Cinquant’anni fa, il 10 luglio 1976, il sostituto procuratore Vittorio Occorsio veniva assassinato a Roma da un commando di Ordine Nuovo. Dietro l’omicidio, però, si intravede molto più di una vendetta neofascista: le sue indagini avevano scoperto un intreccio inquietante tra terrorismo nero, logge massoniche deviate e criminalità organizzata, culminato nella scomparsa — proprio il giorno del delitto — della borsa contenente un documento scottante. A mezzo secolo di distanza, il caso Occorsio resta uno dei nodi irrisolti degli anni di piombo…
Roma, 10 luglio 1976. È una mattina d’estate come tante quando il sostituto procuratore della Repubblica Vittorio Occorsio, 47 anni, esce dalla sua abitazione per raggiungere il Tribunale. Il giorno successivo sarebbe dovuto partire per le ferie. Non arriverà mai a destinazione.
A bordo della sua Fiat 125 Special, il magistrato viene raggiunto da una violenta raffica di mitra. I primi colpi infrangono il parabrezza dell’auto. Pur gravemente ferito, Occorsio tenta di aprire lo sportello e di mettersi in salvo, ma l’attentatore si avvicina e spara ancora, uccidendolo. L’immagine del suo corpo piegato mentre cerca disperatamente di fuggire diventerà uno dei simboli più drammatici della violenza politica che insanguinò l’Italia negli anni di piombo.
Sul sedile dell’automobile gli assassini lasciano nove copie di un volantino di rivendicazione firmato Ordine Nuovo.
Sul sedile dell’automobile gli assassini lasciano nove copie di un volantino di rivendicazione firmato Ordine Nuovo, l’organizzazione neofascista già sciolta nel novembre 1973 anche grazie alle indagini condotte dallo stesso Occorsio ma non prima di sottrarre la borsa del magistrato che, come vedremo, conteneva documenti scottanti.
Il primo ad accorrere sul luogo dell’agguato è il figlio Eugenio, allora ventenne, che in seguito diventerà giornalista di La Repubblica. Era l’unico in casa in quel momento. Dopo aver visto la scena del delitto, avverte la madre Emilia, che si trova dai propri genitori a Grottaferrata, e la sorella Susanna.
Al momento dell’attentato, Occorsio era privo di scorta. Da anni conduceva delicate inchieste sul terrorismo eversivo di destra e sulle sue connessioni con altri centri di potere. Il magistrato romano soprattutto aveva scoperto pericolose connessioni. Indagando sui principali casi della storia italiana, dalla strage di Piazza Fontana al Golpe Borghese, aveva svelato per la prima volta l’intreccio di affari tra neofascisti, Massoneria e criminalità organizzata. Indagini di cui qualcuno fece sparire carte ‘sensibili’. E che lo condannò a morte
INDAGINI PERICOLOSE: DA PIAZZA FONTANA A ORDINE NUOVO
Classe 1929, Vittorio Occorsio da magistrato si è occupato come si è visto di inchieste delicatissime, prima fra tutte quelle relativa alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. In qualità di sostituto procuratore, è lui che interroga Pietro Valpreda, anarchico accusato dell’attentato. Occorsio ha un approccio all’inchiesta molto lucido: vuole vederci chiaro, non dare per scontato la versione che, immediatamente dopo l’attentato, è stata veicolata, cioè che la strage è di matrice anarchica. Un approccio analitico che contraddistinguerà tutte le sue indagini, compresa quella che gli fu fatale: il procedimento contro i dirigenti del movimento neofascista Ordine Nuovo.
Nel 1973, Occorsio applica a ON la Legge Scelba, che vietava la ricostituzione di partiti di ispirazione fascista, chiedendo la condanna dei suoi esponenti di spicco, tra cui Clemente Graziani, Mario Tedeschi ed Elio Massagrande. “Chiediamo al tribunale di dire al popolo italiano se Ordine Nuovo deve essere messo fuori legge e se gli imputati devono essere condannati” tuonò Occorsio in tribunale. Le sue parole furono oltremodo convincenti: per i dirigenti di ON arrivarono condanne pesanti al punto tale che qualcuno, come Graziani, si diede alla latitanza all’estero. Occorsio, però, diventa il bersaglio preferito dai gruppi neofascisti, preoccupati da quello che il magistrato aveva scoperto ‘dietro le quinte’ della loro attività.
L’INTRECCIO NERO
Ed è proprio indagando su ON che Occorsio scopre una realtà che per l’epoca, siamo nei primi anni ’70, era sconvolgente: un incrocio di interessi tra neofascisti, Massoneria e criminalità organizzata. Un incrocio che, attraverso proprio Ordine Nuovo, di cui negli anni ’90, grazie alle indagini del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana, verrà identificato come un movimento legato ai servizi segreti, tocca anche lo Stato.
