Succede spesso che, al fianco di un caso di cronaca nera particolarmente inquietante ed efferato, venga affiancata la pista dell’occulto. Ma quante volte si tratta di una pista reale e quante altre, invece, di pura suggestione? Difficile dirlo. Proviamo a capirlo attraverso i casi di Fabio Rapalli e Jois Pedone e l’intricata vicenda del Mostro di Firenze…

Immagine di repertorio.
Quando si parla di cronaca nera c’è una particolare categoria di casi che attira particolarmente l’attenzione: quelli in cui l’ombra dell’esoterismo e dell’occulto sembra aleggiare come una maledizione. Storie di rituali misteriosi, simboli arcani e presunti legami con pratiche oscure incuriosiscono e creano un’aura di inquietudine che alimenta l’enigma. Ma davanti a certe vicende la soluzione è davvero da ricercare in questo ambito oppure, dietro il velo di superstizione e mistero, possono nascondersi realtà più sfumate e complesse? Accompagnati da questa domanda, abbiamo deciso di prendere in esame alcuni di questi singolari episodi. Attraverso una lente analitica cercheremo di distinguere i fatti dalle suggestioni, per scoprire quale può essere stata la matrice di tali drammatici eventi.
Fabio, un ragazzo semplice
1996: Lo sfondo è quello di Montù Beccaria, un comune di poche anime in provincia di Pavia. Qui vive insieme alla famiglia Fabio Rapalli, 31 anni, uomo introverso e di buona indole. La sua quotidianità è fatta di poche e semplici cose: il lavoro nell’impresa edile familiare, la moto Aprilia 125, i giri al mercato di Castel San Giovanni nel tempo libero. Sebbene l’età anagrafica sia quella di un adulto, il suo comportamento e le sue interazioni spesso richiamano l’innocenza e la spontaneità di un bambino. Un approccio genuino e smaliziato verso il mondo che lo circonda.

Fabio Rapalli.
Quei viaggi anomali
16 Maggio. È mattina quando Fabio esce di casa, prende la moto e parte. I familiari non lo vedono per tutto il giorno, si preoccupano ma alla fine, quando cala la sera, il trentunenne fa ritorno alla sua abitazione. È visibilmente sconvolto e quando i genitori gli chiedono dove sia stato lui risponde di aver fatto un giro lungo centinaia di chilometri a bordo della sua Aprilia e di aver percorso l’autostrada. Un racconto poco probabile dato che il suo mezzo non avrebbe potuto passare i controlli al casello perché di cilindrata troppo piccola. Una circostanza strana che assumerà una sembianza ancora più misteriosa con gli eventi dei giorni successivi.
Passano infatti tre giorni quando, nella mattina del 19 Maggio, Fabio riparte da casa con la sua 125. Stavolta l’allontanamento si fa ancora più serio, perché nessuno avrà più notizie di lui nei giorni e nelle settimane successive. Si dovranno attendere quasi quattro mesi per scoprire una verità che getterà un enorme senso di sconforto.
Una scena terrificante
7 Settembre. Pontremoli, provincia di Massa-Carrara. Ai Carabinieri della zona giunge una notizia inquietante: nel Bosco della Cisa alcuni cacciatori hanno trovato il cadavere di un uomo. Gli agenti arrivano sul posto, sotto un albero c’è la presenza di un corpo mummificato. La testa è staccata dal tronco e al di sopra di questi resti è posizionata una corda con un nodo scorsoio. A circa 50 centimetri di distanza viene rinvenuta la presenza di una candela, due accendini e un coltello dalla lama dentata infilzato nel terreno. Sul luogo sarà individuato anche un porta-patente che permetterà di individuare l’identità del corpo senza vita: si tratta di Fabio Rapalli. A 160 km dalla sua abitazione, uno scenario che fa pensare a un impiccagione. Le indagini si mettono ovviamente in moto.
Sacrificio al demonio?
Si apre un’inchiesta per istigazione al suicidio e omicidio. Alcuni elementi ritrovati nel bosco come la candela, gli accendini e il coltello aprono l’ipotesi di un rituale satanico. Dalle indagini emerge anche che Fabio, pochi giorni prima della scomparsa, avrebbe chiesto al parroco del suo paese natale se il diavolo esisteva realmente. Un’ombra inquietante trova sempre più spazio all’interno della vicenda quando si aggiunge la profanazione della sua lapide, su cui viene disegnato un forcone con la scritta “siamo noi”. Il segnale di qualcosa di oscuro oppure un dileggio di pessimo gusto da parte di un mitomane? I mesi passano ma non vengono trovate prove del coinvolgimento di terzi nella morte di Fabio, motivo per cui l’inchiesta sarà archiviata. Nel corso degli anni l’indagine è stata riaperta due volte, ma senza esiti.

