Donato Bilancia: il mostro dei treni

Scritto da: Gianluca Zanella
4 Marzo 2026

17 omicidi in un arco di tempo di soli sei mesi, dall’ottobre del 1997 all’aprile del 1998. Un’escalation di sangue in un crescendo di brutalità senza senso, una maratona di morte che generò il panico in un’intera regione. La parabola criminale di Donato Bilancia è durata una vita intera, ma solo nella sua ultima parte lo ha reso ciò per cui è diventato tristemente famoso: un predatore di esseri umani.

L’origine del male

Donato Bilancia nasce il 10 luglio 1951 a Potenza, in una famiglia operaia che di lì a poco si trasferirà a Genova in cerca di fortuna. Come tanti meridionali dell’epoca, i Bilancia guardavano al triangolo industriale del Nord come alla terra promessa, dove il boom economico offriva lavoro e prospettive di riscatto sociale. Il padre, Leopoldo, trova impiego in una fabbrica del ponente genovese, mentre la madre, Giuseppa, si dedica alla crescita dei figli in un piccolo appartamento di Cornigliano.

Ma se le aspettative erano rosee, la realtà si rivela ben presto diversa. La famiglia Bilancia si ritrova catapultata in un ambiente ostile, dove il pregiudizio anti-meridionale è ancora molto forte e l’integrazione risulta difficile. Donato cresce in questo clima di tensione, sviluppando fin da bambino un carattere chiuso e sospettoso. A scuola rende poco, non tanto per mancanza di intelligenza, quanto per una generale riluttanza ad accettare regole e autorità. I compagni dell’epoca lo descriveranno come un ragazzo solitario, incline a scatti d’ira improvvisi che lo rendevano poco popolare.

L’adolescenza non migliora le cose. Anzi, è proprio in questo periodo che emergono i primi segnali di quello che diventerà il suo futuro criminale. Donato inizia a marinare la scuola, a frequentare cattive compagnie, a commettere piccoli furti nei negozi del quartiere. Il padre, operaio dalle idee tradizionali, cerca di raddrizzarlo a colpi di cinghia, ma ottiene l’effetto contrario: il ragazzo si chiude sempre di più in sé stesso, covando un rancore che cresce giorno dopo giorno.

Il camaleonte

A diciassette anni, nel 1968, Donato abbandona definitivamente gli studi. È l’anno della contestazione studentesca, ma lui è troppo impegnato nella sua personale ribellione contro il mondo per interessarsi alle ideologie di massa. Trova lavoro come operaio, prima in una fabbrica di laterizi, poi in un cantiere navale. Sono impieghi faticosi e mal pagati, che alimentano la sua frustrazione verso una società da cui si è sempre sentito respinto.

È in questo periodo che inizia a sviluppare quella che diventerà una delle caratteristiche fondamentali della sua personalità criminale: l’opportunismo. Donato scopre che il crimine può essere un modo per arrotondare lo stipendio e ricomincia con piccoli furti, borseggi, ma anche qualche truffa ai danni di anziani. Non ha uno stile particolare, non segue rituali: semplicemente coglie le occasioni che si presentano, adattando i suoi metodi alle circostanze, come un camaleonte. Un po’ come farà in seguito. Tuttavia, per quanto spregiudicato, è un criminale ancora piuttosto impacciato. Nel 1972 ruba un camion pieno di panettoni, che poi cerca di vendere in strada, attirando l’attenzione della polizia, che lo arresta. Nel 1974 si fa beccare con una pistola e nel 1978 compie una rapina in Francia, venendo anche in questo caso arrestato, sebbene per un brevissimo periodo.

