Martedì 24 febbraio 1987. Ci troviamo a Roma, nel quartiere Monte Sacro, e precisamente in Via Levanna, una stradina defilata, immersa nel silenzio, nella tranquillità e nel verde, che correndo parallela a una collinetta fitta di vegetazione e a un’ampia zona boschiva che costeggia il fiume Aniene – in seguito divenuta riserva naturale –, finisce per immettersi nella frenesia della trafficata Via Nomentana. Poco prima delle 9.00 della mattina, la signora Elvisa, addetta alle pulizie del civico numero 35, uno degli edifici residenziali piccolo-borghesi che sorgono lungo la strada, entra nel condominio e comincia a pulire le scale partendo dall’attico, come di consueto.
Mattinata di paura
Giunta al piano terra, la sua attenzione viene richiamata da forti grida e da un forte trambusto che provengono dall’interno numero 1, occupato da Valerio Aprile, un quarantasettenne di origini leccesi, insegnante di elettrotecnica, fisica ed elettronica, dalla moglie Fiorella Baroncelli, di quarantanove anni, e dai tre figli: Patrizio, di diciassette anni, Giada di quindici e Cristiano di dodici. Quella mattina in casa ci sono solo Fiorella, che non lavora, Giada, rimasta a casa da scuola in quanto, come la madre, non si sente bene, e il piccolo Cristiano. Valerio si è svegliato alle 7.30 per recarsi all’ITIS Galileo Galilei di Via Conte Verde, dove insegna, e Patrizio si trova già all’istituto artistico che frequenta insieme alla sorella.
All’improvviso, la porta dell’appartamento si apre e ne esce Fiorella, che sconvolta, ferita al collo e sanguinante corre nella direzione di Elvisa e le dice “un ladro, un ladro! Ci hanno massacrato”, suonando al contempo i campanelli dei vicini di casa. La scena è surreale: immediatamente dopo la donna, dall’interno numero 1 esce un giovane alto e magro, vestito con un giubbotto e un paio di jeans, che, come se tutto ciò che sta accadendo intorno gli fosse indifferente, senza dire una parola si allontana con calma verso l’uscita. Le grida di Fiorella vengono udite verso le 9.00 anche da Miriana, una collaboratrice domestica che proprio in quel momento si sta recando al lavoro. Stupita dalla circostanza che il cancelletto dello stabile fosse stato lasciato aperto, era stata spaventata dalle urla e aveva chiesto a Elvia, un’altra residente di Via Levanna, di accompagnarla fino all’atrio. Lì, avevano assistito alla stessa scena vista da Elvisa, e Mariana aveva notato un giovane alto che usciva dalla porta a vetri con passo regolare e procedeva verso la strada.
La signora Baroncelli viene raggiunta dalla figlia Giada, che presenta anch’ella ferite sanguinanti. Nel frattempo, accorrono anche gli altri occupanti dello stabile, e uno di loro, pochi minuti dopo le 9.00, telefona al 113. Solo allora Elvisa decide di entrare nell’appartamento degli Aprile e, raggiunta la stanza dei bambini, trova il figlio minore Cristiano ai piedi del letto a castello, immobile, con indosso un pigiama e immerso in una pozza di sangue. Sulla scena, oltre agli operatori della Croce Rossa, arrivano gli agenti del commissariato di Monte Sacro e della Squadra Mobile. Fiorella, Giada e Cristiano, che è agonizzante ma ancora vivo, vengono trasportati al Policlinico Umberto I. Lì, viene constatato che Fiorella è stata raggiunta da diversi fendenti, provocanti ferite da punta e da taglio dietro e davanti al collo, al cuoio capelluto e alla mano sinistra. Giada, che una volta giunta in ospedale riesce ad avere un breve colloquio con un assistente della Polizia, è stata invece raggiunta alla scapola e alla spalla sinistre, e presenta ferite da taglio al vertice del capo, al dorso del naso, e nella regione auricolare sinistra. Purtroppo, per il piccolo Cristiano, che presenta una ventina di lesioni in tutto il corpo, alla testa e al tronco, non c’è ormai più nulla da fare: gravemente ferito al cuore e alla carotide, muore durante il tragitto in ambulanza. Nel frattempo, il personale della scientifica comincia il sopralluogo dell’appartamento. Quando Valerio Aprile torna a casa da scuola ancora non sa dell’accaduto, perché i poliziotti non hanno fatto in tempo a contattarlo prima che lasciasse l’istituto. Appresa la notizia, viene colto dalla disperazione.
