Domenico Semeraro era un uomo affetto da nanismo che, in cerca di riscatto sociale, costruì attorno a sé un sistema di relazioni fatto di seduzione, controllo e dipendenza. Dalla partecipazione a un film di Lucio Fulci fino alla vita ai margini della Roma degli anni Ottanta, la sua parabola si conclude tragicamente nel 1990, lasciando interrogativi su ciò che accadde davvero…

Domenico Semeraro (a sinistra) e Michela Palazzini (a destra).
Il cinema e il “nano maggiorenne”
Anno 1972. Esce nei cinema italiani Non si sevizia un paperino, film di quel gran genio del cinema che era Lucio Fulci. Un film che poi sarà riscoperto negli anni a venire, sdoganato da Tarantino che ne ha imitato lo stile nell’utilizzo di canzoni “a commento” di scene di violenza. Le riprese ebbero luogo a Monte Sant’Angelo, un piccolo paesino della Puglia in provincia di Foggia. Ciò che all’epoca fece scalpore – e che colpisce ancora oggi – fu che il film era girato per la maggior parte alla luce del sole, contravvenendo in questo modo ad una delle regole cardine del genere thriller che imponeva che le scene di maggior tensione prevedessero il buio (a maggior riprova del fatto che – qualora ce ne fosse bisogno – Fulci era un genio).
Il ricco cast comprendeva Tomas Milian (all’epoca all’apice della sua fama), Florinda Bolkan, Irene Papas, Ugo D’Alessio e la splendida Barbara Bouchet. E proprio quest’ultima compariva in una scena che fu causa di molti guai per il film.
Nella scena in questione la Bouchet – una delle maggiori icone sexy del periodo – si mostrava nuda davanti ad un bambino. Per questa sequenza vi furono molte denunce poiché la legge dell’epoca proibiva l’impiego di minorenni in sequenze scabrose. Il film si aggiudicò la scomunica da parte della Chiesa cattolica e nel gennaio del 1973 Lucio Fulci assieme al produttore Edmondo Amati e a Barbara Bouchet, dopo una lettera anonima, furono convocati in tribunale.
Il regista riuscì a spiegare che, utilizzando il vecchio espediente di campi e controcampi per girare la scena, in realtà fu utilizzato un nano maggiorenne, tal Domenico Semeraro. La controfigura era un amico dei produttori: nato ad Ostuni in provincia di Brindisi nel 1946, alto un metro e trenta centimetri e che non arrivava a cinquanta chilogrammi di peso.
Il ritrovamento del corpo – Flashforward
Roma, 26 aprile 1990. Il cadavere di un nano, ucciso il giorno precedente, fu trovato dalle forze dell’ordine in una discarica, all’interno di un sacco dell’immondizia. Ad ucciderlo era stato il giovanissimo Armando Lovaglio assieme alla sua fidanzata Michela Palazzini. I giornali titolarono: «Un cadavere tra i rifiuti: è il nano della stazione Termini. Strangolato dopo le botte e chiuso in un sacco». E infatti, il nano nella zona era noto come “il nano di Termini”, ed era proprio lui: Domenico Semeraro, di professione tassidermista. Detto volgarmente: imbalsamatore di animali.
Chi era Domenico Semeraro
La storia di Semeraro è quella di un piccolo e astuto persuasore. Una vicenda torbida che dalla Puglia arriva al sottoproletariato romano, tanto caro a Pasolini. E per cercare di capirla meglio, bisogna partire proprio dalle sue origini.
Semeraro era nato e cresciuto nella famosa “città bianca” in una famiglia di umili origini contadine: gente semplice, di un’altra epoca e un altro mondo che ancora si sposava tra consanguinei; e a causa di ciò Domenico, assieme a sua sorella Annunziata, furono costretti a portare il marchio “infamante” del nanismo il cui risultato prevedibile era derisione e cattiveria da parte dei compaesani.
Da giovanissimo Domenico, detto “Mimmo”, aveva lavorato presso una pompa di benzina e, con i soldi guadagnati, si era pagato una scuola serale. Una volta preso il diploma all’istituto tecnico decise di trasferirsi a Roma in cerca di fortuna.
Nella capitale cominciò una vita nuova: con orgoglio e sacrificio riuscì a diventare professore di educazione tecnica alla scuola media. Quello di insegnante si dimostrò essere un lavoro che si confaceva alla sua personalità eclettica e di affabulatore. Fu infatti ben presto benvoluto dai suoi studenti che con lui condividevano fra le varie cose, anche l’altezza. Ma il mondo degli adulti guardava ancora con disprezzo alla diversità del Semeraro. E quando non era disprezzo, diventava ilarità.