Nel frattempo, nel 1975, ventiquattrenne, si era spostato con una ragazza del quartiere, Carla. È un matrimonio che nasce più dalla necessità sociale che da un vero sentimento: Donato sente il bisogno di apparire normale, integrato, rispettabile. La coppia si trasferisce in un appartamento popolare di Sestri Ponente e per qualche anno sembra che la vita di Bilancia possa prendere una piega diversa. Carla rimane incinta e nel 1978 nasce il loro unico figlio, Maurizio. La paternità, tuttavia, non sortisce l’effetto sperato. Anzi, le nuove responsabilità economiche spingono Donato a intensificare le sue attività illegali. Non si tratta più di piccoli furti occasionali, ma di una vera e propria seconda professione. Durante il giorno lavora in fabbrica, la sera e nei fine settimana si dedica al crimine. Rapine a mano armata, spaccio di droga, ricettazione: Bilancia diventa un piccolo boss della malavita locale, temuto e rispettato nei bassifondi genovesi.

L’innesco della follia

Ma è proprio il successo criminale a rovinarlo. Nel 1982 viene arrestato per una serie di rapine e condannato a sei anni di carcere. È la prima volta che finisce davvero nei guai e l’esperienza del carcere, anziché redimerlo, lo indurisce ulteriormente. Quando esce dal carcere, nel 1987, Donato trova un mondo cambiato. Sua moglie Carla ha chiesto la separazione e si è trasferita con il figlio. Il lavoro in fabbrica non c’è più. Donato si ritrova quarantenne, solo, senza prospettive, con un passato da pregiudicato che gli rende difficile trovare un impiego onesto. Inizia a giocare d’azzardo e a frequentare bische clandestine. Per mascherare le sue origini meridionali, inizia a farsi chiamare Walter. Il 1987, però, è anche l’anno di un trauma che segnerà inevitabilmente il suo percorso: il fratello, Michele, si toglie la vita lanciandosi sotto un treno, tenendo in braccio il figlio di quattro anni, Davide. Entrambi muoiono sul colpo. Donato Bilancia attribuisce la colpa di questo gesto alla cognata ed è da questo momento che inizia a maturare un viscerale disprezzo per la figura femminile. Un disprezzo che di li a poco esploderà.

Questo insieme di circostanze contribuiscono a trasformare la sua personalità. Se prima il crimine era un modo per arrotondare, ora diventa l’unica fonte di sostentamento. Se prima conservava ancora qualche legame affettivo, ora si chiude in un isolamento totale. Donato inizia a frequentare prostitute, a bere pesantemente, a fare uso di cocaina. La sua vita diventa un ciclo continuo di crimini, spese folli e periodi di depressione profonda.

L’ira di Walter e il “primo sangue”

Gli anni Novanta lo trovano completamente trasformato. L’operaio di Cornigliano è diventato un lupo solitario, un predatore urbano che vive alla giornata, senza progetti a lungo termine, senza relazioni stabili, senza altro scopo che la soddisfazione dei suoi istinti più bassi. È pronto per il salto definitivo, quello che lo trasformerà da semplice criminale in uno dei serial killer più spietati della storia italiana.

Il “click” definitivo arriva nell’ottobre del 1997. Donato ha quarantasei anni, è senza soldi, senza prospettive, senza speranze. Vive in una squallida pensione di Sampierdarena, sopravvive con piccoli espedienti e qualche rapina occasionale. L’input per il primo delitto matura a seguito di un cocente sentimento di frustrazione: dopo una notte passata all’interno di una bisca e dopo aver perso una grossa somma di denaro, si accorge di essere stato ingannato dai due biscazzieri, Giorgio Centenaro e Maurizio Parenti. Il 16 ottobre, in piena notte, si introduce in casa di Centenaro, che sta dormendo. Bilancia gli si avventa contro, soffocandolo con un cuscino. La morte di Centenaro venne interpretata come un infarto, non si pensò all’omicidio, almeno fin quando non sarà lo stesso Bilancia, una volta arrestato, a confessarlo.

La sua sete di vendetta, però, non si era placata. Il 24 ottobre irrompe in casa di Parenti. L’uomo è in compagnia della moglie, Carla Scotto. Bilancia impugna una Smith & Wesson calibro 38, vinta in una bisca. Fa fuoco contro i coniugi, uccidendoli. Dopo l’omicidio, rovista in casa, rubando 13 milioni di lire in contanti e altri beni. Nei giorni seguenti, Bilancia inizia a sviluppare una sorta di paranoia: teme la ritorsione dei criminali cui Parenti era collegato. Cerca di elaborare un piano per allontanare da sé i sospetti e giunge alla conclusione che gli appare più semplice e naturale: continuare a uccidere. Se si inizia a diffondere la psicosi da serial killer, nessuno penserà mai a un regolamento di conti nell’ambito della piccola criminalità.

