L’ombra della Falange Armata dietro l’Anonima sequestri

Scritto da: Martina Piumatti
28 Maggio 2026

Un omicidio irrisolto, un sequestro eccellente e una sigla che attraversa alcune delle pagine più oscure della Repubblica. Dalla morte di Alessandra Vanni al rapimento di Giuseppe Soffiantini, fino ai rimandi alla Falange Armata: una rete di coincidenze, simboli e figure di confine che sembra collegare criminalità comune, eversione e apparati deviati…

Il delitto di Alessandra Vanni

Sabato 9 agosto 1997, Castellina in Chianti, ore 6.30. Luciano Boschi, un pensionato del paese, sta andando in discarica per disfarsi di due materassi quando, nella piazzola sterrata adiacente al cimitero, vede parcheggiato un taxi bianco. Ha il muso rivolto verso la strada, come se avesse appena fatto inversione. L’uomo si avvicina. Nota qualcosa di strano. A bordo, al posto di guida c’è una ragazza, con il capo piegato e le mani legate dietro al sedile. È immobile, ma non sta dormendo. Alessandra Vanni, 29 anni, tassista della Cooperativa di Siena, è morta, strangolata con una corda da pacchi. Il tassametro è fisso alle 24:09 e indica l’importo dell’ultima corsa: 55.200 lire. Esattamente il costo della tratta da Siena a Castellina. L’incasso della serata è sparito. Forse una rapina finita male. Forse. Ma dopo quasi trent’anni restano ancora due enigmi. Due indizi che potrebbero portare a rileggere uno dei tanti cold case italiani come il tassello di un quadro molto più complesso e inquietante. Dove fenomeni apparentemente distanti si toccano.

L’enigma del nodo post mortem

Bisogna ripartire da tre segni e un nodo. I solchi cutanei impressi sul collo di Alessandra Vanni – uno lungo e sottile ad angolo sotto il mento e due più piccoli e profondi sul lato sinistro – dicono molto sulla dinamica dell’omicidio. Quella specie di V sotto il mento, come ricostruito a Blu Notte dall’allora vice dirigente della polizia scientifica di Bologna Silio Bozzi, sarebbe spiegabile dalla sovrapposizione della corda, indotta da un movimento di incrocio, rapido e deciso, da parte dell’assassino. Mentre i polsi, prima, sarebbero stati legati singolarmente, per essere poi fissati – con la stessa corda da pacchi di canapa usata per strangolare la tassista senese – alla sbarra sottostante il sedile. Un’operazione certo non semplice, considerato che sarebbe avvenuta post mortem.

Chi ha ucciso Alessandra probabilmente non era solo. E, probabilmente, aveva già ucciso. Anche il nodo è roba da professionisti, da gente abituata a immobilizzare. E a farlo in fretta. Qualcuno disposto, però, a perdere del tempo per bloccarle i polsi in quel modo. Perché? Forse, per essere sicuro che venisse trovata il prima possibile. Magari per mandare un messaggio, o un avvertimento di tenere la bocca chiusa. Ma a chi?

L’estate del sequestro Soffiantini

In Toscana, quella del 1997, è un’estate particolare. È l’estate del sequestro Soffiantini. L’area tra Siena e Grosseto viene battuta palmo a palmo dagli uomini del Nocs, del Gis e del Tuscania. Ma nascosti tra le colline ci sono anche i sequestratori che, braccati, spostano l’ostaggio da un covo all’altro. Forse gli ultimi clienti, visti a Quercegrossa a bordo del taxi di Alessandra, avevano a che fare con il sequestro ed erano lì per fare un sopralluogo, per controllare la visuale da Castellina sulla Chiantigiana, la strada statale 222 che solca le colline senesi. Sul cruscotto del taxi è stata trovata un’impronta – corrispondente alla scarpa della ragazza – con della polvere bianca conforme al terriccio della piazzola tra il cimitero e la discarica. Segno che Alessandra, quella notte, è scesa dal taxi. Poi, forse, ha visto qualcosa che non avrebbe dovuto vedere.

I punti di contatto tra i due casi

Luoghi e tempi coinciderebbero con quelli del sequestro di Giuseppe Soffiantini, l’imprenditore bresciano rapito il 17 giugno 1997 da una banda appartenente all’Anonima sarda e rilasciato dopo 237 giorni, previo pagamento di un riscatto di 5 miliardi di lire. Sono stati alcuni membri del commando di sequestratori – che dopo la cattura hanno deciso di collaborare con gli investigatori – a circoscrivere la zona dei vari covi tra i monti della Calvana, le campagne di Grosseto, Montalcino e i colli senesi.

