Emanuela Orlandi e la pista dell’ex Nar: Ecco chi è

Scritto da: Pietro Di Dionisio
26 Luglio 2024

L’ultimo scoop in ordine di apparizione sulla scomparsa di Emanuela vede il fratello Pietro contattato via mail dal carceriere della sorella, un misterioso ex terrorista di destra. Noi forse lo abbiamo scovato e ci abbiamo parlato: ecco cosa ci ha detto…

Il manifesto della scomparsa di Emanuela Orlandi del 1983.

In questi 41 anni, per quanto concerne la scomparsa di Emanuela Orlandi, ne abbiamo sentite di tutti i tipi. A cadenza regolare arrivano nuove sparate che rimpolpano l’eterna spy story della ragazza vaticana, e non fanno altro che dare ossigeno a giornali, trasmissioni, e ad articoli come questo che leggerete.

Nonostante ci siano 3 indagini aperte in corso, (quella italiana, quella vaticana e la Commissione Bicamerale), ogni tot viene rilanciata una nuova pista, a volte dai familiari (dal fratello Pietro, portavoce non ufficiale della famiglia Orlandi), altre volte dai media. Tutto questo crea sempre più confusione, e alza una sorta di cortina fumogena intorno alla verità.

Il “postino”

L’ultima di queste novità, che ha riempito giornali, trasmissioni televisive, podcast e via dicendo, è un contatto che Pietro Orlandi avrebbe avuto con un ex membro minore dei Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari: famoso gruppo neofascista e spontaneista, prevalentemente romano, che tra il 1977 e il 1982 partecipò con vari omicidi ai ben noti anni di piombo.

Questo fantomatico ex terrorista, rinominato il “Antonio il postino” dal giornalista Alessandro Ambrosini nella sua inchiesta “The Black Mail” pubblicata su Notte Criminale, a fine 2022 avrebbe contatto il fratello di Emanuela tramite un blog, e, pentitosi delle sue malefatte, avrebbe dichiarato di aver partecipato al sequestro sia come adescatore che come carceriere della ragazza. Dove? A Londra.

Pietro Orlandi e il suo avvocato ricevono costantemente molteplici segnalazioni anonime, quasi tutte provenienti da mitomani o disturbati mentali. A questo contatto però, ritengono di dare credito. Perché? Perché l’anonimo tira in ballo Londra. Proprio la capitale dell’Inghilterra, infatti, torna più volte nella storia mediatica di Emanuela. Per chi non fosse addentro alla sterminata narrativa del caso Orlandi, proviamo a fare un breve sunto sulla “pista londinese”.

Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

Pietro Orlandi, il fratello di Emanuela.

La “proto” pista londinese

La suggestione albionica comincia il 16 giugno 2012, quando tal Luigi Gastrini chiama in diretta alla trasmissione “Metropolis” su Roma Uno Tv, millantando di aver partecipato al sequestro della ragazza. Durante la tramissione, presenti in studio Pietro e il giornalista Fabrizio Peronaci, Gastrini dirà che “Emanuela è viva e tenuta segregata in un manicomio al centro di Londra”.

Il falso 007, che afferma di avere un nome in codice, “Lupo”, sosterrà che il motivo della scomparsa sarebbe stato da cercare in un non meglio specificato giro di soldi che avrebbe coinvolto il padre della ragazza: Ercole Orlandi era un messo Pontificio che gestiva la posta e gli inviti alle udienze papali.

Pietro Orlandi, in seguito a questa telefonata, si recherà a Londra con una troupe di Chi l’ha Visto? senza ottenere nessuna informazione e il sedicente 007 Gastrini verrà condannato nel 2013 a otto mesi di reclusione per simulazione di reato.

Ercole Orlandi, il padre di Emanuela,

5 fogli misteriosi

Nel 2017 la pista di Londra ritorna più fragorosamente con i famosi “cinque fogli di Fittipaldi”. La questione è complessa, proviamo a sintetizzarla velocemente. Nel libro “Gli impostori”, il direttore del quotidiano Domani Emiliano Fittipaldi pubblica uno scoop esclusivo: cinque fogli che proverrebbero da un furto in una cassaforte della Prefettura degli affari economici della Santa Sede, al cui interno sono indicate delle presunte spese per il mantenimento in vita di Emanuela. Il documento non ha firme, non è protocollato e mancherebbero 197 allegati.

