre 3.300 studenti e laureati in 13 Paesi europei, “gli studenti italiani vorrebbero l’educazione emotiva a scuola”. In particolare, lo studio segnala che in Italia la percentuale di ragazze che considera molto importante l’educazione emotiva è di dieci punti superiore rispetto alla media europea.
Insomma, ci vogliono nuove pratiche. Non si tratta più semplicemente di “parlare delle emozioni”, ma di integrare una didattica delle emozioni che favorisca competenze come l’empatia, l’ascolto attivo e la gestione consapevole delle emozioni. Nel frattempo è utile chiedersi, quali sono gli strumenti di contrasto? Proviamo a farne una schematizzazione precisando che nessuna singola soluzione è risolutiva ma occorre un approccio multiplo che unisca tecnologia, pedagogia, legge e supporto:
Rilevazione tecnica: esistono strumenti che cercano artefatti nei file (incoerenze nel movimento o nell’audio), ma i modelli generativi migliorano rapidamente, rendendo la sola tecnologia di detection insufficiente.
Policy scolastiche: regolamenti scolastici che definiscano il deepfake come forma di molestia e prevedano sanzioni sono utili ma devono essere applicati con cura: non si tratta soltanto di punire, ma anche di proteggere e sostenere la vittima.
Intervento psicosociale: supporto immediato a studenti e famiglie, comunicazione trasparente con la comunità scolastica riducono i danni a lungo termine.
Coinvolgimento delle piattaforme: chiedere la rimozione rapida e il tracciamento degli autori è essenziale, ma spesso lento e complicato.
Nessuna singola soluzione è risolutiva: serve un approccio multiplo che unisca tecnologia, pedagogia, legge e supporto.
Raccomandazioni pratiche per scuole e insegnanti (azione immediata)
Abbiamo compreso che la strada non è priva di ostacoli: l’educazione emotiva si trova ancora spesso in bilico tra buone intenzioni e reale integrazione nel curriculum. Un articolo su Orizzonte Scuola mette in evidenza come, mentre Paesi come il Giappone rendono obbligatoria l’educazione emotiva, in Italia il suo inserimento nei curricula rimanga largamente facoltativo o dipendente dalle singole scuole. Ciò alimenta il dibattito su tre fronti: la necessità di una formazione sistemica per insegnanti e dirigenti, l’esigenza di un riconoscimento ufficiale e continuo dell’educazione emotiva come disciplina e la sfida della valutazione dell’efficacia di questi interventi.
Per non essere travolti dal dibattito possiamo riportare l’attenzione sulle azioni che gli educatori possono intraprendere, ovvero:
Definire e comunicare che l’uso di deepfake per bullizzare è una violazione grave delle regole scolastiche e potenzialmente reato.
Formare il personale su come riconoscere, documentare e rispondere ai casi – inclusa collaborazione con la polizia, i servizi sociali o associazioni e esperti del settore.
Protocollo di risposta rapida: rimozione, supporto alla vittima, indagine e misure educative nei confronti dell’autore.
Educazione preventiva agli studenti su consenso, reputazione digitale e conseguenze legali ed emotive.
Coinvolgere le famiglie: informarle delle tecnologie esistenti e dei segnali d’allarme.
Cosa ci entra nella testa e nel cuore
Cosa resta quando la cultura e la tecnologia falliscono? L’essere umano. Perchè dietro ogni manipolazione digitale esiste una causa, un volto, una mancanza della nostra società ad aggiornare i propri ambienti scolastici. Si è vero, il contesto educativo è sempre stato, contemporaneamente, esposto ai drammi del nostro tempo e vincolato a vecchi protocolli. I deepfake rendono visibile un cambiamento culturale: la tecnologia rende facile infliggere danno visibile e “credibile” senza grandi competenze informatiche.
Eppure è un fenomeno che ci dice di più, ci racconta un malessere, una profonda ignoranza riguardo cause e conseguenze. Non è un problema solo tecnico: è un problema morale, educativo e di salute pubblica. Se le scuole vogliono rimanere luoghi sicuri per crescere e imparare, devono fare per tempo quello che spesso si è fatto per ultimi: guardare in faccia la nuova realtà, aggiornare regole e formazione, sostenere le vittime e responsabilizzare i carnefici. Perché una foto falsa può essere cancellata – ma il trauma, la vergogna e la fuga dalla scuola possono durare molto più a lungo.
Insomma non si tratta di fermare le raffiche di vento con le mani, ma di imparare a respirare profondamente quando intonro a noi c’è tempesta…anche quella tecnologica!





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