La visita dell’assassino
Ma cosa è accaduto quella mattina al civico numero 35? I racconti forniti da Fiorella Baroncelli e Giada Aprile verranno verbalizzati ufficialmente dagli inquirenti solo all’inizio di marzo, e cominciano in realtà tra i cinque e gli otto giorni prima del 24 febbraio, nel primo pomeriggio. Anche in quella circostanza, a casa si trovavano solo Fiorella, Giada e Cristiano, che stavano pranzando. Qualcuno aveva suonato il campanello, come se fosse riuscito a entrare nello stabile senza prima passare dal citofono, e quando la signora Baroncelli si era recata ad aprire si era trovata davanti un giovane, il quale sosteneva di essere un allievo del marito, passato a ritirare un testo di elettrotecnica. Dato che il professor Aprile non era presente, sia Fiorella che la figlia avevano aiutato il giovane a cercare il suddetto libro, senza tuttavia riuscirvi, tanto che, rassegnato, il ragazzo si era congedato con modi garbati, rammaricandosi però di non essere riuscito a trovare ciò che cercava.
La signora Baroncelli non si era affatto insospettita per quella visita, un po’ perché, dato che il marito dava anche lezioni private in casa sua, era abituata al viavai di studenti, un po’ perché il giovane aveva un aspetto ordinario e sembrava effettivamente interessato solo e soltanto a trovare il libro, disperato all’idea di non potersi preparare per un’interrogazione che avrebbe dovuto sostenere il giorno successivo. Giada conferma, nella sostanza, la versione della madre, aggiungendo però che a lei il comportamento di quel giovane non era piaciuto: “sembrava scuro in volto, parlava sempre piano”. Ad ogni modo, a entrambe la circostanza non dovette sembrare troppo al di fuori dell’ordinario, visto che né la madre né la figlia si ricordarono o quantomeno ritennero rilevante raccontare della visita del ragazzo a Valerio Aprile.
Una violenza cieca
La mattina del 24, dopo che il professor Aprile e il figlio maggiore Patrizio erano già usciti, Fiorella aveva svegliato Cristiano, che avrebbe dovuto recarsi a piedi da solo alla scuola media Menenio Agrippa, distante poco meno di cinquecento metri da casa. Gli aveva preparato la cartella, i vestiti e la colazione ed era tornata a letto nella camera matrimoniale, dove dormiva insieme a Giada, che come lei, quella mattina, stava poco bene. La signora Baroncelli aveva poi sollecitato il figlio a prepararsi, bussando contro la parete, e Cristiano aveva risposto che lo stava facendo. Dopo essersi riassopita, Fiorella era stata svegliata da quattro scampanellate. Ancora una volta, chiunque si trovasse davanti alla porta aveva attraversato il portone del condominio senza passare dal citofono. Sul pianerottolo, aveva trovato nuovamente il giovane che si era presentato per cercare il testo di elettrotecnica. Dopo averlo avvisato che anche stavolta il marito non era presente in casa, costui le aveva detto di aver parlato con il professor Aprile e che questi aveva lasciato il libro che cercava su una scrivania. Giunti in prossimità della scrivania del salone, però, il ragazzo aveva avvolto il braccio sinistro attorno al collo della signora Baroncelli, che gli dava le spalle, e con l’altro le aveva accarezzato i capelli, dicendo che li trovava belli.
Subito dopo, lo sconosciuto aveva tirato fuori un coltello a scatto e lo aveva puntato alla gola della donna, dicendole però, con un tono di voce basso, dolce e gentile, di non avere paura, chiedendole di sdraiarsi a terra in quanto avrebbe dovuto legarla, e rassicurandola che se fosse rimasta in silenzio non le sarebbe accaduto nulla. Secondo Fiorella, il ragazzo sembrava esitante, tanto che quando lei si era opposta alla sua richiesta di sdraiarsi, l’aveva fatta accomodare su una sedia. Dopodiché, aveva tirato fuori uno spago con un nodo scorsoio e un fazzoletto blu a pallini e li aveva usati per legarle le mani e imbavagliarla, ma le legature erano così leggere che chiunque avrebbe potuto facilmente liberarsene e anche il fazzoletto era allentato a tal punto da riuscire a parlare tranquillamente. Probabilmente anche per questo motivo Fiorella aveva inizialmente pensato a uno scherzo di carnevale. Lo sconosciuto l’aveva tempestata di domande, chiedendole dove tenesse i soldi, quante persone si trovassero in casa, quanti figli avesse, quale fosse l’età del figlio più grande. Lei aveva risposto che i soldi si trovavano in camera da letto e, ritenendo che Cristiano fosse già uscito per andare a scuola, aveva risposto che in casa c’era solo sua figlia Giada.