Questo resoconto, inviato dal Cardinale Lorenzo Antonetti alla Segreteria di Stato Vaticana, è un riassunto delle voci di spesa che riguarderebbero il trasferimento di Emanuela a Londra, vari pagamenti di rette e di spese ginecologiche, indirizzi di ostelli femminili nel quartiere di Clapham, e una sinistra chiosa conclusiva per il “trasferimento presso Città del Vaticano con relativo disbrigo pratiche finali” per 21 milioni di lire, avvenuta nel luglio 1997.

Se fosse vero, sarebbe sconvolgente. Fittipaldi sostiene che il documento, che ha diversi errori grossolani, sia apocrifo. Ma allora, come c’è arrivato dalla presunta cassaforte vaticana alle mani del giornalista? Il primo a sentir parlare di questi fogli probabilmente non è Fittipaldi, ma Pietro Orlandi. Da chi? Da Francesca Immacolata Chaoqui.

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Il resoconto delle spese per il trasferimento di Emanuela Orlandi scoperto da Fittipaldi.

Fuga di notizie dalle segrete stanze

Nel febbraio 2017 Pietro Orlandi legge un’intervista della P.R. di San Sosti dove si fa riferimento a documenti segreti presenti in Vaticano sul caso Orlandi. La rampante lobbista appena un anno prima era stata condannata a 10 mesi dal Tribunale Vaticano per concorso in divulgazione di documenti con Vallejo Balda, segretario della Prefettura degli affari economici.

“La Papessa”, come viene chiamata su alcuni giornali, viene quindi contattata da Pietro e i due si vedono in un caffè a Via del Corso. Durante la chiacchierata, la Chaoqui accenna a Pietro dei cinque fogli, ma la dinamica del ritrovamento è abbastanza particolare. Qualcuno, dopo aver scassinato la cassaforte della Prefettura con una fiamma ossidrica, avrebbe rubato dei documenti riservati, per poi assurdamente rimandarli al mittente nei giorni seguenti, sotto forma anonima.  All’interno di questi documenti, rubati e poi rispediti (?), sempre secondo la Chaoqui, ci sarebbero questi cinque fogli. Pietro chiede di poterli vedere, la lobbista nega di averli, ma secondo lui lei sta mentendo. Quest’ultimo, raccontando il fatto alla Commissione Bicamerale, dirà che lei invece, “li aveva sicuramente”. Dopo la chiacchierata tra Pietro e la Chaoqui, Fittipaldi entrerà in possesso dei cinque fogli e li pubblicherà nel suo libro “Gli impostori”.

All’indomani dello scoop, i fogli vengono immediatamente bollati come “patacche”, ma Pietro non demorde. Va avanti e comincia a indagare su questo fantomatico convitto londinese dove sarebbe stata trasferita Emanuela. Parla con delle ragazze che lo hanno frequentato e scopre che vicino alla sede centrale, gestita dai Padri Scalabriani, c’è un altro distaccamento di appartamenti singoli per ragazze che “vogliono stare sole”. Emanuela è stata lì?

Il sedicente NAR tra gli abissi del Darkweb

Nel novembre 2022, come già anticipato, Pietro viene contattato via mail da un supposto ex criminale, che racconta di sapere molte cose sulla sorte di Emanuela. Sa ad esempio che la ragazza è stata portata a Londra. Tramite l’anonimato garantito da mail criptate e dalla rete Tor (un sistema di navigazione del DarkWeb per la privacy più estrema), l’ex criminale, che nell’inchiesta di Ambrosini diventa “Antonio il postino”, vuota il sacco con Pietro. Racconta inizialmente di essere stato vicino ai NAR, e di aver lavorato per anni a Londra nel campo dei trasporti.

“Antonio il postino” rivela anche di aver avuto rapporti soprattutto con Cristiano Fioravanti e ammette anche di non essere stato un pezzo grosso del gruppo spontaneista, quanto un più umile “terzo livello”, dedito principalmente alla creazione di ordigni esplosivi. L’ex criminale dice di aver conosciuto alla fine degli anni ‘70 addirittura il vicario del Papa, il cardinale Ugo Poletti, che nella storia di Emanuela ha avuto una fama postuma per aver autorizzato la discussa (in seguito) sepoltura di Enrico De Pedis a S.Apollinare nel 1990.

Pare inoltre, e questa è la vera bomba, che nel gennaio 1983 avesse ricevuto l’incarico (da chi, non è dato saperlo) di portare adolescenti stordite da un punto ad un altro con la sua macchina, per consegnarle ad altre persone (anche qui non è dato saperlo).