L’avvio dell’escalation di sangue

Spinto da questa bieca necessità – ma forse anche da motivazioni più profonde che mai conosceremo – Donato Bilancia prende di mira una coppia di coniugi che gestivano un’oreficeria: Bruno Solari e Maria Luigia Pitto. Sono passati due giorni dal primo duplice omicidio e “Walter” entra nella casa di via Monticelli, quartiere Marassi, e spara per uccidere, senza poi rubare alcunché.

Con questo secondo duplice omicidio qualcosa cambia. Acquista per una manciata di milioni una Mercedes-Benz 190 nera e con questa si reca a Ventimiglia, dove uccide Luciano Marro, un cambiavalute cui ruba 45 milioni di lire. Il 25 gennaio 1998 è il turno di Giangiorgio Canu, metronotte. In questo caso, il motivo del delitto – come spiegato da Bilancia agli inquirenti dopo l’arresto – è particolarmente disarmante: Canu, oltre a una vaga somiglianza con Centenaro, la sua prima vittima, guidava una vettura di servizio dove sullo sportello campeggiava il numero “32”. Bilancia dirà che quello era il suo numero fortunato. Per quello aveva scelto di uccidere il metronotte. Questo omicidio è anche il primo che segna l’inizio di una sorta di ritualità nelle azioni di Bilancia, il quale obbliga la guardia giurata a coprirsi la faccia con un indumento prima di giustiziarlo.

Bilancia ha ormai oltrepassato una soglia dalla quale non si può più tornare indietro. Per lui uccidere è diventato qualcosa di naturale. E che gli offre l’opportunità di fare la “bella vita”: Con i soldi trafugati alle vittime, gioca presso il casinò di Sanremo e si dà ai bagordi; nel frattempo, elabora un piano per depistare le indagini sul delitto Parenti: riesce infatti a procurarsi il numero di telefono del pm che stava indagando e, camuffando la sua voce, confessa il delitto Centenaro. Tuttavia, la telefonata non sortisce alcun effetto: i due casi continueranno ad essere considerati indipendenti l’uno dall’altro.

Marzo 1998. Il denaro delle rapine compiute dopo i delitti non basta più a sostenere i suoi vizi. L’alcol e il gioco d’azzardo consumano rapidamente ogni guadagno illecito, e lui si ritrova di nuovo senza risorse, costretto a cercare nuove opportunità criminali. È in questo periodo che la sua attenzione si sposta verso un altro tipo di preda: le prostitute che battono lungo le strade della riviera ligure.

Predatore di donne

Non è una scelta casuale. Bilancia conosce bene quel mondo, l’ha frequentato per anni come cliente. Sa che quelle donne sono vulnerabili, isolate, spesso straniere senza documenti e quindi meno propense a rivolgersi alle autorità. Sa che i loro movimenti sono prevedibili, che lavorano negli stessi luoghi, agli stessi orari. Sa soprattutto che la loro scomparsa impiegherebbe più tempo a essere notata e denunciata.

Ma c’è dell’altro. Nelle prostitute Bilancia vede l’incarnazione del suo rancore: la donna sporca, la donna che deve essere punita; la donna che deve sparire dalla faccia della terra. Il 9 marzo, su una strada costiera tra Varazze e Cogoleto, è una serata fredda e umida, poche auto in circolazione. Almerina Bodejani, giovane prostituta albanese, attende un cliente al margine della carreggiata. Bilancia accosta con la sua Mercedes, si presenta come un cliente qualunque, contratta il prezzo, chiede di appartarsi in un luogo riservato. La ragazza lo segue senza battere ciglio. Non tornerà mai più su quel marciapiede, ma verrà abbandonata con un proiettile in testa.