Aveva poi seguito il giovane nella zona notte, ed entrambi si erano resi conto che Cristiano si trovava ancora in camera sua. In questo frangente Giada si era svegliata, ma era stata rassicurata dalla madre, che per non spaventarla le aveva detto che non stava accadendo nulla. Lo sconosciuto aveva allora riaccompagnato la signora Baroncelli nel salone e chiuso la porta d’ingresso, rimasta semiaperta per tutto il tempo. In seguito, si era nuovamente diretto verso le camere da letto e, nella stanza dei bambini, aveva colpito Cristiano, che aveva cominciato a gridare. Accorsa nuovamente, Fiorella si era trovata davanti il giovane nel corridoio, era stata trascinata in bagno e lì il ragazzo aveva tentato di spingerle il coltello nella gola. Alla fine, la signora Baroncelli aveva ceduto ed era stata colpita al collo e alla schiena, prima di essere atterrata con due pugni. Nel frattempo, Giada si era alzata e aveva assistito all’aggressione della madre, così il ragazzo l’aveva trascinata fino al letto matrimoniale e colpita con il coltello. In seguito, lo sconosciuto si era avvicinato alla porta ma era stato sorpassato da Fiorella, che l’aveva aperta ed era corsa incontro alla donna delle pulizie, mente il giovane, con calma, aveva guadagnato l’uscita. L’assassino di Cristiano viene descritto dalle due sopravvissute come un giovane tra i diciotto e i vent’anni, con gli occhi scuri, piuttosto alto e la cui altezza era accentuata da una corporatura magra e longilinea, non atletica, tanto da farlo sembrare quasi denutrito, con le spalle strette, i capelli scuri tagliati corti a spazzola, un viso lungo e scavato con labbra sottili, la fronte alta, indossante un paio di occhiali rotondi dalla montatura filiforme, un giubbotto di pelle scuro e jeans. Le sue mani erano lunghe e ossute.
Le indagini
Alla luce del racconto fornito da Fiorella e Giada, e alla luce della circostanza che né il denaro indicato all’aggressore dalla signora Baroncelli né gli ori che si trovavano in bella vista su un comò erano stati asportati, le indagini della mobile, diretta all’epoca da Gennaro “Rino” Monaco, si concentrano subito su un allievo o ex allievo del professor Aprile che avesse motivi di rancore e vendetta nei suoi confronti, magari per una bocciatura. Vengono così vagliate le posizioni di quattro ex alunni in cui nominativi vengono forniti dal professore in quanto somiglianti alle caratteristiche dell’omicida, ma tutti hanno alibi verificati per l’orario dell’aggressione. La pista dello studente sembra non portare a nulla, anche perché viene da chiedersi come mai un allievo del Galileo Galilei che fosse stato bocciato l’estate precedente avrebbe dovuto aspettare fino al febbraio successivo per portare a termine la propria vendetta.
Per quanto riguarda poi l’altro istituto dove Valerio Aprile lavora, il politecnico Pitagora di Via Passo del Furlo, che si trova nello stesso quartiere di Via Levanna, si tratta di un istituto privato di preparazione per studenti che vanno poi a sostenere gli esami negli istituti parificati, dunque, non vi si svolgono esami e nessuno viene bocciato. Peraltro, il professor Aprile, per quanto secondo chi lo conosce utilizzi metodi di insegnamento un po’ antiquati, sia un po’ burbero e non dia troppa confidenza o supporto agli studenti, viene descritto come una persona onesta.
