Francesco Pazienza è stato tante cose e ha vissuto tante vite, molte delle quali forse nemmeno le conosceremo mai. In questo articolo, vi offriamo un ritratto intimo, dell’uomo che ha passato i suoi ultimi anni defilato, circondato da molte persone, ma fondamentalmente solo con la sua Evita, che l’ha preceduto di poco e che forse, ora, ha ritrovato il suo compagno.

Francesco Pazienza.
Non è mai facile parlare di persone che sono scomparse improvvisamente. Soprattutto se al loro nome sono legate alcune delle vicende più oscure della storia repubblicana. Soprattutto se con quelle persone, per i casi della vita, si è diventati amici. Nello specifico, sto parlando di Francesco Pazienza. Scrivo questo articolo in prima persona per raccontare uno spaccato della sua – e della mia – vita, senza entrare nel merito delle tante vicende che l’hanno visto protagonista, su cui eventualmente ci sarà tempo di tornare.
Chiamami Frank
Tutto è nato per un libro introvabile: “Il disobbediente”. Libro a firma di Pazienza, uscito negli anni Novanta per Longanesi e subito ritirato dal commercio. Un libro culto per gli appassionati, talmente di culto che le copie in circolazione vengono vendute sul web a cifre folli. Io – da sempre affascinato dai misteri d’Italia e dai suoi protagonisti – cercavo di leggerlo da anni, invano. Da qui, l’idea: mettermi in contatto con l’autore per fargliene scrivere un altro. Dopotutto, era il mio mestiere: da diversi anni lavoravo come freelance nell’ambito editoriale: editavo libri, ne scrivevo alcuni (per altri) e, soprattutto, ero sempre a caccia di nuove proposte da sottoporre agli editori per la pubblicazione.
Il giorno in cui ebbi l’illuminazione ero nella sede de Il Fatto Quotidiano. Uscii in giardino e iniziai a fare un giro di telefonate, fin quando non mi ritrovai con il numero di Pazienza. Gli mandai prima un messaggio, presentandomi e chiedendo se potessi disturbarlo. Mi rispose quasi subito, dicendo di si. Ero un po’ emozionato, non sapevo cosa aspettarmi. Il telefono squillò un paio di volte, poi rispose: “Dottor Pazienza?” “Chiamami Frank”, rispose subito. Gli spiegai il motivo della telefonata, gli dissi che volevo proporgli di scrivere un libro. Lui mi ascoltò e alla fine disse: “Senti, mi chiamano tutti i giorni i personaggi più strani, che mi propongono progetti ancora più strani. Se davvero vuoi farmi fare un libro, vieni a trovarmi a casa mia”. Il giorno dopo, ero a Lerici.
L’archivio
Arrivato al cancello d’ingresso, lo trovai ad attendermi. Al suo fianco, la barboncina Evita, con la quale Francesco Pazienza viveva in simbiosi. Entrai con la macchina e vidi una bellissima villa con affaccio sul golfo sottostante. Mi stupii non poco quando Pazienza, dopo una rapida stretta di mano, mi guidò non verso la villa, ma verso la sua dependance. Lui viveva lì, con Evita. Nella villa c’era la sorella con il marito e la figlia.
L’ambiente era piccolo, ma confortevole. Un po’ disordinato, ma pulito. Pochissime le foto, una dei genitori, una di lui da giovane. Basta. Tanti soprammobili e chincaglierie: strumenti nautici, vecchi registratori, libri, montagne di libri. Il salotto era composto da un divano e due poltrone dall’aria vissuta. Pazienza mi indicò una delle due: “Scegli, su questa è stato seduto Marcinkus, su questa Calvi”. Scelsi quella di Marcinkus.