Il 18 marzo è la volta di Ljudmyla Zubskova, caricata in auto ad Albenga e uccisa con un colpo in testa a Pietra Ligure. Due giorni dopo, il 20 marzo, Bilancia colpisce nuovamente a Ventimiglia, uccidendo un cambiavalute di nome Enzo Gorni. Passa meno di una settimana e Bilancia, ormai completamente avvinto da quella spirale di morte che sembra trascinarlo sempre più a fondo in un vortice di depravazione morale, il 24 marzo nei pressi di Novi Ligure si apparta in auto con una prostituta transessuale che però, forse messa in guardia dalla psicosi che ormai si è diffusa, forse avendo intravisto la pistola, scende dalla macchina e cerca di scappare, approfittando dell’arrivo di due automobili, guidate da altrettanti vigilanti notturni. Bilancia non si lascia intimidire, attende che i due uomini scendano dalle auto, poi scende a sua volta e, senza preavviso, fa fuoco, uccidendoli entrambi. A quel punto si mette a caccia di July, questo il soprannome del trans. La trova poco distante e le spara all’addome, ferendola gravemente ma non uccidendola. July verrà salvata e ascoltata dagli inquirenti, ai quali fornirà un identikit dettagliato, che corrisponde alla descrizione fatta dai testimoni che avevano visto il killer fuggire dopo l’omicidio Gorni.

Terrore sui treni

Polizia e carabinieri sono ormai in allerta rossa e Bilancia inizia a sentire il fiato sul collo. Questo non gli impedisce di tornare a uccidere il 29 marzo, a Cogoleto, dove uccide la nigeriana Evelyn Edoghaye. Sarà solamente dopo questo omicidio che gli inquirenti capiranno di avere a che fare con un serial killer, in quanto venne accertato dal RIS di Parma che la pistola che aveva sparato era la stessa utilizzata per uccidere la prima prostituta.

Il terrore è ormai diffuso tra le donne della strada. Molte smettono di lavorare, altre si spostano in zone diverse, alcune decidono di tornare nei loro paesi d’origine. Ma per Bilancia questo non rappresenta un problema: ha già individuato nuove prede, più vulnerabili, più indifese. Ha deciso di spostare la sua attenzione verso un terreno di caccia ancora più ampio e terrificante: i treni della Liguria.

12 aprile 1998. Donato Bilancia ha ormai alle spalle undici omicidi, ma la sua sete di sangue è lungi dall’essere placata. È in questo periodo che la sua mente partorisce il piano più diabolico: trasformare i treni regionali liguri in teatri di morte. L’intuizione nasce da un’osservazione banale. Bilancia utilizza spesso i treni per spostarsi lungo la costa, mescolandosi ai pendolari, ai turisti, agli studenti che ogni giorno percorrono la tratta Genova-Ventimiglia. Si accorge di quanto siano vulnerabili quei vagoni, specialmente nelle ore serali e nei tratti meno frequentati. Carrozze semivuote, controlli sporadici, passeggeri distratti: l’ambiente ideale per un predatore che ha imparato a uccidere.

Quel giorno Bilancia prende l’Intercity La Spezia-Venezia, dove adocchia Elisabetta Zoppetti, infermiera di Milano che sta rientrando da una breve vacanza in Liguria. La segue e la vede entrare in bagno. Vestito di scuro, un berretto calcato sulla testa, Bilancia si avvicina alla porta chiusa e dalla tasca estrae una chiave quadrata che si era precedentemente procurato. Apre la porta, la donna è seduta sul sanitario e lo guarda sorpresa, ma non fa in tempo a dire nulla: Bilancia le getta sul capo una giacca e le spara in testa. Il fragore dello sparo si mescola al rumore del treno, attutito dal rullio delle ruote sui binari. Bilancia richiude la porta, scende a Voghera e, prima di salire su un treno che lo porti nella direzione contraria, telefona ai genitori per gli auguri di buona Pasqua. Due giorni dopo, è il turno di un’altra prostituta, Kristina Valla, intercettata sulla strada tra Albenga e Ceriale.