Il 12 febbraio 1974, Occorsio interroga Gianni Casalini, la fonte Tritone del Sid, il servizio segreto civile, che negli anni ’90 sarà una delle principali fonti dell’inchiesta Salvini su Piazza Fontana. Casalini dice di non far parte del Movimento Ordine Nuovo ma di frequentare la libreria Ezzelino di Padova, punto di riferimento del gruppo di Franco Freda, condannato proprio per l’attentato del 12 dicembre 1969. Casalini è una figura complessa: fascista ma con problemi personali (è più volte ricoverato in una casa di cura), confessa di essere di aver collaborato prima con il maresciallo Guerriero dell’Arma dei Carabinieri al quale forniva notizie su “Ordine Nuovo” e poi con “personale specializzato che vestiva in borghese”; ricordava che nell’ambito di questa attività di collaborazione nel corso di una manifestazione – forse avvenuta nel maggio 1973 – cui partecipavano giovani di Ordine Nuovo aveva girato un filmino.
Occorsio interroga la ‘crema’ del neofascismo italiano, compresi Claudio Bizzarri, ‘il paracadutista’, accusato di essere stato l’autore materiale dell’attentato di Piazza Fontana, e Marco Toffaloni, che ancora oggi è sotto processo per la strage di Piazza della Loggia a Brescia del 18 maggio 1974.
COMPASSI E CAPPUCCI: LA PISTA P2
Nel 1976, poco prima della sua morte, il magistrato stava investigando sulla loggia massonica segreta P2 di Licio Gelli e sulle sue connessioni con il terrorismo nero e la mafia. Occorsio, infatti, aveva trovato riscontri di una connessione tra molti sequestri di persona, reato molto diffuso all’inizio degli anni ’70, la Massoneria, e la criminalità organizzata, in particolare la Banda dei Marsigliesi, dedita ai rapimenti per estorsione, e che prima della creazione della Banda della Magliana governa la Roma criminale.
Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico.
“Sono certo che dietro i sequestri ci siano delle organizzazioni massoniche deviate e naturalmente esponenti del mondo politico. Tutto questo rientra nella strategia della tensione: seminare il terrore tra gli italiani per spingerli a chiedere un governo forte, capace di ristabilire l’ordine” confidò Occorsio al collega Ferdinando Imposimato. Ma quella convinzione era suffragata da elementi concreti.
Il 21 aprile 1971 Occorsio a Roma interroga Sandro Saccucci, neofascista di primo piano coinvolto nel Golpe Borghese che anni dopo sarà eletto deputato nelle fila del Movimento Sociale Italiano. Pur non avendo fatto parte di Ordine Nuovo, Saccucci ha contatti con Graziani e Massagrande e svela di aver condotto – su incarico del Gran Maestro della Massoneria Felice Franciosi di Roma, un’indagine sui movimenti extraparlamentari sia di destra che di sinistra. Saccucci, infatti, ammette di essere massone.
LA BORSA SCOMPARSA
Indagando sulla Massoneria, Occorsio fa però una scoperta sconvolgente. Scova infatti un documento che comprova l’acquisto da parte dell’Organizzazione Mondiale per l’Assistenza Massonica (Ompam) di un edificio a Roma per otto milioni di dollari, una somma equivalente a quella pagata per i riscatti dei rapimenti per cui era stato arrestato Albert Bergamelli, uno dei capi della Banda dei Marsigliesi. È la prova che massoneria e criminalità organizzata, con il concorso dei neofascisti che spesso fanno da ‘manovalanza’, fanno affari insieme.
Quel documento, Occorsio lo porta sempre con sé nella sua borsa. Che scompare proprio la mattina del 10 luglio 1976.
Quel documento, Occorsio lo porta sempre con sé nella sua borsa. Che scompare proprio la mattina del 10 luglio 1976, quando i sicari uccidono il magistrato. Un elemento che rafforza l’ipotesi che l’omicidio di Occorsio non sia solo stata una vendetta dell’estrema destra ma qualcosa di più legato all’intreccio di interessi tra criminalità, massoneria e terrorismo.
E forse non è un caso che giusto tre mesi dopo l’omicidio di Occorsio, sia ucciso anche Nicola D’Agostino, un boss della ‘ndrangheta che era stato una delle fonti del magistrato. D’Agostino venne assassinato per ordine di Antonio Nirta, capo della potente famiglia di San Luca: aveva fornito informazioni a Occorsio su come il denaro dei riscatti fosse stato inviato in Calabria per essere utilizzato in attività criminali e per sostenere le operazioni terroristiche della destra eversiva.
UNA VERITÀ MONCA, 50 ANNI DOPO
Nel febbraio 1977 viene arrestato Pier Luigi Concutelli, esponente di Ordine Nuovo, riconosciuto come l’esecutore materiale dell’assassinio. Processato e condannato all’ergastolo, resterà in carcere fino al 2011, quando otterrà la sospensione della pena per motivi di salute. Il suo complice, Gianfranco Ferro, sarà invece condannato a 24 anni di reclusione, ma morirà nel 1989 a causa di un tumore.
A distanza di decenni, l’uccisione di Vittorio Occorsio continua a rappresentare uno degli episodi più emblematici della stagione del terrorismo italiano. La sua morte interruppe il lavoro di un magistrato impegnato nelle inchieste più delicate della Repubblica, dalla strage di Piazza Fontana alla P2, lasciando un segno profondo nella storia della giustizia italiana e nella memoria del Paese.




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