Vengono sentiti a sommarie informazioni tutti i residenti del civico numero 35, ma nessuno è in grado di fornire notizie utili agli inquirenti, fatta eccezione per la signora Marcela, una donna di origini filippine che risiede nel condominio, e per la signora Nancy, cognata di una residente. Marcela riferisce che il 17 febbraio, esattamente una settimana prima dell’aggressione, verso le 11.00 di mattina, mentre stava tornando a casa con la spesa aveva visto un giovane dal colorito pallido e dalle caratteristiche molto simili a quelle descritte da Fiorella e Giada – di vent’anni circa, molto alto e snello, spalle strette, capelli scuri tagliati a spazzola, viso allungato – che provenendo lentamente da Via Nomentana continuava a fissare le palazzine di Via Levanna, e in particolare il numero 35. A riprova del suo interesse per quello specifico condominio, Marcela sostiene che il ragazzo aveva proseguito per un po’, poi era tornato indietro e si era fermato proprio davanti al cancello del civico 35. La presenza di quella persona l’aveva inquietata e sulle prime aveva pensato a un ladro. Il giorno successivo, che ben poteva corrispondere a quello in cui l’aggressore si era presentato per la prima volta a casa degli Aprile chiedendo il testo di elettrotecnica, Marcela aveva sentito suonare il citofono, e quando il marito aveva risposto aveva udito un ragazzo che chiedeva che gli aprissero il portone in quanto aveva dimenticato le chiavi. Quando Marcela si era sporta dal terrazzo, aveva intravisto il giovane, il quale gli era sembrato la stessa persona vista il giorno precedente.
Ecco spiegato, verosimilmente, come mai ogni volta l’aggressore riuscisse a raggiungere l’interno degli Aprile senza avvisarli preventivamente dal citofono. Quanto alla signora Nancy, la stessa riferisce che la mattina del 24 febbraio, poco prima delle 9.00, mentre procedeva a piedi lungo Via Levanna, sia era imbattuta in un giovane, anche lui simile alle descrizioni fornite dalle sopravvissute all’aggressione e dalla carnagione pallida, indossante un paio di piccoli occhiali da vista, che camminava verso Via Nomentana, nella direzione opposta alla sua. Il ragazzo le era rimasto impresso perché aveva un comportamento strano: camminava con il collo proteso in avanti, lo sguardo fisso e assente, tanto che alla donna era sembrato una persona mentalmente anormale. Non dava segni di agitazione, anzi canticchiava e portava sottobraccio dei libri. Le era sembrato uno studente.
A entrambe le testimoni vengono mostrate foto di pregiudicati, e a Marcela sembra di notare delle somiglianze tra il giovane visto davanti al numero 35 e un tossicodipendente in attesa di rientrare nella comunità di San Patrignano. Tuttavia, l’uomo viene escluso poiché al momento dei fatti si trovava a Modena e tre persone gli forniscono un alibi. In effetti, un’altra pista seguita dal sostituto procuratore Rosanna Ianniello è quella della droga. Gli omicidi commessi da tossicodipendenti per procurarsi denaro per una dose, infatti, a Roma non si contano. Circa un mese prima dell’omicidio di Cristiano, una vedova di sessantacinque anni, Amelia Pascucci, era stata uccisa con due fendenti nel quartiere Trieste, in seguito a quello che si riteneva essere stato un tentativo di rapina finito male per la reazione inaspettata della vittima. Nel frattempo, il 27 febbraio, a Guidonia Montecelio, che ospita il nucleo storico della famiglia Aprile e dove il piccolo Cristiano frequentava un gruppo scout, si celebrano i funerali, ai quali madre e sorella non possono partecipare in quanto ancora degenti all’ospedale.
Il tempo passa senza ulteriori sviluppi. Vengono sentiti tutti gli allievi del professor Aprile che si recavano a casa sua per lezioni private, tutti gli studenti dell’istituto Pitagora e tutti gli studenti iscritti all’ITIS Galileo Galilei tra gli anni 1982 e 1987. Vengono mostrati a Fiorella Baroncelli innumerevoli cartellini di identità di allievi dei predetti istituti, ma senza alcun esito. Vengono svolte indagini nel mondo della tossicodipendenza e stilati elenchi di giovani internati in centri di igiene mentale che presentino caratteristiche compatibili con le descrizioni fornite. Ai primi di marzo, viene diffuso tramite i giornali l’identikit realizzato sulla base delle testimonianze fornite da Fiorella e Giada. Una confidente della signora Baroncelli fornisce inoltre informazioni agli inquirenti sullo stato dei rapporti intercorrenti tra i coniugi Aprile, caratterizzati da frequenti litigi, che Fiorella imputava al carattere irascibile e anaffettivo del marito, e tali da spingere addirittura la donna a considerare da tempo l’eventualità di una separazione, proposito cui tuttavia aveva rinunciato per amore dei tre figli. In ogni caso, Valerio e Fiorella dormivano in stanze separate. Per un certo tempo si sospetta anche il coinvolgimento della malavita organizzata, quando si scopre che il titolare del Pitagora si era impossessato delle rette degli studenti per pagare gli strozzini.
