Delitto di via Poma: il crocevia dei misteri che porta in Somalia

Scritto da: Martina Piumatti
11 Aprile 2025

Società di copertura di Sisde e Sismi, collaboratori misteriosi, destini incrociati e 007 impiccati: cosa c’entra tutto questo con l’omicidio di una ragazza che risponde al nome di Simonetta Cesaroni? Apparentemente nulla, eppure le tracce che portano al mondo dei servizi segreti sono troppe per essere ignorate.

Simonetta Cesaroni.

Di quanto sia opaca la vicenda del delitto di Via Poma vi abbiamo già raccontato nei precedenti articoli, ricostruendo il ruolo, altrettanto opaco, di personaggi legati a doppio filo al mondo dei servizi segreti. Da Roland Voller, il supertestimone stipendiato dal Sisde, a Sergio Costa, la spia che depistò le indagini, a Francesco Caracciolo di Sarno, l’avvocato e presidente dell’Aiag con amicizie tra i pezzi grossi del Servizio. Ma c’è dell’altro su cui sarebbe utile, a distanza di tanti anni, poter fare un minimo di chiarezza, non fosse che per rendere giustizia a una ragazza – Simonetta Cesaroni – barbaramente massacrata.

Via Poma al centro della rete

Via Poma, oltre a essere la scena di un crimine efferato, si sarebbe anche trovata al centro di un groviglio di fiduciarie e società di copertura del Sisde dedite, proprio nei primi anni novanta, a pratiche illecite e strani affari. Operazioni su cui furono diversi a cercare di fare luce, pagando tutti un caro prezzo.

Abbiamo già accennato – in riferimento al ruolo di Costa e Voller – all’interrogazione parlamentare che l’onorevole e vicepresidente del Copaco (comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, ndr) Erminio Boso, fece nel 1996. Nella stessa occasione, Boso affronta il tema della perizia sul computer di Simonetta, un Data General. Perizia che venne effettuata dall’ingegnere Stefano Carucci, che faceva parte della Insirio spa, una società “in cui figuravano, – si legge nell’interrogazione di Boso – tra gli altri, personaggi direttamente collegabili al Sisde”.

Il computer sequestrato di Simonetta Cesaroni: un modello Data General DG 10.

Ma la Insirio è solo una delle tante società legate ai servizi segreti gravitanti nei pressi di via Poma e che ebbero, in qualche modo, un ruolo.

Società di copertura

In via del Nuoto 11 c’era la Servo Immobiliare spa, società di copertura del Sisde, poi sequestrata nell’ambito dell’inchiesta sui fondi neri e proprietaria anche di alcuni appartamenti di un palazzo in via Piccolomini 28, dove abitava Manlio Indaco Giammona: il proprietario dell’ufficio in cui venne uccisa Simonetta. Giammona, però, non venne mai sentito nel corso delle indagini.

A soli sette minuti a piedi da via Poma, in via Carlo Mirabello, c’era la Kepos Immobiliare, altra società di copertura dei servizi segreti civili, che verrà sequestrata nel corso dell’inchiesta sui fondi neri del Sisde. In piazza della Libertà 10 (a 14 minuti) stava la Fidrev, azionista di maggioranza dell’Immobiliare Gradoli spa (nota per essere proprietaria del covo delle Br scoperto, durante il sequestro Moro, nell’omonima via in zona Cassia). Mentre proprio in via Poma era basata la Edilmark spa, che controllava la Palestrina III, altra società di copertura del Sisde.

Sempre in via Poma – riporta un’interrogazione parlamentare del 1995 di Massimo Scalia – “avevano sede: la già menzionata RE.LI s.r.l.; l’Ali Aeroleasing S.p.A.(la stessa che avrebbe addestrato centinaia di piloti militari libici presso l’aeroporto sardo di S. Lorenzo a Muravera, da dove, secondo alcune ipotesi, si sarebbero levati in volo la sera del 27 giugno 1980 i due Mig legati alla tragedia di Ustica, ndr); la SIELCO s.r.l.; la REMAG s.r.l. e l‘INNOVAGROUP s.r.l.”. Tutte attività delle quali sarebbe stato opportuno verificare “le finalità”, “i loro rapporti reciproci e quelli con l’Aiag”.

Anche per controllare, per esempio, che “il ricchissimo schedario di nominativi” degli Ostelli non fosse stato un pozzo a cui attingere per “operazioni distorte”. O “uno dei canali per il riciclaggio di denaro”, avvenuto con “la complicità di quei funzionari del Sisde” coinvolti nell’inchiesta sui fondi riservati, i cui nomi comparvero “anche negli atti giudiziari dell’omicidio Filo della Torre all’Olgiata e del caso Castellari”.

Destini incrociati

Anche considerato che l’allora segretario nazionale dell’Associazione italiana alberghi della gioventù era Vito Di Cesare, cognato del prefetto Riccardo Malpica, direttore del Sisde nel 1990 e anche lui incriminato, appena tre anni dopo, per lo scandalo sui fondi neri.