C’è un riscontro ancora più preciso che potrebbe collegare i due casi. Ed è contenuto in una lettera dei rapitori fatta avere alla famiglia dell’imprenditore di Manerbio. Tra le istruzioni per la consegna del riscatto viene indicato un percorso da seguire in macchina, per un tratto perfettamente coincidente con l’ultima corsa di Alessandra Vanni. Non solo. Carlo Candusso, il nipote di Soffiantini, che fece il tragitto – riporta una relazione del 1998 della Commissione Antimafia – si sarebbe sentito osservato da una persona appostata dietro un cespuglio, proprio nei pressi di Castellina in Chianti. La stessa località dove è stata trovata strangolata la tassista senese. Magari quei due uomini di bassa statura con i capelli corti e neri, visti da alcuni testimoni a bordo del taxi, erano membri della banda di rapitori e a Castellina dovevano incontrare qualcuno o consegnare qualcosa. Poi le cose, però, non sono andate come dovevano andare. E Alessandra era diventata una testimone di cui sbarazzarsi.

Ai banditi sardi, capeggiati da pezzi grossi dell’Anonima sequestri (Mario Moro, Giovanni Farina e Attilio Cubeddu, quest’ultimo ancora nella lista dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia), di certo non sarebbero mancate crudeltà e freddezza necessarie. Ma la dinamica dell’omicidio, la prontezza e la capacità di immobilizzare, dimostrate nel nodo post mortem, corrisponderebbero più a un altro profilo. Per esempio, a qualcuno con un addestramento paramilitare, inseritosi nell’Anonima per qualche convergenza di interessi. Non sarebbe la prima volta.

Il “secondo livello” dei sequestri

Il giudice Vittorio Occorsio nelle sue indagini sulla stagione dei sequestri a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70, aveva già intuito l’esistenza di legami tra malavita organizzata, terroristi neri e massoneria deviata. I rapimenti, secondo Occorsio, non sarebbero stati solo atti criminali a scopo di lucro, ma sarebbero serviti a finanziare la “strategia della tensione” portata avanti da gruppi di estrema destra come Ordine Nuovo, coordinati dalla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Che avrebbe agito da gran burattinaio del riciclaggio dei proventi estorti.

Intuizioni costate care al magistrato romano ucciso il 10 luglio 1976, a cui gli assassini sottrassero la borsa contenente proprio il fascicolo delle indagini sul “secondo livello” dei sequestri.

Sigle, date, luoghi e cifre che ritornano erano il linguaggio tipico della Falange Armata: un codice usato per veicolare messaggi criptati a chi sapeva intenderli.

Anche nel caso del banditismo sardo c’è almeno un precedente che documenta la contiguità con organizzazioni eversive in odore di servizi, deviati. Dove le comuni finalità di autofinanziamento si intrecciano a trame occulte e a scopi di destabilizzazione.

Come nel sequestro di Mirella Silocchi, rapita il 28 luglio 1989 e morta dopo mesi di stenti in una buca sottoterra: apparentemente un ennesimo rapimento a scopo estorsivo, messo a segno dall’Anonima sequestri. Fino al blitz dei carabinieri del Ros, il 9 maggio 1991.

Nel covo romano dell’Orai (Organizzazione Rivoluzionaria Anarco Insurrezionalista) in via Cristoforo Colombo, emersero prove schiaccianti del coinvolgimento di elementi anarchici nel sequestro Silocchi. Dalle indagini, risultò che a fungere da anello di congiunzione tra il gruppo sovversivo e i banditi sardi era stata una ex hostess americana: AS, arrestata ad Amsterdam nel gennaio 2006, dopo 17 anni di latitanza. Ma la “primula rossa”compagna di Luigi De Blasi, esponente di spicco dell’Orai, sarebbe coinvolta anche in altre vicende altrettanto nere. I suoi tratti parrebbero corrispondere all’identikit della donna con la divisa da hostess vista vicino a via dei Georgofili la notte della strage, il 27 maggio 1993. Lo stesso attentato che venne rivendicato, con un comunicato all’Ansa di Cagliari, dalla Falange Armata – 17 novembre, una sorta di “colonna” sarda del progetto eversivo celato dietro la sigla Falange Armata. Il formato “17 novembre”, comparso per la prima volta in Sardegna nel 1991, deriverebbe – come tributo – dagli stretti legami fra il movimento anarco-insurrezionalista sardo e quello greco, in particolare con l’organizzazione terroristica 17 Novembre, nata dalla rivolta studentesca del 17 novembre 1973 contro il regime dei colonnelli. Mentre la Falange ufficiale intervenne con un comunicato – come ricostruito da Giovanni Spinosa e Giorgio Mezzetti in “I documenti della Falange Armata” – nel sequestro di Farouk Kassam, un bambino rapito a Porto Cervo il 15 gennaio 1992, dicendosi pronta a “dettare a chi sappiamo … le garanzie politiche e economiche” per l’immediato rilascio: sintomo di una contiguità che forse andava oltre il mero uso parassitario delle azioni dell’Anonima per assestare colpi allo Stato.