Un delitto irrisolto
Il 22 aprile 1988, più di un anno dopo i fatti, viene mandata in onda una puntata di “Telefono Giallo” che ricostruisce il delitto anche attraverso la viva voce di Fiorella Baroncelli, che tuttavia aggiunge particolari inediti alla sua originaria ricostruzione. In questa versione, l’aggressore parla con un forte accento romanesco, e mentre legava e imbavagliava la donna si sarebbe addirittura scusato perché le faceva male. Inoltre, avrebbe dato prova di conoscere bene la famiglia, poiché quando la signora Baroncelli gli aveva chiesto di poter rimanere accanto a un quadro che ritraeva la propria madre, lui le avrebbe risposto: “t’a preghi dopo a tu madre”. Peraltro, il quadro ero lo stesso nel quale Cristiano aveva sostenuto, con i famigliari, di riuscire a vedere la nonna muoversi e parlare con lui, sottintendendo che l’assassino fosse in qualche modo a conoscenza anche di questo particolare. In risposta all’appello straziante della madre di Cristiano, che chiede che chi sa qualcosa parli, arriva una lettera anonima.
L’autrice afferma di essere una medium che, entrando in contatto con il mondo dell’aldilà, pratica la scrittura automatica. Nella missiva, permeata di riferimenti religiosi, è lo stesso Cristiano a rivelare che il suo assassino sarebbe stato pagato da un allievo del padre che voleva punirlo per “non aver emesso un giudizio positivo” su di lui. L’obiettivo dell’aggressore sarebbe stato non quello di uccidere Cristiano ma solo quello di spaventare Fiorella e depistare simulando una rapina. Dopo il delitto, il responsabile avrebbe gettato “l’impermeabile” (si noti che nessuno parlò mai di un impermeabile indossato dall’assassino) in un cassonetto e avrebbe proseguito fino alla sua macchina. Sempre “Cristiano” aggiunge che il suo carnefice “non sarà punito”, che non può rivelare il suo nome per ordine di Dio, che egli vive nel rimorso, e allo stesso tempo rassicura la madre dicendo che nonostante sia lontano dai famigliari ora lui vive in Dio, è felice e sta bene. Nello stesso periodo della trasmissione, Fiorella Baroncelli viene sottoposta a un confronto all’americana, ma anche questo si rivela un buco nell’acqua. L’inchiesta si protrae per tutto il 1988, e a gennaio del 1989 viene chiesta l’archiviazione.
L’omicidio di Cristiano Aprile rimane irrisolto[1].
L’analisi
Il delitto di Via Levanna ci restituisce l’immagine di un offender prevalentemente disorganizzato che non aveva alcuna esperienza delinquenziale. Il fatto che abbia effettuato dei sopralluoghi prima di agire, che si sia munito di strumenti di costrizione (lo spago, il fazzoletto e il coltello) ci dicono che ha premeditato a lungo il reato nelle sue fantasie, che ha elaborato un “copione” da seguire, ma quando si è trattato di metterlo in pratica si è scontrato con una realtà molto diversa da quella che aveva preventivato. Dunque, si tratta di una persona che tende al ritiro nella fantasia, verosimilmente per compensare un senso di inadeguatezza e una scarsa autostima, che si riflettono in una tendenza a isolarsi, a tenere gli altri a distanza e a incontrare difficoltà nei rapporti interpersonali e sentimentali, potrebbe apparire timido, insicuro, ansioso, impacciato.
È un giovane ragazzo che preferisce stare da solo, è ossessivo, ipervigile, forse persino paranoide: potrebbe sospettare costantemente che le altre persone ce l’abbiano con lui e tramino alle sue spalle. All’esterno appare tranquillo, innocuo, a tratti forse addirittura effeminato, ma ha un modo di comportarsi che appare eccentrico, strano e inquietante, non si preoccupa troppo di curare il proprio aspetto, per questo appare pallido e denutrito. Potrebbe avere una personalità schizoide o schizotipica. Nonostante abbia un’intelligenza nella media – è riuscito a studiare e a introdursi nell’appartamento degli Aprile attraverso un inganno ben congegnato – probabilmente non eccelleva negli studi ed era un underachiever. È possibile che avesse un lavoro di scarso livello che non gli richiedesse contatto con il pubblico e che all’epoca vivesse con un genitore che lo dominava completamente e gli faceva pesare la sua incapacità di ottenere risultati a livello scolastico o lavorativo.