Dopo essersi pentito per le sue azioni criminose, “il postino” comincia a inviare via Telegram dei documenti riservatissimi, carteggi tra il Vaticano e l’Inghilterra su questioni riguardanti Emanuela Orlandi. Documenti che si ricollegherebbero proprio alla vicenda dei cinque fogli.

Rivelazioni a puntate

Il primo scoop è una lettera del 1993, scritta dall’Arcivescovo di Canterbury George Carey al Cardinal Poletti, dove si cerca di organizzare un incontro per parlare della situazione della ragazza scomparsa, e si fa riferimento nuovamente a Clapham Road. La domanda sorge sponteanea, come diceva Lubrano: ma non è che questo fantomatico Nar vuole legittimare la vicenda dei cinque fogli, mandando documenti falsi in giro?

Il dubbio diventa lecito: la lettera infatti è falsa, l’inglese non è palesemente frutto di un madrelingua e certamente non può essere l’Arcivescovo di Canterbury ad averla redatta.
Ma il postino, che su Telegram scrive e poi cancella tutto, ha altri assi nella manica: un’altra lettera dell’11 luglio ’93 scritta dal vicario Poletti all’ex Segretario di Stato britannico Frank Cooper, in cui diplomaticamente si fa accenno ad un presunto aborto di Emanuela. Peccato che Poletti non fosse più vicario di Roma da ormai due anni e che Cooper fosse già in pensione all’epoca.

Il pezzo forte prodotto dal postino però è la terza prova: una foto in bianco nero della collanina giallorossa portata da Emanuela al collo. La foto è piuttosto annerita, e sembra provenire dalla fotocopia di un fax. Dopo aver sganciato la bomba finale, il postino comincia ad avere paura, diventa sempre più capriccioso e sfuggente, fino a scomparire definitivamente nel luglio 2023, dopo circa 9 mesi di contatti con Pietro.  A detta del fratello di Emanuela, il postino cancellerà tutte le sue tracce, i social, le chat Telegram, tutto quello che lo riguarda, lasciandoci il dubbio: era davvero coinvolto nella scomparsa di Emanuela? E chi era veramente “Antonio il postino”?

Sulle tracce di Antonio il Postino

Pietro Orlandi, nelle sue ospitate in televisioni, radio e podcast, ha disseminato degli indizi sull’identità di questo “postino”, che forse ci hanno permesso di rintracciarlo. Gli indizi su cui ci siamo basati sono i seguenti:

–  Il suo nome è presente nell’ordinanza del giudice Otello Lupacchini sulla Banda della Magliana
–  Era giovane all’epoca dei  fatti
–  Ha compiuto reati con Cristiano Fioravanti
–  Si occupava solo di ordigni esplosivi
– Il suo nome è legato ad un negozio presente nell’ordinanza

Con questi elementi a disposizione la ricerca non è impossibile: notiamo infatti che l’unico imputato con Cristiano Fioravanti proprio per una questione di esplosivi è tale V. Bag. La cosa che stona è che che V. Bag è nato nel 1963, quindi all’epoca del reato avrebbe avuto 15 anni, impossibile per chi, come specifica Fioravanti in un’udienza, aveva una licenza di armi. Nonostante questo lo cerchiamo sui social, lo troviamo e – molto cordialmente – ci risponde che è stato tirato dentro nell’ordinanza per uno scambio di persona. Infatti chi aveva effettivamente compiuto il reato con Fioravanti non era lui, ma il suo quasi omonimo V. Bai, nato nel 1956 (nell’ordinanza c’è scritto 1946, ma è probabilmente un errore di battitura).

Tale V.Bai, nato a Roma, nel 1956, è accusato, con Cristiano Fioravanti, Stefano Tiraboschi e Massimo Sparti, di aver fabbricato illegalmente un ordigno composto di “polvere nera” e di averlo fatto esplodere in un impianto di carburante di proprietà di Antonio Fiorucci la notte del 27 ottobre 1978.  Il Bai., in sostanza, smanettava con gli esplosivi, aveva un’officina e si divertiva a ripulire le armi. Tutto sembra riportare all’identikit del misterioso postino.
Andiamo a verificare se c’è di mezzo anche un negozio: si, c’è.