Oltre a Voller, poi, ci sarebbe stato un altro sedicente collaboratore del Sisde a bazzicare lo stabile in cui venne uccisa Simonetta. Un certo Giovanni Vito dichiarò, nel 1996, di aver operato proprio in via Poma per conto dei servizi, montando nella palazzina b telecamere e altre apparecchiature di intercettazione ambientale. Insomma, la sede regionale dell’Aiag si sarebbe trovata al centro di una rete di società di copertura legate ai servizi, all’epoca intente a tessere trame parecchio oscure. Forse, Simonetta finì inconsapevolmente ad avere un ruolo dove, oltre a gestire gli alberghi della gioventù, si faceva dell’altro?

Il supertestimone Roland Voller.

Come dichiarato – nel 2010, durante un’udienza del processo Busco – da Antonello Barone (fidanzato della sorella della vittima, Paola Cesaroni), era solita consegnare dei documenti “negli uffici di un’azienda o una società vicino a piazza Mazzini”: proprio a pochi minuti a piedi da via Poma, ma anche da quelle stesse società coinvolte – come emerse in seguito – in “strani” traffici. Anche quel martedì in cui venne uccisa, Simonetta fu vista dai suoi familiari uscire con una cartellina porta documenti beige. Cartellina che non fu mai più ritrovata. Che fine ha fatto? La consegnò, come al solito, in piazza Mazzini? O qualcuno passò dall’interno 7 di via Poma a ritirarla?

Magari, Simonetta scoprì o vide qualcosa che non avrebbe dovuto vedere. E per questo fu messa a tacere. Ipotesi. Solo ipotesi mai verificate davvero, nonostante le tante, troppe, coincidenze.

“Strani” traffici: dal quartiere Prati al Nord Africa

Nel 1996, nel corso dell’inchiesta della procura di Torre Annunziata “Chèque to Chèque”, spuntò un personaggio con delle informazioni molto interessanti: Luciano Porcari. Dirottatore di aerei, omicida condannato all’ergastolo, Porcari era una figura controversa, in rapporti sia con la criminalità organizzata che con il mondo dei servizi. Almeno secondo lui. Dai verbali rilasciati ai magistrati oplontini, emerse una novità inquietante sul delitto di via Poma.

Dichiarò di aver lavorato per conto di una certa Dolmen srl, con sede a Roma, in largo Argentina, una società coinvolta in strani traffici di appalti e tangenti tra Italia e Nord Africa, che aveva una succursale proprio in via Poma 2. E che, di fatto, altro non sarebbe stata che una delle tante società di copertura dei servizi attive in Somalia e non solo. “In effetti, a pochi metri da largo Argentina, in largo Arenula 11 – scrive Ferruccio Pinotti sul Corriere della sera – aveva sede la Dolmen International srl, una società dalla ragione sociale oscura, dedita a scambi con l’Africa, i paesi dell’Est e il Sudamerica”. E in via Arenula c’è anche la sede del ministero dell’Interno, da cui dipendeva il Sisde.

Ma Porcari disse anche altro. “La povera Simonetta Cesaroni – dal verbale del 4 dicembre 1996 – era la ragazza incaricata di stipulare i contratti per conto di queste società al di fuori del suo lavoro normale e quindi inevitabilmente era a conoscenza di queste operazioni illecite che, come io le ho detto, ho concluso per conto di queste società. Debbo precisarle che ho conosciuto gli uffici di via Poma nel 1991, al ritorno dalla Liberia. Come vede, tutte le persone che hanno avuto conoscenza delle attività di queste società sono state uccise”.

Informatore attendibile o millantatore in cerca di qualche tornaconto personale? La procura di Torre Annunziata lo giudicò degno di nota. Forse, anche per un dettaglio “coperto dal segreto”, emerso fra le tante cose dette: in Africa “Porcari – si legge in un’informativa del 1996 – conobbe quello che si presentava come il responsabile di una compagnia di import-export interessata ai traffici gestiti dal Porcari (la Cerico, una sede distaccata del Sismi in viale Pasteur, all’Eur, ndr); tale personaggio asserì di chiamarsi Fabio Marcelli. In seguito, poté identificarlo nel colonnello (dei servizi segreti) Mario Ferraro”. Lo stesso Mario Ferraro che stava indagando proprio sui legami tra quelle attività illecite e i servizi, quando morì suicida in circostanze sospette, il 16 luglio 1995.

Un’altra coincidenza mai vagliata che allarga lo scenario e dal cuore di Roma porta dritta in Africa, collegando il delitto di Simonetta Cesaroni ad altre morti eccellenti. E ai loro segreti.

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  • Nasce a Erba. Giornalista professionista freelance ha scritto per InsideOver e collabora anche con il Giornale e il Giornale.it, occupandosi di esteri e inchieste.

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  1. Lino

    Si diceva così anche per la contessa Filo della Torre, servizi deviati, fondi in svizzera, mnassoneria…e poi fu il filippino. Le cose sono più semplici di quello che si crede.

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  1. Lino

    Si diceva così anche per la contessa Filo della Torre, servizi deviati, fondi in svizzera, mnassoneria…e poi fu il filippino. Le cose sono più semplici di quello che si crede.

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