Il delitto è stato commesso sulla scorta di fattori di stress legati alla sua situazione famigliare, lavorativa/scolastica e a una generale sensazione di perdita di controllo e di trovarsi “in balia degli eventi e di dover agire e fare qualcosa al riguardo”. Probabilmente quella di girare con un coltello era una sua abitudine che gli consentiva di sentirsi “in controllo” e che durante la commissione del reato in questione gli ha consentito di sentirsi “alla pari” con le proprie vittime. Non avrebbe agito se non fosse stato sicuro di trovare solo la signora Baroncelli e al massimo i bambini più piccoli, in quanto non si sarebbe sentito in grado di sostenere un confronto con un uomo adulto o della sua stessa età.
In ogni caso, è ipotizzabile che ritenesse di trovare solo Fiorella Baroncelli e che il bersaglio primario fosse proprio lei, del resto aveva portato un solo legaccio e un solo bavaglio, e i bambini a quell’ora si trovavano ancora nell’appartamento per puro caso (Giada non stava bene, e Cristiano si era attardato a uscire di casa perché la madre non si sentiva bene). I modi gentili e garbati con i quali si è rivolto alla signora Baroncelli indicano che l’offender cercava di rassicurare la vittima ma soprattutto sé stesso: non vuole percepirsi come un mostro, in lui convivono due realtà scisse e non integrate, all’esterno viene percepito come persona tranquilla e a modo, ma dentro cova una grande ostilità pronta a esplodere. Le aggressioni con il coltello sono scaturite proprio dalla sensazione di perdita di controllo determinata dall’imprevisto della presenza dei bambini in casa, ma in particolare dalle grida di Cristiano che hanno distrutto la fantasia dell’offender e ne hanno provocato un abbassamento delle difese e il conseguente passaggio all’atto.
Non è chiaro per quale motivo abbia preso di mira Fiorella Baroncelli. Certamente conosceva il professor Aprile e il fatto che insegnasse elettrotecnica, per cui non può escludersi che effettivamente si trattasse di un suo ex studente che si era sentito bistrattato e aveva deciso di vendicarsi colpendo la moglie del suo nemico. Infatti, questi soggetti possono rimuginare sui torti subiti e fantasticare su come vendicarsi a lungo prima di passare all’azione. In alternativa, la signora Baroncelli potrebbe essere stata scelta per motivi di opportunità e vulnerabilità, dato che al mattino la donna, che non lavorava più, si ritrovava quasi sempre in casa da sola. Poco probabile invece che il motore principale del delitto sia stato un tentativo di rapina, che al massimo potrebbe essere stata utilizzata dal soggetto per razionalizzare il suo gesto, motivato a mio avviso più dal bisogno di trasformare una fantasia di affermazione, potere ed eventualmente anche di vendetta in realtà. Dato il commento relativo ai capelli di Fiorella Baroncelli, non può nemmeno escludersi del tutto che l’obiettivo fosse una violenza sessuale non portata a termine. Ad ogni modo, è molto probabile che l’offender conoscesse il quartiere per avervi vissuto o lavorato, e in effetti uno dei due istituti presso i quali Valerio Aprile insegnava si trovava non troppo distante da casa sua. Si sposta principalmente a piedi, e spesso potrebbe girare a vuoto, se possedeva un’automobile si sarà trattato di un veicolo vecchio e in pessime condizioni.
Dopo il delitto il soggetto ha fatto ricorso a un meccanismo di dissociazione ed è tornato nella sua abituale modalità di esistere: è tornato calmo, si è avviato con tranquillità verso l’uscita, con indifferenza, ignorando le grida di Fiorella e la presenza di testimoni, addirittura canticchiando. Nei primi tempi avrà reagito con ansia e avrà seguito, anche fisicamente, gli sviluppi dell’indagine, temendo di essere scoperto, ma da un certo momento in poi, resosi conto che il delitto non ha risolto le proprie problematiche, avrà continuato la sua vita come nulla fosse, magari isolandosi sempre di più.
[1] Patruno, I. Chi ha ucciso Cristiano Aprile? Il delitto di Via Levanna. Armando Editore. Roma. 2024.




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