Prima di sedersi andò a preparare un caffè. Quando tornò con le tazzine, si mise seduto e si accese la pipa. Mentre un aroma vanigliato riempiva l’aria ed Evita gli dormicchiava tra le braccia, gli spiegai il mio progetto: scrivere un nuovo libro, salvando alcuni elementi dal “Disobbediente” ma aggiungendo tutto ciò che era accaduto dagli anni Novanta in poi. Lui mi ascoltò con attenzione, mi chiese se avessi già un editore interessato. Io gli risposi che non avrei avuto difficoltà a trovarne uno in tempi rapidi. Gli feci presente che sarebbe stato un valore aggiunto se, a supporto del lavoro, ci fosse stata della documentazione. Fu a quel punto che mi accompagnò in una stanza che lui chiamò “archivio”. C’erano faldoni accatastati l’uno sull’altro, fogli sparsi ovunque, scaffali piegati sotto il peso della carta. Restai a bocca aperta. Lui prese una cartella, mi fece leggere alcuni documenti, mi cominciò a raccontare aneddoti, mi citò nomi, date. Gli dissi di fermarsi un attimo, dovevo tornare con un registratore, altrimenti non sarei riuscito a stargli dietro. Prima di andarmene, gli chiesi se fosse convinto di imbarcarsi in questa impresa, mi domandò la stessa cosa. Ci stringemmo la mano con la promessa di aggiornarci quanto prima.
Mi prendo tutte le responsabilità, ma non questa
L’editore lo trovai con una telefonata. Parlai con Maurizio Donati, all’epoca editor della casa editrice Chiarelettere, che mi mostrò da subito il suo entusiasmo. Gli spiegai cosa avevo in mente e convenimmo che serviva il supporto di qualcuno che aiutasse Pazienza a mettere insieme i pezzi. Maurizio propose una giornalista che, una volta contattata, accettò, purché il suo nome non comparisse da nessuna parte. Con questa giornalista – di cui non faccio il nome, rispettando la sua volontà – partimmo per Lerici, dove ci fermammo per tre giorni.
Tre giorni di intervista, ore ed ore di registrazione che tutt’ora conservo nei miei archivi. Il nuovo libro iniziava a nascere. La giornalista faceva domande dirette, a volte affilate come rasoi, mentre a me interessava l’aspetto umano delle vicende che lui raccontava: le sue impressioni, i personaggi secondari, i dialoghi. Furono giorni intensi. Durante il secondo, tra Pazienza e la giornalista ci fu una furiosa litigata, che per un attimo mi fece temere che il progetto potesse naufragare. Lei aveva una posizione molto netta riguardo la responsabilità di Francesco nel depistaggio successivo alla strage di Bologna (per cui è stato condannato e per cui ha passato lunghi anni in carcere), ma lui cercava di convincerla del contrario, spiegando come l’avessero incastrato, come i magistrati di Bologna si fossero accaniti contro di lui. Volarono urla, finché a un certo punto la giornalista se ne andò fuori a smaltire la rabbia.
Pazienza era furibondo, accese la pipa, aspirò nervosamente e mi guardò dritto negli occhi: “Ascoltami bene, io mi accollo tutto. Il Banco Ambrosiano? Va bene, ho le mie responsabilità, ma questo no.. 85 morti sulla coscienza io non me li prendo, capisci cosa voglio dire?”. Gli dissi che sì, capivo. Anche se ancora oggi non posso di dire di poter mettere la mano sul fuoco su quello che tante e tante volte mi ha raccontato. Lavorando spesso a stretto contatto con persone come lui, ho imparato che è impossibile scindere il vero dal falso, la realtà dalla fantasia o dal falso ricordo. Ciononostante, il suo netto rifiuto di fronte a quella mostruosità che è stata la strage di Bologna (sulla quale siamo tornati molte volte, anche in altre occasioni), mi ha sempre fatto pensare che forse in quello che mi diceva poteva esserci un fondo di verità.
Con questa smetterai di fumare
Il terzo giorno fu più tranquillo. Terminammo l’intervista e ci fu tempo per pranzare e chiacchierare come se lui non fosse un ex agente segreto con oltre dieci anni di carcere sul groppone e noi due giornalisti a caccia di notizie. Ci fu spazio per le risate e a un certo punto, affascinato dal rituale della preparazione che in quei giorni avevo assimilato, gli chiesi se potessi provare una delle sue pipe.