Carlo Rapalli tiene in mano la foto del figlio Fabio.
L’ombra esoterica ha sempre accompagnato il caso, si è spesso paventata l’ipotesi che il trentunenne potesse essere morto a seguito di un rito d’iniziazione o che magari avesse assistito a qualcosa che non doveva vedere, venendo così attirato in trappola dagli appartenenti di qualche gruppo satanista. Potrebbe esserci qualcosa di tangibile in questo senso o la suggestione ha giocato un ruolo fondamentale? Non è mai stata trovata traccia della presenza di adepti dell’occulto nel Bosco della Cisa, in più viene da chiedersi come un ragazzo semplice e di buon cuore come Fabio fosse potuto entrare in contatto con questi ambienti.
Una tesi alternativa
Sicuramente la scena del ritrovamento ha fornito indizi ambivalenti. La presenza di una candela, accendini e un coltello vicino al corpo ha subito attirato l’attenzione. Questi oggetti, comuni in vari contesti, sono stati immediatamente interpretati come simboli di pratiche occulte. Ma si può davvero trarre una conclusione da questi elementi? Stiamo parlando di un bosco, un luogo dove, purtroppo, spesso viene buttato di tutto. Il dramma non necessariamente deve intrecciarsi con il crimine. Un uomo candido e genuino come lui può anche essersi sentito sopraffatto dalle circostanze e dalle pressioni della vita, e questo potrebbe averlo spinto a pensieri cupi.
Non escludiamo quindi che potrebbe esserci stata una lotta interiore, una crisi che lo ha portato a prendere una decisione tragica in un momento di vulnerabilità. Ci chiediamo se durante quel viaggio compiuto tre giorni prima della scomparsa Fabio non avesse già tentato di compiere un atto estremo o quantomeno fosse partito con questa intenzione per poi cambiare idea e tornare a casa. Questo caso merita una riflessione attenta e approfondita. Magari la verità potrebbe nascondersi proprio nelle pieghe di una storia troppo importante per essere ridotta a etichette sensazionalistiche.
Jois, il ragazzo che guardava la luna
Vasto, provincia di Chieti. È la notte di Sabato 20 Agosto 2022, in mezzo al buio c’è un ragazzo che sta guardando la luna mentre fuma una sigaretta dal balcone di casa sua. Si chiama Jois Pedone, 19 anni, capelli lunghi con treccine e un ampio sorriso. Studia economia all’università di Parma e in estate ha fatto ritorno a Vasto, sua città natale, per stare insieme alla famiglia. Nel mentre lavora come cameriere in un locale della zona.

Jois Pedone.
Jois è rientrato a casa a mezzanotte dal suo turno al ristorante, dopo essersi rilassato un’oretta riferisce alla madre che sarebbe uscito di nuovo perché doveva vedersi con due amici. Prima di andarsene le dice “guarda che luna gialla”.
Scomparso nel nulla
La notte ha ormai raggiunto le ore più profonde e Jois non è ancora rientrato a casa. L’allarme crescerà sempre di più quando anche nel giorno successivo non si avranno notizie di lui. Nel frattempo si scopre che il ragazzo, nel pomeriggio del 20 Agosto, aveva prenotato un taxi per le 1:30 di notte, poi spostato alle 1:10. Il tassista che gli diede il passaggio viene ascoltato e racconta che il diciannovenne si era fatto accompagnare fino al porto di Punta Penna, lì era sceso dal mezzo e si era diretto verso la spiaggia. Le ricerche si concentrano quindi su quell’area e non passerà molto prima di arrivare a scoprire tutta la tragicità dell’accaduto.
Un macabro ritrovamento
È la mattina del 22 Agosto quando i militari della Guardia Costiera rinvengono il corpo del giovane. Viene ritrovato immerso in acqua a testa in giù, un borsone pieno di sabbia legato con una corda alla caviglia. Sul collo uno strano segno a forma di zeta che farà molto discutere.

