Elite: l’algoritmo di Palantir che guida le operazioni dell’ICE

Scritto da: Manuele Avilloni
1 Febbraio 2026

Negli Stati Uniti l’uso operativo di Elite, un sistema di intelligenza artificiale sviluppato da Palantir Technologies per l’agenzia federale U.S. Immigration and Customs Enforcement, sta ridefinendo le pratiche di controllo sull’immigrazione. Integrando dati pubblici e commerciali, la piattaforma genera profili, mappe e punteggi di “fiducia” che orientano le decisioni sul campo. Il suo impatto ha però aperto un forte dibattito su trasparenza, privacy ed equità, sollevando interrogativi sul ruolo degli algoritmi quando incidono direttamente su diritti e libertà individuali…

Una ricostruzione dell’interfaccia ELITE, che consente all’ICE di visualizzare dossier su singole persone, realizzata da 404 Media.

Negli Stati Uniti il confine tra tecnologia e potere coercitivo dello Stato si sta facendo opaco. Il terreno di scontro non poteva che essere l’immigrazione. Arma per le sfide elettorali è un argomento che da anni è terreno di scontro politico e culturale. L’immigrazione però, è diventata anche un laboratorio per strumenti di sorveglianza e intelligenza artificiale capaci di analizzare milioni di dati personali in pochi secondi e trasformarli in obiettivi operativi.

Uno scenario nel quale è emerso il nome “Elite”, un’applicazione sviluppata da Palantir e adottata dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE), che promette di rendere più rapide ed “efficienti” le operazioni di individuazione e deportazione. Ma dietro la promessa di efficienza si apre una domanda più ampia: cosa succede quando algoritmi e mappe predittive iniziano a decidere dove e contro chi intervenire? È da qui che parte l’inchiesta su Elite, un caso che intreccia tecnologia, controllo sociale e diritti fondamentali.

Partiamo però dalle origini. Palantir Technologies è una società statunitense di software specializzata in piattaforme di analisi dati avanzata. Fondata all’inizio degli anni 2000 con finanziamenti di investitori della Silicon Valley, Palantir ha costruito strumenti di data mining e intelligenza artificiale impiegati da agenzie governative per investigazioni complesse e operazioni di sicurezza nazionale. Negli ultimi anni, la collaborazione tra Palantir e U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), l’agenzia federale che gestisce l’immigrazione negli Stati Uniti, è diventata sempre più stretta: la tecnologia dell’azienda supporta funzioni di targeting, analisi di intelligence e ora anche strumenti basati su AI per l’automazione e la sintesi delle segnalazioni.

Che cosa è l’app Elite e come funziona

Elite, il cui nome completo è Enhanced Leads Identification & Targeting for Enforcement, è un’applicazione sviluppata per ICE con l’obiettivo di trasformare vaste moli di dati in “intelligence operativa”. In pratica è una sorta di strumento di mappatura e analisi: su una mappa digitale vengono mostrati potenziali bersagli di deportazione insieme ai loro dossier, che includono nome, foto, data di nascita e un punteggio di “fiducia” sull’attendibilità dell’indirizzo corrente. Gli agenti possono filtrare, selezionare aree e perfino disegnare un perimetro sulla mappa per generare liste di possibili persone da localizzare per operazioni sul campo.

Secondo le guide interne e le testimonianze, Elite non si limita a elenchi statici, ma integra dati provenienti da fonti governative come il Department of Health and Human Services (inclusi dati di programmi sanitari come Medicaid) e database commerciali, con l’obiettivo di evidenziare “zone ricche di obiettivi”. Insomma se cambi indirizzo per farti arrivare un farmaco a casa, l’app potrebbe essere in grado di leggere il cambio destinazione ed integrare il dato nella sua mappatura del target.

Elite nella prassi operativa

Dalle ricostruzioni di giornali e testimonianze legali, l’applicazione è già stata usata per supportare operazioni di polizia in almeno uno stato, l’Oregon. In un episodio di fine 2025, agenti del Fugitive Operations Unit hanno utilizzato Elite per identificare aree ad alta densità di potenziali obiettivi, radunarsi con veicoli non contrassegnati e condurre un raid che ha portato all’arresto di decine di persone. La descrizione dell’app da parte di un agente è chiara: “È come Google Maps, ma per individui da fermare”.

L’approccio si basa su algoritmi che danno punteggi di “confidenza”: questi numeri stimano la probabilità che una persona si trovi effettivamente all’indirizzo associato. Così da evitare viaggi e operazioni a vuoto. Questo metodo trasforma dati statistici in decisioni operative, con un impatto diretto sulle scelte del personale di campo.

Critiche, implicazioni etiche e dibattito pubblico

L’uso di Elite ha generato un acceso dibattito. Organizzazioni per i diritti civili e della privacy, come la Electronic Frontier Foundation, hanno denunciato l’integrazione di dati sanitari e altre informazioni sensibili per finalità di deportazione, e persino avviato cause legali per cercare di bloccarne l’impiego.

Dalla prospettiva dei critici, strumenti come Elite spingono verso una applicazione algoritmica della giustizia, dove decisioni su vite umane vengono influenzate da modelli predittivi e non solo da prove verificabili. Dall’altra parte, le autorità sottolineano che gli output di Elite sarebbero solo uno dei tanti elementi che supportano scelte investigative, non costituendo “base legale vincolante” di per sé.

In un contesto più ampio, l’adozione di strumenti di AI e data analytics nel settore dell’immigrazione apre scenari intensi di discussione: fino a che punto la tecnologia può e deve intervenire in operazioni che toccano diritti fondamentali? E quali tutele servono per evitare abusi quando algoritmi e dati governativi diventano strumenti di controllo sociale?

Nel dibattito internazionale sull’intelligenza artificiale e la sorveglianza algoritmica, studiosi e filosofi da anni sollevano allarmi che risuonano potentemente anche nel caso di Elite. Il filosofo e eticista irlandese John Danaher, ad esempio, ha esplorato il concetto di algocracy e i suoi rischi per la democrazia, sottolineando che “AI e governance algoritmica sollevano disagi profondi perché trasferiscono decisioni sociali critiche dalle istituzioni pubbliche responsabili a sistemi tecnici opachi” (principio discusso nelle sue opere di etica della tecnologia).

Infine, critici più radicali del panorama filosofico contemporaneo, come il francese Éric Sadin, mettono in guardia contro la forma più pervasiva di controllo digitale: Sadin sostiene che l’AI abbia superato la dimensione strumentale per divenire “sistemi prescrittivi che non solo analizzano, ma condizionano il comportamento sociale e individuale”.

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  • Nasce in provincia di Frosinone nel 1989. Laureato in Scienze Politiche, ha successivamente intrapreso gli studi in Relazioni Internazionali presso l’università di Torino dove approfondisce gli aspetti legati all'IA e alla Cybersecurity. La passione per l’informazione, le dinamiche sociali e le materie forensi lo hanno avvicinato al mondo del giornalismo e nel 2022 inizia a collaborare con InsideOver e ilGiornale.it. Qui incontra il Giornalista Gianluca Zanella, inizialmente suo docente e inizia una collaborazione. Diventa parte integrante di Darkside occupandosi di inchieste e tecnologia. Fonda Darkcyber, una rubrica di approfondimento che si muove nelle zone d'ombra dell'innovazione tecnologica, quei territori dove il progresso incontra il rischio, la curiosità sfida la trasparenza e la complessità del digitale si intreccia con la vita reale.

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