C’è un altro dettaglio singolare contenuto nella rivendicazione falangista della strage dei Georgofili. La specificazione del proprio contributo tramite la fornitura di 70 chili di semtex (un esplosivo di origine militare introvabile sul mercato, ndr), dimostrerebbe un contatto tra la frangia isolana della Falange e ambienti militari, in aggiunta alle convergenze con la lotta armata di matrice anarchica, a sua volta saldata al banditismo sardo. Rendendo plausibile l’innesto nell’Anonima sequestri – quindi, anche tra i rapitori di Soffiantini – di elementi con un addestramento paramilitare. Lo stesso che sembrerebbe aver avuto chi ha ucciso Alessandra Vanni. Insomma, la tassista senese potrebbe essersi trovata per caso al centro di una delle tante zone grigie della Storia d’Italia. In cui contesti distanti, per interessi diversi, convergono in un obiettivo comune. E dove sguazzano figure trasversali, indispensabili a tessere trame oscure e reti di contatti tra mondi. Figure come quella del generale Francesco Delfino.

Delfino: il generale “di mezzo”

Protagonista di primo piano degli snodi più bui della Repubblica, il generale Francesco Delfino ha attraversato di tutto: dagli anni della strategia della tensione all’eversione nera e rossa, alla lotta alla mafia, al periodo stragista.

Una carriera, la sua, costellata da molte luci, ma anche da ombre. Parecchie ombre. A partire dall’ultima: la condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione per truffa aggravata, per aver estorto un miliardo di lire alla famiglia Soffiantini in cambio di una sua intermediazione nella trattativa per il rilascio dell’imprenditore bresciano. Una beffa per il carabiniere di Platì che aveva iniziato la sua scalata nell’Arma in Sardegna, occupandosi di contrasto al fenomeno dei sequestri di persona, su cui fece pure la tesi di laurea. Periodo coronato dall’arresto del braccio destro di Graziano Mesina, il latitante Giuseppino Campana, nativo di Orune. Proprio come di Orune era Francesco Zizi, uno dei vivandieri della banda che sequestrò Soffiantini.

Ma l’”ufficiale più decorato dei Carabinieri” aveva già avuto contatti anche con l’imprenditore di Manerbio. I due si erano conosciuti in gioventù, nel 1963, ai tempi del servizio presso la caserma di Verolanuova, piccolo comune del bresciano. A Brescia tornò poi nel 1974, occupandosi ancora una volta di sequestri, non senza attirare sospetti sulla sua conduzione delle indagini.

Dubbi rafforzati dalle testimonianze di alcuni pentiti della ‘Ndrangheta, secondo cui Delfino sarebbe stato il garante dei traffici dei clan Sergi e Papalia, i compaesani di Platì, al Nord.

A Milano, a fine anni Settanta, le sue procedure spregiudicate – divise tra scenografiche operazioni di cattura funzionali all’avanzamento di carriera e clamorose non interferenze nei rapimenti gestiti dai calabresi – gli costarono un avviso di garanzia, poi archiviato nel 1994. Mutato il contesto criminale, il metodo Delfino era rimasto quello di sempre: infiltrare, attivare le fonti, sfruttarle, arrestarle e nel caso bruciate, altrimenti, al bisogno, riciclarle.

Alessandra Vanni potrebbe essersi trovata, per caso, al centro di una delle tante zone grigie della Storia d’Italia.

Tutti elementi che, considerata la conoscenza di abitudini e disponibilità dei Soffiantini e le sue vecchie connessioni con il banditismo sardo, fanno sorgere domande legittime sul suo vero ruolo in questa vicenda, considerando anche il fatto che del miliardo consegnato dalla famiglia Soffiantini, i finanzieri del Gico hanno recuperato solo trenta milioni.

Che fine ha fatto il resto? Delfino potrebbe aver chiesto consiglio all’”amico Franz”, il suo storico informatore Walter Beneforti? Ex collaboratore della Cia nel dopoguerra (come Delfino secondo alcune fonti, ndr), ex uomo di D’Amato all’Ufficio affari riservati, Beneforti era soprattutto un grande esperto di riciclaggio del denaro dei sequestri, per cui venne arrestato nel 1976 e nel 1978.

Di documentato, restano i contatti ripetuti, durante il sequestro, tra Delfino e il giudice Luigi Lombardini, massima autorità nella lotta al banditismo in Sardegna, ma soprattutto punto di riferimento per la gestione delle trattative con i sequestratori. Perché il generale si rivolse al magistrato (che, accusato di estorsione nel caso Melis, morì suicida l’anno seguente)? Forse sperava di usarlo per attivare dei canali con i rapitori di Soffiantini e proporsi come mediatore. O c’era dell’altro?