Tra i vari negozi presenti nell’ordinanza di Lupacchini (perlopiù pelliccerie e oreficerie di appartenenti alla vecchia criminalità romana), ce n’è solo uno che sembra fare al caso nostro. In un interrogatorio dell’8 agosto 1990, su fatti che riguardano fine anni ’70, Paolo Aleandri (conosciuto per essere il custode delle armi della Banda della Magliana rivenute nel Ministero della Sanità) dichiara, in merito alla volontà di attuare un sequestro di persona: “L’unico apporto che fummo in grado di fornire all’organizzazione (…) furono alcune indicazioni relative alle abitudini di vita del costruttore Spartaco Sparago. A dire il vero si trattò di un apporto marginale, in quanto le relative notizie le avevamo apprese da tal V. (proprio come il nostro sospetto “postino” n.d.r.), probabilmente appartenente ai Nar, che gestiva un negozio di scarpe in via IV novembre, traversa di via Barberini, in prossimità degli uffici del suddetto costruttore, il cui sequestro era stato comunque preso in considerazione e già scartato dai referenti”.

Ma anche qui c’è un’anomalia, via IV novembre non è nei pressi di via Barberini. Andando più a fondo però scopriamo che in realtà, gli uffici del famoso costruttore Sparago, non erano a via IV novembre, ma a via XX Settembre, questa strada si, a pochi metri da via Barberini.

attraverso l’ascolto delle udienze presenti nel sito www.radioradicale.it dedicate alla Banda della Magliana relative al 1996, capiamo che V. Bai, il nostro uomo, guarda caso aveva (e la sua famiglia ha ancora), un negozio proprio a via XX Settembre. Bingo: il postino potrebbe davvero essere lui.

Non un uomo in fuga

La stranezza molto evidente, però, è che questo presunto carceriere di Emanuela non ha assolutamente cancellato gli account sui social come sostenuto da Pietro Orlandi. Ne è dimostrazione la facilità con cui, incrociando i dati, siamo arrivati a lui.

Nonostante i quasi 70 anni, portati benissimo, il suo profilo campeggia su varie piattaforme e online è possibile trovare tutti i suoi dati, addirittura il codice fiscale. Proprio da lì veniamo a sapere che il supposto “postino” vive su un’isola, è del ‘56, si occupa di meccanica e, a quanto pare, non è mai stato a Londra. Lo contattiamo e, dopo qualche ritrosia, ci dice di non essere mai stato in Inghilterra e di non parlare inglese. Prendendo per buone queste informazioni, sorge un dubbio: è possibile che qualcuno, ben consapevole dell’equivoco prodotto da una quasi omonimia dell’ordinanza del giudice Lupacchini, si sia spacciato per V. Bai. Con Pietro Orlandi?

Pista londinese: finissima operazione di depistaggio?

Certo, se così fosse ci troveremmo di fronte a un’operazione finissima di depistaggio. Non certo uno scherzo nato dall’improvvisazione, ma una cosa studiata nei minimi dettagli per creare ancora più confusione.

Ma di domande da fare ce ne sono altre: al netto di un possibile, ulteriore depistaggio, come ha fatto Pietro Orlandi a non trovare traccia sui social di questa persona, visto che online è reperibile in pochi secondi addirittura il suo numero di telefono? Dobbiamo forse pensare di aver preso noi un granchio e che tutti gli indizi disseminati rimandino a un’altra persona. Ma ci abbiamo lavorato minuziosamente e no, siamo sicuri di aver interpretato questi indizi nella maniera corretta, andando nell’unica direzione possibile. E quindi, se noi abbiamo fatto bene il nostro lavoro, possibile che ad oggi nessun altro sia giunto alle stesse nostre conclusioni? No, non è possibile. Dobbiamo allora credere che qualcuno stia indagando in questa direzione sotto traccia per arrivare alla vera identità del presunto ex Nar.

Chi si è messo in contatto con Pietro Orlandi spacciandosi per V. Bai. Lo ha forse fatto per legittimare ulteriormente la pista londinese? Nessuno, almeno che noi sappiamo, si è preso la briga di fare le verifiche che noi abbiamo fatto in pochi minuti. Ma siccome non ci riteniamo dei fuoriclasse del giornalismo d’inchiesta, torniamo alla conclusione, come sopra, che qualcuno stia lavorando in questa direzione.

Quello che sappiamo – ma siamo pronti a ricrederci – è che c’è il concreto rischio non solo di trovarsi davanti ad una bufala, ma anche agli ennesimi sciacalli pronti a spolpare la memoria di una ragazza sfortunata, scomparsa a soli 15 anni il 22 giugno del 1983.

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  • Pietro Di Dionisio, giornalista per Aise - Agenzia Internazionale Stampa Estero. Autore, chitarrista, appassionato di storia dell'arte, cronaca nera e anni di piombo.

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