Delitto di Via Poma: la spia, l’avvocato e il faccendiere

Scritto da: Martina Piumatti
20 Marzo 2025

Attorno al delitto di via Poma ruotano personaggi inquietanti, con profondi addentellati nel mondo dei servizi segreti civili. Presenze mai chiarite, carte scomparse, depistaggi. Gli ingredienti del noir ci sono tutti.

Simonetta Cesaroni.

In ogni mistero italiano che si rispetti compaiono due protagonisti immancabili: la banda della Magliana e i servizi segreti, di solito deviati. Anche nel delitto di via Poma. Ma se nel primo caso i riscontri latitano, nel giallo dell’estate 1990 gli indizi che portano al mondo delle spie sono parecchi. Il supertestimone a libro paga del Sisde, la spia che appare, e poi scompare, per depistare le indagini, l’avvocato dei misteri con amicizie importanti e la “strana” rete intorno a via Poma, tra società opache e affari occulti attenzionati dalle alte sfere. Forse solo strane coincidenze. O forse no.

La spia

Ci fu un gran traffico in via Poma, quella notte di agosto del 1990 in cui venne ritrovato il corpo di Simonetta Cesaroni. Tra i primi ad arrivare: Sergio Costa, funzionario del Sisde, il servizio segreto civile, allora distaccato alla questura di Roma come responsabile della centrale operativa. Ma anche genero dell’ex capo della polizia e prefetto Vincenzo Parisi, che all’epoca risiedeva in via Cavour 44, appena un piano sopra la sede nazionale dell’Aiag, la stessa associazione per cui lavorava Simonetta, in via Poma 2.

Sergio Costa, ex funzionario del Sisde.

La presenza di Costa sarebbe stata spiegabile, come ha dichiarato, dal fatto che fu lui, il 7 agosto 1990, a rispondere alla chiamata, per poi recarsi sul posto insieme al collega Pitzalis. Ma allora perché se quella notte era in servizio il suo intervento, contrariamente alla prassi, non venne registrato? Un dettaglio insolito che contribuì ad accrescere i sospetti sulla sua figura e sul ruolo che ebbe nella vicenda. E non fu il solo.

Antonio Del Greco, il commissario della mobile che indagava sul caso, interrogato il 24 febbraio 1995 dal procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni – subentrato al pm Pietro Catalani -, ammise che nei giorni successivi al delitto si fece vivo nel suo ufficio proprio Sergio Costa. Che “fece pressioni affinché fosse dato ulteriore impulso alle indagini relative alla pista riguardante Pietrino Vanacore, il portiere del palazzo dove fu trovata morta la povera Cesaroni”. Anche se assente dai verbali, l’ex funzionario del Sisde non passò inosservato in via Poma. A riconoscerlo, oltre a Pietrino Vanacore morto nel 2010, sarebbe stata la moglie del figlio Mario, Donatella Ronchietto, anche lei presente quella notte di 35 anni fa. Perché nessuno indagò mai su quella “strana” presenza? Forse, anche qui, ci furono “pressioni” dall’alto?

Pietro Vanacore (a sinistra), portiere di via Poma.

Tutti elementi, probabilmente, considerati dalla gip Giulia Arcieri che, nel dicembre 2024, ha respinto l’archiviazione, chiedendo ai pm di sentire, tra gli altri, proprio Sergio Costa.

Il supertestimone

Ad un certo punto delle indagini entrò in scena “una persona pregiudicata per reati di truffa, ma attendibilissima”: Roland Voller. Coinvolto in un altro giallo, quello dell’Olgiata, nel dicembre 1991 fu cruciale nell’indirizzare gli inquirenti verso Federico Valle, nipote dell’architetto Cesare Valle, inquilino e progettista del palazzo di via Poma. A detta di Voller, la madre del ragazzo gli avrebbe confidato in una telefonata che il figlio, il giorno del delitto, tornò a casa sporco di sangue. Dopo essere stato in via Poma. Giuliana Ferrara, poi, smentì tutto e anche la “pista Valle” andò a finire in nulla.

Il supertestimone Roland Voller.

Ma chi era davvero il “supertestimone” Roland Voller? Cittadino austriaco, faccendiere dedito all’import-export di auto di lusso, pregiudicato per truffa, bancarotta fraudolenta ed emissione di assegni a vuoto, figura dai contorni ambigui si scoprì essere – si legge nella sezione VIII della relazione della commissione antimafia 2022 – “un informatore cui veniva corrisposto uno stipendio per intercessione dei servizi di sicurezza e, in particolare, del Sisde”.

Quindi, anche l’asso nella manica da calare in eventuali tentativi di depistaggio “dall’alto”? I riscontri non mancherebbero. A portalo davanti al pm titolare delle indagini, Catalani, fu un vice ispettore del commissariato Flaminio, un certo Pacilio Consiglio. Lo stesso che, anni dopo verrà rinviato a giudizio, con Voller, per essere stato trovato in possesso di informative riguardanti l’omicidio di Alberica Filo Della Torre. E lo stesso Pacilio Consiglio che si scoprirà essere, anche lui, sul libro paga del Sisde.

