C’è un nome che potrebbe emergere da una traccia infinitesimale, sopravvissuta a trentasei anni di silenzio. La procura di Roma torna a scommettere sulla scienza per dare finalmente un volto all’assassino di Simonetta Cesaroni.

Simonetta Cesaroni.
Sembrava un caso destinato a spegnersi, di nuovo, tra archiviazioni sfiorate e piste svanite. E invece dal cold case più famoso d’Italia arriva l’ennesimo colpo di scena, questa volta scritto nel linguaggio implacabile della genetica forense.
Il 4 giugno scorso la procura di Roma ha disposto un accertamento tecnico irripetibile, affidandolo ai carabinieri del RIS: al centro, i profili genetici di sette persone mai formalmente indagate per l’omicidio del 7 agosto 1990. Cinque uomini e due donne. Tra loro cinque professionisti, uno di essi, si sussurra, di altissimo profilo e due figure vicine all’ambiente lavorativo degli uffici di via Poma 2.
Campioni prelevati nell’ombra
Il dettaglio che più intriga riguarda il metodo. I campioni sarebbero stati raccolti in modo riservato, quasi chirurgico: da oggetti di uso quotidiano, tazzine di caffè e bicchieri d’acqua abbandonati dopo un incontro qualsiasi. Nessuno dei sette, al momento, risulta iscritto nel registro degli indagati. L’inchiesta resta formalmente a carico di ignoti.
Ora quei sette profili vengono messi a confronto con le tracce sopravvissute agli anni Novanta, quelle isolate sul corpetto, sul reggiseno e sui calzini della vittima. La speranza degli inquirenti è racchiusa in un margine sottilissimo: che un frammento biologico minuscolo, resistito al tempo e alle analisi divoratrici di reperti degli anni Novanta, restituisca il nome rimasto nascosto per oltre tre decenni.
Non solo scienza: il “microcosmo” di via Poma riaperto
L’indagine, coordinata dal pm Alessandro Lia e condotta dai carabinieri di via In Selci, non si affida però soltanto alle provette. Dopo il rifiuto dell’archiviazione da parte della gip, un anno e mezzo fa, gli inquirenti hanno rimesso mano all’intero fascicolo con un lavoro meticoloso: la mappatura del palazzo, nuovi interrogatori, alibi da riverificare uno per uno. C’è persino un obiettivo che sa di verità sepolta, accertare se l’ex portiere Pietrino Vanacore, morto suicida nel 2010 in circostanze poco chiare pochi giorni prima di deporre in Corte d’Assise, abbia lasciato uno scritto o un documento riservato per raccontare la sua versione.
Trentasei anni di ferite aperte
Per chi ricorda quel “giallo dell’estate”, il déjà-vu è inevitabile. Simonetta Cesaroni, 21 anni, fu massacrata con 29 colpi negli uffici dell’Associazione Alberghi della Gioventù. Da allora si sono succeduti sospettati e assoluzioni: il portiere Pietrino Vanacore, fermato e poi scagionato; Federico Valle, tirato in ballo da un supertestimone poi rivelatosi inattendibile; l’ex fidanzato Raniero Busco, condannato in primo grado nel 2011 e definitivamente assolto in Cassazione nel 2014. Sullo sfondo, la pista mai del tutto chiusa che sfiora il mondo dei servizi segreti, con la presenza in via Poma, il giorno del delitto, di un ex funzionario del Sisde, se di ex si può parlare, mai formalmente verbalizzata e i documenti riservati che alcuni ritengono custoditi in quell’interno 7.
La famiglia: “Chi sa, trovi il coraggio di parlare”
A dare voce all’attesa è l’avvocata Federica Mondani, legale della famiglia Cesaroni: «Siamo in un momento tanto delicato quanto proficuo delle indagini. Gli inquirenti procedono a passi veloci senza trascurare nulla e utilizzando le più moderne tecniche scientifiche». Poi l’appello che suona come un avvertimento: la famiglia crede che il tempo possa trasformarsi in un vantaggio e che chi sa possa finalmente trovare il coraggio di parlare, ed è questo, ha aggiunto, che da oggi in avanti dovrebbe terrorizzare l’assassino e i suoi complici morali. Trentasei anni dopo, il caso Cesaroni non è ancora una storia chiusa.




Avevo 16 anni e mi ha colpito incredibilmente. Penso sempre alla figura di un professionista che lavorasse/abitasse nel palazzo.
A mio avviso questa linea serve a seguire tutte le piste che negli anni sono state ipotizzate. Anche se si concludono con pochi risultati sono un segnale forte.