Il segno a forma di “Z” sul collo di Jois Pedone.
L’autopsia stabilisce che la causa della morte è annegamento. La scena e le modalità richiamano quelle di un suicidio, ma davvero Jois può aver compiuto un gesto così estremo? E per quale motivo?
I figli della luna e la sacerdotessa
Emerge che il ragazzo ultimamente aveva sviluppato una passione per il mondo dell’esoterismo e della spiritualità e faceva parte di una serie di gruppi Telegram dedicati al tema, tra cui uno chiamato “I figli della luna”. Si era anche lasciato andare a una confidenza con uno dei membri di questo gruppo, raccontando che tempo prima avrebbe fatto con la sua ex fidanzata uno strano rituale eseguito con un pentacolo e un cerchio di sale, al termine del quale si sarebbero bucati le dita e avrebbero bevuto l’uno il sangue dell’altro. Esce fuori anche la figura di un utente Telegram che si fa chiamare “La sacerdotessa” e che, secondo alcune voci, avrebbe avuto un particolare ascendente sul giovane. Si fa sempre più strada l’ipotesi di una sorta di rituale di affiliazione a qualche setta che avrebbe spinto Jois a compiere un atto fatale per se stesso. Quella zeta sul collo poteva essere il marchio di qualche pratica occulta? Le indagini seguiranno anche questa linea ma alla fine la morte verrà archiviata come suicidio. Un’archiviazione su cui permane un alone di scetticismo e che alcuni media hanno messo spesso in dubbio. Ma su cosa si basa questa conclusione delle indagini? Quali sono gli elementi che hanno spostato l’ago della bilancia in tale direzione?
Pensieri ombrosi?
Tramite l’analisi dei suoi dispositivi elettronici emerge che Jois aveva comprato su internet una corda compatibile con quella che gli era stata trovata legata alla caviglia e alla borsa piena di sabbia, oltre a questo aveva cercato dei video su Youtube dove veniva mostrato come eseguire nodi resistenti.
In un audio che manda al padre nell’estate del 2022 espone alcuni suoi pensieri “ Io ho sempre avuto un’avversione per quello che è la vita in sé, cioè sono nato in una condizione normale però non ero contento di come ero esteticamente di quello che vivevo e cose del genere… volevo divertimento, volevo ragazze, volevo una vita piena di emozione” “Io ho sempre pensato che non ha un cazzo di senso la vita se non possiamo vivere ciò che vogliamo, sarebbe veramente insensato che la vita fosse stata creata solo per vivere una cosa insoddisfacente. Ho sempre pensato che noi abbiamo il diritto di vivere quello che vogliamo, anche perché se non stiamo vivendo quello che vogliamo non ha senso continuare a vivere.”
Tra gli appunti rinvenuti nella sua abitazione affiora la cosiddetta “legge del 5×55” ovvero scrivere un desiderio 55 volte per 5 giorni consecutivi così da attrarlo verso di sé. In mezzo ai fogli compare come un mantra per 55 volte la parola “morte”.
In assenza di prove concrete riguardo al coinvolgimento di terzi e di sette occulte, diventa opportuno focalizzarsi sull’individuo. Per un ragazzo intelligente e introspettivo come lui forse non era poi così anomalo appassionarsi ad argomenti esoterici come forma di curiosità personale. La sua predisposizione a interrogarsi sul senso della vita e sulla propria esistenza potrebbe averlo portato a vivere momenti di vulnerabilità. Un suicidio non è mai un gesto semplice, e spesso si nasconde dietro una facciata di apparente serenità. Il segno a forma di zeta presente sul collo al momento del ritrovamento potrebbe essere spiegato attraverso i fenomeni cadaverici. Quando un corpo resta immerso in acqua per un periodo prolungato, è possibile che si formino marchi sulla pelle a causa del ristagno di sangue.
In conclusione, non pretendiamo di avere le risposte ma teniamo presente l’ipotesi che dietro la morte di Jois ci possa essere stato un dramma esistenziale che ha preso il sopravvento. Un grido silenzioso interrotto dal gelo delle acque, in quell’oscurità profonda che ha risucchiato i suoi ultimi istanti di vita.
L’ombra dell’esoterismo dietro i delitti del Mostro
I delitti del Mostro di Firenze, una scia di morte che per 17 anni ha terrorizzato le campagne fiorentine. Uno dei casi di cronaca nera più conosciuti nel nostro paese e su cui restano ancora tanti dubbi. Molte le piste seguite negli anni, dal serial killer unico al gruppo di depravati, passando per l’ipotesi Zodiac e quella della strategia della tensione. In mezzo a tutto ciò c’è una tesi che si ripresenta spesso quando si parla di questa vicenda e che è stata anche oggetto di procedimenti giudiziari: l’ipotesi che dietro a questi atti esecrabili si nascondesse una setta di personaggi potenti, i cosiddetti mandanti, che avrebbero ordinato l’uccisione delle vittime. Come nasce questa storia? Perché si è pensato a uno scenario di questo tipo e soprattutto esistono riscontri oggettivi?