I punti di contatto con i servizi sarebbero, però, ancora più inquietanti. Voller – come riportato in un’interrogazione parlamentare del 1996 dell’onorevole e vicepresidente del Copaco (comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, ndr) Erminio Boso – avrebbe avuto a disposizione “un telefono cellulare (0337-730374, poi cambiato in 0336-249446) intestato al ministero dell’Interno”. Oltre ad avere in uso, presso la sede della Banca nazionale del lavoro di Roma in via Bissolati 2, una cassetta di sicurezza (n. 3967), il cui contratto di affitto sarebbe stato agevolato da una lettera di raccomandazione firmata su carta intestata della questura da Antonio Del Greco, l’allora dirigente della V sezione della squadra mobile, impegnato nelle indagini sull’omicidio di Simonetta Cesaroni. E la fascetta di banconote ritrovata nella cassetta di sicurezza sarebbe stata relativa ad “un premio di lire 100.000.000 messo in palio dal ministero dell’Interno, gestito dalla squadra mobile di Roma”. Un dettaglio compatibile con quanto dichiarato dallo stesso Antonio Del Greco che, interrogato il 24 febbraio 1995 dal procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni, ammise che a Voller “vennero fatte promesse sia di denaro che di altro tipo”. In più, c’è un’ultima singolare coincidenza: l’ambiguo faccendiere austriaco avrebbe frequentato lo stabile di via Poma fino almeno al 1991, in quanto sede dell’ufficio del suo assicuratore, Gian Paolo Butti, della Agenti associati sas.

Antonio Dal Greco, ex capo della squadra omicidi.

L’avvocato dei misteri

La figura e il ruolo di Voller si lega a doppio filo a un altro dei tanti protagonisti oscuri di questa vicenda: l’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno, presidente del comitato regionale dell’Aiag di via Poma.

Quando venne uccisa Simonetta Cesaroni, che lui negò sempre di aver conosciuto, si sarebbe trovato presso la tenuta di campagna a Tarano e poi all’aeroporto di Fiumicino, per accompagnare la figlia in partenza per la Grecia. Non secondo un’informativa indirizzata alla Digos, datata gennaio 1992, contenente due testimonianze rivelatrici. L’avvocato non solo, il 7 agosto, si sarebbe trovato a Roma, ma sarebbe anche tornato intorno alle 18, affannato e con un pacco mal avvolto, in Largo della Gancia, dove abitava. A neanche cento metri da via Poma. Perché ha mentito? Ma, soprattutto, perché quell’informativa rispuntò solo trent’anni dopo? L’ipotesi che qualcuno si sia mosso per salvare l’avvocato, e il suo alibi, non pare così infondata, considerando quello che accadde dopo.

L’avvocato Francesco Caracciolo di Sarno.

Caracciolo fu lasciato in pace, mentre il 3 aprile 1992 arrivò l’avviso di garanzia a Federico Valle, proprio sulla base delle dichiarazioni di quel Roland Voller scopertosi, poi, essere un informatore stipendiato dal Sisde.

Non fu l’unico trattamento particolare concesso al presidente regionale degli Ostelli. Il 13 agosto 1990 quando il padre di Simonetta, Claudio Cesaroni, si recò in via Poma insieme a un agente trovò – disse nel 1996 – Caracciolo intento a portare via dei documenti dall’interno 7, nonostante l’immobile fosse ancora sottoposto a sequestro giudiziario. Cosa c’era in quei faldoni di così compromettente? Magari, le stesse carte contenute nella cassetta di sicurezza svaligiata nel 1999 da Massimo Carminati nel “furto del secolo” al caveau del Tribunale di Roma. Un punto, questo, su cui la gip Giulia Arcieri ha chiesto di scavare, respingendo l’archiviazione delle indagini.

Resterebbe anche da chiarire chi e perché in tutti questi anni agì per proteggere l’avvocato, o i suoi misteri.

Forse, sempre quell’“amico dei servizi segreti” che sapeva tutto, citato da Caracciolo – in un’intervista rilasciata alla giornalista Raffaella Fanelli – senza rivelarne l’identità. O forse l’onnipresente, che poi scompare, Sergio Costa, oppure un altro funzionario dei servizi. Per esempio, Michele Finocchi, ex capo gabinetto del Sisde, che pochi anni dopo fu coinvolto in altre vicende altrettanto oscure: il delitto dell’Olgiata (da cui poi risultò del tutto estraneo) e lo scandalo dei fondi neri del Servizio segreto civile. Sono ipotesi. La verità se l’è portata nella tomba l’avvocato Caracciolo nel 2016, insieme agli altri segreti.

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  • Nasce a Erba. Giornalista professionista freelance ha scritto per InsideOver e collabora anche con il Giornale e il Giornale.it, occupandosi di esteri e inchieste.

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2 Commenti

  1. Raffaele

    Una storia infinita, i segreti di Via Poma, come recitava un vecchio libro di Andrea Tornielli. Appunto, quale segreto si celava all’interno di quelle mura? Vedo che si fa un gran parlare di attività recenti della Procura, nuovi interrogatori di vecchi testimoni, soffiano venti che portano ai Servizi Segreti, immancabili. Ma forse la verità era sotto gli occhi di tutti, ormai ad un passo, l’abbiamo sfiorata negli anni 90. C’è chi oggi ha cambiato cognome, ha scoperto nuove verità, le sofferenze del passato sono un ricordo doloroso, da cancellare. E sopravvivere.

    Rispondi
  2. geppetto

    E cosa dire di quell’altro avvocato, anch’egli qui presente in foto?

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2 Commenti

  1. Raffaele

    Una storia infinita, i segreti di Via Poma, come recitava un vecchio libro di Andrea Tornielli. Appunto, quale segreto si celava all’interno di quelle mura? Vedo che si fa un gran parlare di attività recenti della Procura, nuovi interrogatori di vecchi testimoni, soffiano venti che portano ai Servizi Segreti, immancabili. Ma forse la verità era sotto gli occhi di tutti, ormai ad un passo, l’abbiamo sfiorata negli anni 90. C’è chi oggi ha cambiato cognome, ha scoperto nuove verità, le sofferenze del passato sono un ricordo doloroso, da cancellare. E sopravvivere.

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  2. geppetto

    E cosa dire di quell’altro avvocato, anch’egli qui presente in foto?

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