Depistaggi, segreti e la loggia Terzo Oriente: l’ombra lunga di giovanni Tinebra sulle stragi

Scritto da: Federico Carbone
19 Luglio 2025

Giovanni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta, torna sotto i riflettori: nuovi sospetti lo legano ai depistaggi sulle stragi di Falcone e Borsellino. Tra le accuse, il possibile ruolo nella sparizione dell’agenda rossa e i suoi presunti legami con una loggia segreta chiamata “Terzo Oriente”, crocevia di mafia, servizi deviati e massoneria. Le indagini cercano ora di chiarire se fu semplice testimone o ingranaggio di un sistema oscuro che ha protetto i veri colpevoli…

Giovanni Tinebra.

Dietro il tritolo e i funerali di Stato, si muovevano figure con cartellini ufficiali e affiliazioni ufficiose. Gente che aveva in tasca la Costituzione e nel cassetto il grembiule. E al centro, un nome che oggi brucia sulla carta come sulla pietra: Giovanni Tinebra. Ex procuratore capo di Caltanissetta, assegnato alle indagini su via D’Amelio. Morto, ma ancora centrale. Perché, come nei thriller più sporchi, è il custode dei documenti che non si trovano, delle piste mai percorse, delle parole che nessuno ha voluto ascoltare.

Ora, grazie a nuove perquisizioni, vecchie intercettazioni e una serie di testimonianze depositate in procura, la figura di Tinebra si muove tra due piani: il magistrato della Repubblica e il nodo oscuro di un sistema che nessuno ha ancora il coraggio di chiamare col suo nome. Un sistema che, oggi, conosciamo meglio: si chiama Terzo Oriente.

Tinebra: il custode delle indagini e dei silenzi

57 giorni. È questo il tempo che intercorre tra Capaci e via D’Amelio. Un tempo sufficiente a cambiare la storia, se ascoltato. Ma Paolo Borsellino bussò invano. Chiese di parlare, di riferire, di consegnare i suoi timori. Nessuno lo ricevette. Giovanni Tinebra, nel frattempo, prendeva le redini della procura di Caltanissetta.

La sua prima mossa? Affidare le indagini a un uomo dai contorni sfuggenti: Arnaldo La Barbera. Il superpoliziotto con la tessera dei servizi. Quello che avrebbe trasformato un balordo di periferia, Vincenzo Scarantino, in un pentito da prima pagina. Un nome da copione. Un copione che fece condannare sette innocenti. Un depistaggio che non fu un errore, ma un progetto. Così ha stabilito la Cassazione: “orchestrato all’indomani della strage”.

Ma chi orchestrava? Chi scriveva la musica di quella sinfonia stonata che serviva a proteggere, a deviare, a coprire? La risposta porta sempre lì: dentro un ufficio, dietro una firma. Giovanni Tinebra. Un magistrato che tace, firma e scompare. Ma dietro il silenzio, rimane una scia. Una scia che oggi le procure seguono, scavando nei suoi immobili, cercando tra i faldoni, i simboli, gli incroci. Perché forse, in quella stanza mai perquisita, si nasconde ancora la parte mancante del puzzle.

La borsa, l’agenda e l’ombra dei Servizi

C’è un oggetto che riassume l’Italia delle stragi: l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Un diario, una prova, un testamento. Scomparso. Cancellato. O, peggio, sottratto. La scena è questa: 20 luglio 1992. La Barbera scrive in un appunto che la borsa del giudice, contenente l’agenda, fu consegnata a Tinebra. Di quella consegna, non c’è traccia. Nessun verbale. Nessuna ricevuta. Nessuna conferma. Ma se è vero, come è vero, che La Barbera annotò quella consegna, allora una domanda incalza: cosa ne fece Tinebra? La borsa non è mai stata formalmente acquisita. L’agenda non è mai comparsa. Un fantasma.