Nella già citata relazione della Commissione Antimafia del 1998, la conoscenza tra i due viene ricondotta alla possibile comune appartenenza “a centrali segrete e/o servizi di sicurezza”. In fondo, il pluridecorato carabiniere non si è fatto mancare un passaggio anche nelle file del servizio segreto militare. Reclutato ufficialmente dal Sismi nel 1978, Delfino avrebbe partecipato già da prima alle operazioni non ortodosse dell’ala deviata degli apparati.

A cominciare dal golpe Borghese, con il nome in codice “capitano Palinuro”, per passare alla strage di piazza della Loggia (venne assolto nel 2012), al caso Moro (non furono trovati riscontri certi a suo carico riguardo alle affermazioni del collaboratore Saverio Morabito) fino a quel progetto occulto di forze eterogenee condensato nella sigla Falange Armata: un po’ l’erede, in epoca post-guerra fredda, delle strategie di destabilizzazione in stile Gladio, di cui una delle poche esercitazioni desecretate, avvenuta a Trieste nel 1966, si chiamava casualmente “operazione Delfino”.

Secondo alcuni collaboratori di giustizia (tra cui Nino Cuzzola, uno dei killer di Umberto Mormile), Delfino sarebbe stato l’anello di congiunzione tra i disegni eversivi della Falange e gli interessi della ‘Ndrangheta stragista. Che avrebbe agito all’occorrenza e per tornaconto da manovalanza, manovrata dal generale di Platì. Possibile, dati i legami, risalenti alla stagione dei sequestri in Lombardia, con gli ‘ndranghetisti Papalia, condannati per l’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile: il primo delitto rivendicato dalla Falange.

Collegando gli indizi disseminati in decenni di storie oscure, non sarebbe da escludere che una delle cinghie di trasmissione tra la Falange Armata e l’Anonima sequestri fosse stato, anche in questo caso, qualcuno dotato di punti di contatto con entrambe. Un ibrido in grado di muoversi senza remore nelle zone grigie, tra Stato e crimine, dove l’ideologia eversiva talvolta evapora in bieco interesse personale. Un “uomo di mezzo”, capace di nuotare con disinvoltura nel torbido e uscirne indenne. O quasi.

Il rebus del numero 17

Sigle, date, luoghi, cifre che ritornano sono un modello espressivo tipico della Falange Armata. Una sorta di codice costruito per intestarsi crimini veri o presunti, spesso usato per depistare, quasi sempre per veicolare messaggi criptati a chi sapeva intenderli. Ed è proprio in questo “tic” falangista che si potrebbe celare il nesso con l’omicidio di Alessandra Vanni.

Qualche giorno dopo la morte della tassista senese, alla stazione dei Carabinieri di Castellina arrivò una lettera anonima con una citazione in latino tratta dall’Apocalisse: “Quis est dignus aperire librum et solvere signacula eius?” (“Chi è degno d’aprire il libro e di romperne i sigilli?”). La Procura individuò subito un riferimento allo strano nodo post mortem fatto ai polsi di Alessandra. Il dettaglio interessante, però, è un altro. La missiva proveniva da Udine: un luogo evocativo nella storia della Falange Armata, che ufficialmente si era conclusa tre anni prima, nel 1994.

Da Udine era arrivata, per esempio, la rivendicazione della strage dei Georgofili. La stessa firmata anche dalla “colonna” sarda delle Falange, il gruppo 17 novembre. Che è la stessa di cui sono provati i legami con l’Anonima sequestri. E che, quindi, potrebbe aver avuto a che fare anche con il rapimento di Soffiantini e con l’omicidio Vanni.

Proprio il numero 17, così simbolico per i falangisti, potrebbe essere la chiave sottotraccia per sciogliere l’enigma. L’imprenditore bresciano venne rapito 17 giugno 1997. Mentre ancora il 17, di ottobre, i rapitori fissarono la consegna del riscatto, poi fallita tragicamente con la morte, per fuoco amico, dell’operatore del Nocs Samuele Donatoni. Non solo. La citazione, contenuta nella lettera spedita da Udine dopo l’omicidio di Alessandra, è tratta dal capitolo quinto dell’Apocalisse, che in totale ne ha 22. Se si sottrae 5 a 22, si ottiene? Ancora 17. Parrebbe quasi una sorta di rebus, uno di quei rimandi cifrati partoriti dalle “menti raffinatissime” della Falange Armata. Magari è solo suggestione, fumo negli occhi. O forse è una delle tante, troppe coincidenze che grondano dalle pagine più cupe della Storia d’Italia.

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  • Nasce a Erba. Giornalista professionista freelance ha scritto per InsideOver e collabora anche con il Giornale e il Giornale.it, occupandosi di esteri e inchieste.

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