Minacce, telefonate anonime, auto sotto casa: le accusatrici di Epstein pagano un secondo prezzo dopo l’abuso. Dietro l’odio digitale si sovrappongono tre livelli con solidità diversa: una rete di bot già documentata sul dossier, una narrativa di delegittimazione che arriva dall’alto e una pista su un gruppo organizzato, ancora da verificare…

Le vittime degli abusi di Jeffrey Epstein presso il Rayburn House Office Building a Capitol Hill, venerdì 29 maggio 2026, a Washington.
C’è una responsabilità che precede ogni riga di questo approfondimento, ed è bene dichiararla prima di entrare nel merito. Chi indaga su come si costruisce l’odio digitale contro le vittime di un reato ha un dovere duplice, e i due doveri non sempre vanno d’accordo: raccontare la verità nella sua interezza e non aggiungere un solo grammo di danno a persone che un danno lo hanno già subito due volte, prima per mano di un abusatore, poi per mano di una macchina pubblica e digitale che non ha saputo proteggerle.
Quando Marina Lacerda ha raccontato pubblicamente di essere stata abusata da Jeffrey Epstein a 14 anni, le prime minacce sono arrivate nel giro di ore. Oggi racconta di dormire con una pistola sul comodino. Il suo caso, insieme a quello di altre 22 donne, è stato documentato in una lunga inchiesta di Reuters firmata da Mike Spector e Linda So, pubblicata il 9 giugno 2026: la ricostruzione più completa finora realizzata sulla portata delle molestie subite dalle accusatrici di Epstein dopo la pubblicazione, tra dicembre 2025 e maggio 2026, dei fascicoli investigativi del Dipartimento di Giustizia americano.
Prima per mano di un abusatore, poi per mano di una macchina pubblica e digitale che non ha saputo proteggerle.
Ma dietro gli insulti, le telefonate anonime, le auto che stazionano fuori casa, c’è una domanda che l’inchiesta originale non affronta direttamente: chi c’è, davvero, dietro queste ondate di odio? Si tratta di persone comuni indignate, spinte da una narrativa tossica diffusa dall’alto o reti automatizzate progettate per amplificare artificialmente un sentimento? O anche un’operazione più strutturata, con una regia riconoscibile?
Le tre ipotesi non si escludono a vicenda. Potrebbe trattarsi di una sovrapposizione. Ricostruendo il materiale disponibile, inchieste di altre testate, ricerche indipendenti di analisti del disinformation studies e una singola fonte che merita di essere trattata con cautela, emerge un quadro a strati, ciascuno con un livello diverso di solidità probatoria.
Primo strato: un esercito di bot già al lavoro sul dossier Epstein
Che il dossier Epstein sia un terreno già battuto da operazioni automatizzate non è un’ipotesi. La NBC News lo ha documentato nell’estate del 2025. La società di analisi Alethea e il Media Forensics Hub dell’Università di Clemson, diretto da Darren Linvill, hanno identificato una rete di oltre 400 account su X (l’ex Twitter) creati in ondate coordinate nel 2024, la cui funzione era generare risposte automatiche di elogio verso figure dell’amministrazione Trump, in particolare il segretario alla Salute Robert F. Kennedy Jr. e la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt. Fino a qui nulla che non abbiamo già visto in altre strategie del consenso.
Nessun essere umano coerente cambierebbe posizione due volte in sessanta secondi.
La rete però, è stata paradossalmente scoperta per un errore di sistema: quando il movimento MAGA si è spaccato sulla gestione dei documenti Epstein tra chi chiedeva piena trasparenza e chi seguiva la linea della Casa Bianca che liquidava il caso come “un caso chiuso”. A questo punto gli account bot hanno iniziato a pubblicare messaggi contraddittori a distanza di un minuto l’uno dall’altro. Rolling Stone, citando la stessa ricerca di Alethea, ha definito l’episodio la prova provata della natura “sintetica” della rete: nessun essere umano coerente cambierebbe posizione due volte in sessanta secondi.
Trattandosi di un tema così delicato e scivoloso è importante essere precisi su cosa questo dimostra e cosa non è possibile dimostrare. La rete non risulta, dalle fonti disponibili, aver preso di mira direttamente le accusatrici con minacce o insulti: la sua funzione tracciata è la gestione di narrative pro-amministrazione, non l’harassment mirato. La sua scoperta è un fatto rilevante per l’inchiesta. Definiscono una l’infrastruttura, il know-how e la volontà di manipolare artificialmente la conversazione pubblica sul caso Epstein. Che un’infrastruttura analoga, o la stessa, riconfigurata possa essere stata impiegata anche per colpire le vittime resta, allo stato, un’ipotesi da verificare.
Secondo strato: la narrativa che arriva dall’alto
Se l’esistenza di bot organizzati contro le vittime resta da provare, molto più solida è la documentazione di un secondo fenomeno: la normalizzazione pubblica del victim-blaming da parte di figure con grandi piattaforme mediatiche. Il 10 giugno 2026, il conduttore di Newsmax Greg Kelly ha detto in diretta, riferendosi alle accusatrici di Epstein, che “alcune di queste donne sono delle approfittatrici” (nell’originale, “grifters”), lasciando intendere un movente economico dietro le loro testimonianze. La trascrizione è stata raccolta e verificata da Media Matters for America, organizzazione di monitoraggio dei media americani. Sono esternazioni che vanno trascritte in un’agenda narrativa che prese singolarmente non dipingono un quadro complessivo.