La procura di Caltanissetta, oggi guidata da De Luca, riparte da lì. Ha riaperto fascicoli, ordinato perquisizioni negli immobili di Tinebra. Ha riletto vecchie testimonianze. Sta cercando un documento, un simbolo, un indizio che dica: sì, la borsa passò di lì. Oppure no. Non ci arrivò mai. In entrambi i casi, lo scenario non cambia: c’è qualcuno, molto in alto, che ha manomesso la scena. E che forse, attraverso quella borsa, ha tenuto le fila di un gioco sporco. Un gioco in cui la verità non si cerca. Si fabbrica.

La Loggia Terzo Oriente: un governo ombra nei palazzi del potere

Il nome “Terzo Oriente” sembra uscito da un romanzo esoterico. Invece è reale. Esiste nei verbali, nelle intercettazioni, nei sussurri. Nasce a Nicosia, in Sicilia, ma non è un’invenzione locale. È un progetto. Una struttura. Un patto di potere che salda mafia, istituzioni, imprenditoria.

Lo raccontano due pentiti: Gioacchino Pennino e Angelo Siino. Lo conferma un’intercettazione del massone Salvatore Spinello: “Tinebra è dei nostri… ma non mi faccio vedere con lui per non comprometterlo”. Lo ribadisce Giuliano Di Bernardo, ex Gran Maestro del GOI: l’appartenenza di Tinebra alla massoneria deviata era “un segreto di Pulcinella”.

Dopo la bufera P2, le affiliazioni massoniche non cessarono. Cambiarono pelle. La copertura, sempre più spesso, prese la forma innocua di un club di servizio. Rotary, Lions, Kiwanis: nomi rispettabili, finalità filantropiche, ma anche, per alcuni, zone franche dove le identità si confondono. A dirlo, stavolta, non sono dietrologi, ma gli stessi protagonisti. Il nome di Giovanni Tinebra compare tra gli iscritti al Kiwanis Club di Nicosia. Una semplice adesione formale? Non secondo le dichiarazioni di Giuliano Di Bernardo, che ha spiegato come “i massoni di varie obbedienze si incontrano” proprio in questi club. Infiltrazioni trasversali, quasi indistinguibili dai profani, ma perfettamente funzionali alla riservatezza.

Un documento agli atti dell’indagine, firmato dalla consulente Piera Amendola – esperta della Commissione P2 – riporta le parole di Fabio Venzi, Gran Maestro della Gran Loggia Regolare d’Italia: “è frequente la doppia appartenenza” tra logge e club di servizio. Una sovrapposizione che rende più labili i confini tra società segrete e istituzioni sociali riconosciute.

Per gli inquirenti, la militanza di Tinebra nel Kiwanis non è un elemento trascurabile. Non basta, da sola, a dimostrare un’appartenenza massonica. Ma nel contesto di intercettazioni, testimonianze e riscontri, diventa un tassello che rafforza un’ipotesi: quella di una struttura parallela, riservata, sopravvissuta alla caduta della P2. È su questo intreccio sottile, su questo filo che separa il visibile dall’occulto, che si muove oggi l’indagine. Perché per chi indaga, la pista massonica non è più un’ipotesi di scuola. È una direzione concreta. E merita di essere seguita. Fino in fondo.

Propedeutiche alla massoneria deviata, potrebbero essere state strutture come Il Kiwanis Club di Nicosia. Un club internazionale, ufficialmente filantropico. Ma nei fascicoli della procura, appare come un “contenitore opaco di affiliazioni”. Tra i suoi membri figurano nomi eccellenti: Tinebra, l’alto commissario Sica, persino Bruno Contrada.

Una fonte confidenziale, ascoltata in “camera caritatis”, ci ha raccontato:

“Certamente… le confido che la cosa non mi sorprende. Un mio conoscente, giornalista e compaesano, mi aveva fatto una richiesta del genere — non così esplicita, ma andava lì. L’unica cosa che posso dirle è che era un gran casino. Anche l’allora procuratore di Catanzaro era del Kiwanis. Come Tinebra, come Contrada, come l’alto commissario Sica. Era uno dei motivi per cui mi sono defilato all’epoca, preferendo passare per ‘non allineato’ più che altro.”