Un manifesto che raffigura l’identikit del sospettato ritenuto essere “Zodiac” (ndr l’assassino dello Zodiaco), realizzato dopo l’omicidio di Paul Stine a San Francisco.
Il dottore e il mago
La pista prende corpo durante il processo ai “Compagni di Merende” quando l’imputato Giancarlo Lotti dichiara che le parti anatomiche femminili asportate dopo i delitti sarebbero poi state vendute a un non meglio identificato “dottore”. Gli inquirenti presero in considerazione l’idea che dietro alla serie di omicidi si nascondessero delle menti più raffinate e che queste avessero affidato la commissione delle uccisioni a Pacciani, Lotti e Vanni, procurandosi in questo modo i pezzi anatomici che gli sarebbero serviti per degli ignoti rituali satanici. Voci sulla frequentazione degli imputati con un tale Salvatore Indovino, cartomante di origini siciliane, di rituali e orge che sarebbero stati compiuti all’interno della sua abitazione. Alla fine, almeno fino ad oggi, non sono mai state trovate prove di tutto ciò.

Giancarlo Lotti.
Il medico di Perugia
L’ipotesi dei mandanti tornò poi in voga nel 2001, a seguito di intercettazioni telefoniche durante un’indagine su un caso di usura. Stavolta ad essere presa in considerazione è la figura di Francesco Narducci, medico perugino morto suicida (ma qui andrebbe aperto un capitolo a parte) nel Lago Trasimeno, il 13 Ottobre 1985. La Procura del capoluogo umbro arriverà ad aprire un’inchiesta mettendo in dubbio il suicidio e ipotizzando un omicidio di terzi, sospettando che il dottore fosse coinvolto anche nella vicenda del Mostro di Firenze e facesse parte della congrega di personaggi altolocati che avrebbero commissionato i delitti.

Una immagine di archivio di Francesco Narducci.
Seguì un iter giudiziario che durò per anni fino a quando, nel 2010, il Tribunale emise la sua sentenza di proscioglimento: secondo i giudici Narducci si era suicidato e non era coinvolto in nessun modo nella serie omicidiaria fiorentina. Ci fu anche un ricorso e un’ulteriore assoluzione definitiva.
Nessuna evidenza
Nonostante la teoria dei mandanti venga spesso ripresentata nei vari contesti, va sottolineato come non siano mai emersi elementi che potessero dimostrare il coinvolgimento di piani superiori nella vicenda del Mostro. Viene da pensare che, prima di cercare la soluzione in certi terreni, bisognerebbe quantomeno escludere le ipotesi più comuni, su tutte quella di uno o più soggetti disturbati che agisse o agissero seguendo un impulso deviato e un piacere perverso nell’uccidere fine a se stesso, senza che gli venisse ordinato da nessuno.
Una riflessione finale
In conclusione, emerge un quadro che ci invita a riflettere su come la verità a volte possa essere diversa da come ci viene narrata. Le motivazioni che si celano dietro a queste drammatiche vicende potrebbero essere lontane dal mondo dell’occulto. Indagare oltre l’apparenza ci può aiutare ad arrivare a risposte razionali e incisive sulle motivazioni e sulle dinamiche reali che hanno guidato gli eventi, così come un’analisi attenta e oculata può portarci verso una comprensione più profonda dei tragici mondi della cronaca nera.




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