Si alzò in piedi, prese quella che gli avevo visto fumare più spesso e la disinfettò accuratamente. Poi me la passò, facendomi scegliere il tabacco. Lui utilizzava un blend di Virginia e io, non capendoci assolutamente nulla, andai sulla fiducia. Mi piacque. Quando feci per ridargliela, mi fece un cenno con la mano: “Tienila tu. Con questa smetterai di fumare”. In realtà, non avevo mai fumato in vita mia. Ma non glielo dissi. Ad oggi quella della pipa è diventata una mia passione, il mio piccolo rituale quando ho bisogno di staccare un attimo.
La spia triste
Il libro uscì: “La versione di Pazienza”. Non è stato il successo che ci saremmo aspettati, ma qualche soddisfazione ce l’ha data. Da quel giorno, mantenni vivo il contatto, tornai a trovarlo un paio di volte e un paio di volte fu nostro ospite per degli eventi in pubblico. Frank era un uomo eccezionale, in qualunque modo si voglia interpretare l’aggettivo. Galantuomo, istrione, uomo dalle mille conoscenze. Grazie a lui ho conosciuto e intervistato personaggi a cui altrimenti mai sarei riuscito ad arrivare.
Ogni mattina mi inviava la rassegna stampa, qualche volta commentavamo le notizie. Un paio di settimane fa gli avevo girato un video pubblicato su YouTube, dove in qualche modo si cercava di collegarlo al delitto di Garlasco. Mi ha risposto che prima o poi gli avrebbero accollato anche quello di Giulio Cesare. “Quello l’ha fatto Andreotti” gli ho scritto “insieme a me però” è stata la sua chiosa.
Ultimamente era triste. Evita, la sua compagna di vita, lo aveva lasciato. Era accaduto pochi mesi fa, mi aveva scritto “sono distrutto, Evita non c’è più”. Non seppi cosa dirgli, se non che mi dispiaceva. Nelle ultime settimane era stato ricoverato all’ospedale di Sarzana per degli accertamenti. Per un paio di giorni non aveva risposto al telefono, poi, l’11 giugno mi aveva scritto “Vittima di un madornale errore di malasanità, esco domani ospedale dopo 9 giorni! uno schifo […] settimana prossima parte azione risarcitoria contro ospedale di Sarzana”. Mi aveva mandato delle foto che lo ritraevano sul letto d’ospedale. Magro, ma lo sguardo di sempre. Uno sguardo penetrante, con un fondo di tristezza.
La tristezza di un uomo che ha pagato caro le sue scelte e la sua tracotanza. La tristezza di un uomo circondato da tantissime persone che tutti i giorni cercavano da lui un pezzetto di qualcosa, ma che in fondo era solo. Una vita, la sua, di ricordi del passato. Magari anche di qualche fantasma. Un presente fatto di acciacchi, di veleni mai del tutto superati, con il perenne sentimento di essere stato fregato.
Adesso su di lui scriveranno tante cose. Molte saranno comprensibilmente negative. Tireranno di nuovo fuori la storia della P2, per la quale lui si incazzava tantissimo e querelava tutti; gli daranno del depistatore, del deviato; parleranno del Super-Sismi (“Il Super-Sismi eravamo io, me e me stesso”, mi ha detto una volta). Io ricordo l’uomo seduto al tavolo della cucina, indaffarato a pulire le sue pipe, mentre la moca comincia a mandare odore di caffè ed Evita cerca di attirare la sua attenzione, fin quando lui non la guarda, sorride e sentenzia: “è l’ora del bombetto?” e lei, tutta felice, inizia ad abbaiare in attesa del biscottino che Frank tira fuori da una tasca e gli offre sul palmo di una mano lunga e affusolata, da pianista.





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