E ancora:

“Se va avanti vedrà che della super-loggia faceva parte anche chi ha fornito a Brusca supporto per la strage di Capaci.”

Un’accusa devastante. Nessuna prova, ma il sospetto è ormai insinuato. Secondo la stessa fonte, il nome della loggia deriverebbe da un illustre esponente della massoneria, oggi dimenticato, il cui nome era legato al territorio. Altri nomi emergono: Pieni e Rampulla, lo stesso Pietro Rampulla che, secondo risultanze processuali, sarebbe stato l’artificiere che ha realizzato il radiocomando usato nella strage di Capaci. Una rete. Un collante. Un circuito che utilizzava la filantropia come copertura e la fratellanza come passepartout per l’impunità.

Le stragi come reset: una strategia massonica di destabilizzazione controllata

In criminologia esiste un concetto: struttura molecolare. Significa rete senza centro. Un insieme di cellule autonome, connesse ma indipendenti. Il Terzo Oriente funziona così. Ogni affiliato sa solo ciò che deve sapere. Ogni decisione viene presa altrove. La loggia è un catalizzatore, non un direttore d’orchestra. Ma il risultato è lo stesso: manipolare lo Stato, alterare l’ordine, riscrivere le regole.

Le stragi del 1992? Non solo vendette mafiose. Ma passaggi. Reset. Interruttori. La prova è nei documenti. Nelle agende scomparse. Nei silenzi istituzionali. In una serie di decisioni che, viste oggi, sembrano più un piano che un caso. Tangentopoli era in pieno svolgimento. Il sistema dei partiti stava crollando. Gli equilibri andavano rifondati. E la mafia, alleata con segmenti deviati dei servizi, ha fatto da detonatore. Ma la regia? Dove stava?

Nel 2001, l’inchiesta sui mandanti esterni viene archiviata. L’ultima firma è quella di Tinebra. Pochi mesi dopo, viene nominato al DAP dal governo Berlusconi. Coincidenza? Premio? Rimozione? Salvatore Borsellino ha detto: “È da lì che si capisce tutto.” Ed è difficile non credergli.

Conclusione: verità postuma, giustizia in divenire

La giustizia, quando arriva, lo fa con ritardo. Ma non è detta che non arrivi. Oggi, gli inquirenti parlano di “contesto”, di “sistema”. Non cercano più solo esecutori, ma architetture. Relazioni. Dinamiche. La figura di Giovanni Tinebra torna così al centro. Non da imputato — è morto. Ma da punto di snodo. Da uomo che, forse, sapeva troppo. O taceva troppo.

È stato un depistato o un depistatore? Una pedina o un regista? La risposta sta nelle carte che ancora mancano, nei faldoni che la procura sta aprendo. Sta nelle testimonianze raccolte con fatica. Nelle perquisizioni effettuate trent’anni dopo. Forse non ci saranno condanne. Ma una narrazione si incrina. Quella ufficiale, quella comoda. E ne emerge un’altra, più scura, più profonda. In cui dietro la guerra tra Stato e mafia, c’era una terza forza. Invisibile, ma operativa. Capace di decidere chi doveva vivere. E cosa doveva essere dimenticato. Quella forza ha un nome. Oggi scritto nei registri della procura: Terzo Oriente.

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  • Criminologo esperto in scienze forensi, criminologia investigativa e criminal profiling, pedagogia giuridica, psicopedagogia forense e valutazione della pericolosità sociale, scienze penalistiche, educatore socio-pedagogico e giornalista pubblicista, direttore di comunità.Profondo conoscitore delle trame italiane del periodo che va dalla fine degli anni Ottanta alla metà degli anni Novanta.Consulente della famiglia Mandolini.

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