Il sistema di relazioni e controllo
Mimmo però non si diede per vinto e tentò di fare della sua “menomazione” un’arma a sua disposizione, un po’ come Il giudice di cui cantava Fabrizio De André. Riuscì infatti a finire sui giornali: Il più piccolo professore d’Italia titolò la rivista “Annabella” che lo intervistò. Le sue parole, da spaccone, furono: «Sono piccolo, ma supererò anche i più grandi: vincerò» e «Amo solo le donne altissime, sui due metri, purché molto sexy». Un’ostentata esibizione di machismo e sicurezza di sé.
Qualche mese dopo Semeraro pubblicò un annuncio su un giornale alla ricerca di moglie. Conobbe in questo modo Tania di Santa Maria Capua Vetere (in provincia di Caserta) di soli sedici anni, dieci meno di lui. Tutto sembrava pronto per il matrimonio, ma la povera Tania fu sedotta e abbandonata: Mimmo non aveva tenuto fede alla promessa di matrimonio fatta ai genitori della ragazza. Allora, i parenti denunciarono Mimmo per violenza carnale. La sua prima denuncia penale.
Tania non si presentò in Tribunale, perché intanto era emigrata in Svizzera con l’intento di dimenticare quanto accaduto. Mentre il nano, davanti ai giudici, si difese sostenendo che la colpa era stata dei genitori della ragazza che erano esclusivamente interessati a sistemarla. E riguardo le accuse di violenza carnale dichiarò: «Sono troppo piccolo: non sarei riuscito neanche volendo. Con le donne la mia tattica è sempre stata quella della tenerezza e della dolcezza». Alla fine, fu assolto.
Da allora innumerevoli accuse gli piovvero addosso. Improvvisamente la sua carriera di insegnante si arrestò, probabilmente a causa di una serie di voci che circolavano sul suo conto, tra cui quella che seducesse i suoi studenti. Fu proprio allora che, diventato bibliotecario presso l’istituto di cinematografia “Roberto Rossellini” all’Eur e venuto a contatto con il mondo del cinema, fu scritturato per Non si sevizia un paperino.
L’incontro con Armando
Era una mattina d’estate del 1986 quando si presentò al suo appartamento Armando Lovaglio che aveva risposto ad uno dei suoi annunci per assistente tuttofare. Il giorno precedente Semeraro aveva adescato un ragazzo alla stazione Termini di nome Fedek. Quest’ultimo stava dormendo nel letto del tassidermista, quando Mimmo si trovò davanti Armando, dal quale fu profondamente turbato per la sua bellezza che definì – secondo le sue stesse parole – «un volto da leggenda mitica».
All’epoca diciassettenne, Armando proveniva da un quartiere povero, Casal Bruciato, ed era ancora uno studente ma aveva bisogno di soldi per riuscire a comprare la moto che tanto desiderava.
La relazione con Michela
Tutto cambiò quando, nel 1987, rispose all’annuncio per segretaria nel suo laboratorio tal Michela Palazzini. Semeraro trascinò anche lei nelle sue perversioni: nel suo archivio furono poi trovate foto che ritraggono i due ragazzi dediti al sesso, spesso con delle maschere e sotto la supervisione del tassidermista.
Purtroppo per quest’ultimo però, i due ragazzi si innamorarono e intrapresero una relazione amorosa pur vivendo a casa del Semeraro. L’uomo riuscì inizialmente a dare vita ad uno strano e torbido ménage à trois che cominciò a vacillare quando Mimmo comprese che il suo controllo sul ragazzo stava cominciando ad indebolirsi.
Il tragico epilogo
La sera del 25 aprile del 1990, all’ennesima lite fra Semeraro e Lovaglio, una volta giunta Michela, la situazione degenerò fino a quando Armando strangolò il tassidermista con uno dei suoi foulard che spesso portava al collo. Misero il suo corpo all’interno di una grossa busta per rifiuti e gettarono il suo cadavere in una discarica abusiva di Corcolle.
La mattina dopo la ragazza telefonò ai genitori di Armando dicendo che avevano «ammazzato il nano! Abbiamo ammazzato Mimmo!». I due genitori accompagnarono allora i ragazzi dai carabinieri, dove furono arrestati.
Lovaglio fu condannato a 15 anni di detenzione in primo grado, mentre Palazzini fu condannata ad un anno in primo grado per occultamento di cadavere, che in secondo grado passarono a nove, mentre la Cassazione la assolse definitivamente. Dopo aver scontato la sua pena, Lovaglio aprì una scuola di arti marziali, ma morì prematuramente per un infarto all’età di 48 anni.
La vicenda ha ispirato Matteo Garrone per il suo film “L’imbalsamatore” del 2002.




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