Il 18 aprile torna a colpire su un treno. Stavolta la tratta è quella Genova-Ventimiglia, dove a essere uccisa è Maria Angela Rubino, una giovane baby sitter che viene colta di sorpresa come la Zoppetti, mentre è in bagno. Stavolta però Bilancia aggiunge un tocco di sadismo al tutto, masturbandosi sul cadavere prima di scendere dal treno.

Caccia al serial killer

I delitti dei treni fanno esplodere la psicosi da “mostro”. I giornali nazionali si occupano del caso, coniando il termine “mostro dei treni” che accompagnerà Bilancia, che inizia sentirsi invincibile, fino alla cattura. Il 20 aprile, in un’area di servizio sull’autostrada Genova-Ventimiglia, uccide il benzinaio Giuseppe Mileto, che si era rifiutato di fargli credito per un pieno di benzina. Nel frattempo, però, la storia stava per volgere al termine: un tale Giuseppe Monello si rivolge ai carabinieri, dicendo di aver ricevuto una serie di multe per il mancato pagamento di caselli autostradali.

Le multe le aveva prese Donato Bilancia alla guida della Mercedes che proprio Monello gli aveva venduto, ma non avendo mai formalizzato il passaggio di proprietà, queste arrivavano al vecchio proprietario del mezzo che, in aggiunta, ricordava un particolare che, alla luce di quanto sta accadendo in Liguria, gli risulta inquietante: Bilancia gli aveva chiesto di non fare menzione con nessuno della vendita dell’automobile. Per la prima volta, gli inquirenti vengono a conoscenza di Donato “Walter” Bilancia. Iniziano a tenerlo d’occhio, si accorgono che gli identikit gli somigliano in modo marcato, ma prima di passare all’azione, occorre essere sicuri che sia davvero lui il “mostro della Liguria”. Chiedono allora a Monello di mettersi in contatto con lui, con la scusa di voler ottenere risarcimento delle multe ricevute. I due si incontrano in un bar, dove Bilancia beve un caffè. La tazzina sarà immediatamente prelevata e il DNA analizzato corrisponde a quello trovato sul corpo di Maria Angela Rubino.

Il 6 maggio 1998 scatta l’arresto: Bilancia sta uscendo dall’Ospedale San Martino di Genova, dove ha appena fatto una visita. Viene circondato e, dopo un iniziale tentativo di resistenza, si arrende. Una volta in carcere, dopo una manciata di giorni confessa tutti i suoi omicidi, compreso quello di Centenaro, che ancora veniva considerata una morte naturale.

Un mostro normale

Durante i lunghi interrogatori che seguono l’arresto, emerge il ritratto di un uomo che ha oltrepassato ogni limite della moralità umana. Bilancia racconta i suoi crimini con lucidità, ricordando dettagli che nemmeno gli investigatori conoscevano, descrivendo le sue vittime come se fossero oggetti anziché persone. Gli psichiatri che lo esaminano rimangono colpiti dalla sua normalità apparente. Bilancia non presenta i tratti classici del serial killer: non è un genio del male, non è affascinante o manipolatore, non ha costruito elaborate fantasie per giustificare i suoi crimini. È banalmente malvagio, privo di empatia ma lucido, capace di distinguere il bene dal male ma semplicemente indifferente alla distinzione.

Donato Bilancia muore il 17 dicembre 2020 nel carcere di Padova, stroncato da complicazioni legate al Covid-19. Ha sessantanove anni e ne ha trascorsi ventidue dietro le sbarre, senza mai mostrare il minimo segno di pentimento o ravvedimento.

La sua morte passa quasi inosservata: poche righe sui giornali, un trafiletto nei telegiornali. L’uomo che per mesi aveva terrorizzato l’Italia se ne va nel silenzio, lasciando dietro di sé solo il ricordo dell’orrore che aveva seminato. Ma l’eredità di Bilancia va oltre i suoi crimini. Il suo caso ha segnato un punto di svolta negli studi criminologici italiani, dimostrando che il serial killer non è necessariamente il mostro raffinato e intellettuale descritto dai thriller americani. Può essere anche un uomo qualunque, un cinquantenne insignificante che un giorno decide di iniziare a uccidere e scopre di avere talento per questo. Un maledetto talento.

 

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  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

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