Basta che una figura con un ampio pubblico renda socialmente accettabile una narrativa ostile perché migliaia di persone, senza alcun accordo tra loro, comincino a ripetere quasi le stesse frasi.
Nello stesso periodo, secondo una ricostruzione ripresa da diverse testate, il presidente Trump avrebbe privatamente ipotizzato che alcune accusatrici fossero “chiaramente di affiliazione politica Democratica” e coordinate con studi legali o gruppi progressisti vicini a quell’area politica. Una ricostruzione che un portavoce della Casa Bianca ha respinto come falsa. Axios, in un pezzo del novembre 2025, aveva già documentato come diversi ambienti vicini a Trump, dal capo dell’ufficio di Washington (Washington Bureau Chief) di Breitbart news alla portavoce Karoline Leavitt, usassero il termine “hoax” (bufala) per descrivere l’intero caso Epstein.
Questo secondo strato non richiede alcun coordinamento tecnico per produrre danno. È un meccanismo sociologico ben noto e studiato in casi analoghi, dal caso Gamergate alle audizioni di Christine Blasey Ford, in cui basta che una figura con un ampio pubblico renda socialmente accettabile una narrativa ostile perché migliaia di persone, senza alcun accordo tra loro, comincino a ripetere quasi le stesse frasi. È esattamente ciò che l’inchiesta Reuters registra tra i commenti ricevuti dalle vittime: accuse di essere bugiarde, prostitute, “spie straniere”, espressioni che ricorrono con una uniformità sospetta pur non avendo, semplicemente, bisogno di un regista comune per diffondersi.
Terzo strato: una pista ancora da verificare
C’è un terzo filone, più diretto nelle sue affermazioni ma anche il meno solido sul piano delle fonti, che merita di essere raccontato con la massima cautela, non perché privo di interesse, ma perché non ha, allo stato, il livello di conferma indipendente che il giornalismo richiede prima di trattare un’accusa come fatto.
Una newsletter indipendente, Last Page First, pubblicata sulla piattaforma Substack, ha diffuso un’inchiesta intitolata “The Unfinished Sentence”, che sostiene l’esistenza di una rete organizzata di harassment e disinformazione contro le sopravvissute di Epstein. Il testo cita un episodio televisivo (l’interruzione del microfono della socialite Victoria Hervey da parte del conduttore Piers Morgan, mentre parlava di un’accusatrice) e una email attribuita a un whistleblower federale, indirizzata all’avvocato di Virginia Giuffre, che collegherebbe la stessa Hervey a un uomo con precedenti penali usato, secondo l’accusa, per attività di harassment sistematico contro una vittima.
Questa non è, al momento, una notizia verificabile attraverso atti giudiziari e documenti di polizia incrociati. Si tratta di una singola fonte indipendente. Per questo motivo sono circostante che vanno sottoposte a ulteriore verifica e incrocio con altre fonti disponibili. Resta comunque un elemento che l’inchiesta futura non può ignorare, perché è l’unica fonte, tra quelle raccolte, che descrive esplicitamente l’esistenza di un gruppo organizzato con un bersaglio dichiarato tra le accusatrici di Epstein.
Il quadro complessivo: tre fenomeni distinti che si sommano
Mettendo insieme i tre livelli, il quadro che emerge non è quello di un’unica cospirazione con una regia identificabile, ma di tre fenomeni distinti, di forza probatoria diversa, che producono lo stesso effetto cumulativo sulle vittime:
- Una infrastruttura tecnica automatizzata, già attiva e documentata sul dossier Epstein da ricercatori indipendenti (Alethea, Clemson), che dimostra come il terreno tecnico per operazioni coordinate su questo tema sia pronto all’uso. Questo, pur senza, allo stato, prove che sia stata puntata direttamente contro le vittime.
- Una narrativa pubblica di delegittimazione, alimentata da figure mediatiche e politiche di primo piano (Newsmax, ambienti vicini alla Casa Bianca), che non richiede alcuna organizzazione segreta per trasformarsi in migliaia di messaggi ostili spontanei, semplicemente rendendo quel linguaggio socialmente accettabile.
- Una allegazione specifica di rete organizzata, proveniente da un’unica fonte indipendente non ancora confermata, che punta a un legame diretto tra persone nominate e un’attività di harassment sistematico.
È la combinazione di questi tre livelli, più che uno solo di essi, a spiegare perché, su quattro denunce presentate dalle vittime alla polizia nessuna abbia portato a un procedimento penale: quando l’odio arriva da fonti così eterogenee, disperse e in parte automatizzate, individuare un singolo responsabile penalmente perseguibile diventa quasi impossibile, anche a prescindere dal fatto che, in fondo a quella catena, ci sia mai stato davvero un “regista” unico o soltanto l’effetto convergente di una cultura digitale che rende l’anonimato, umano o automatizzato che sia, sempre più facile da ottenere e sempre più difficile da smontare.




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