Francesco Pazienza, “vecchia spia” e protagonista di mezzo secolo di misteri italiani, rivive in questo racconto personale e inedito. Tra grappe, segreti e affetto autentico, emerge il ritratto di un uomo controverso ma straordinariamente umano. Un viaggio tra confidenze, ironia e intelligenza, nel cuore dell’intelligence italiana.

Francesco Pazienza.
Non voleva essere chiamato agente segreto, né 007. “Sono una spia, una vecchia spia” diceva ridendo e riavviando per l’ennesima volta il fornelletto della sua inseparabile pipa. Perché Francesco Pazienza, Frank per gli amici, era questo, una spia. Ed era orgoglioso di esserlo così come io sono orgoglioso di essergli stato amico.
LA GRAPPA A LA SPEZIA
Quando l’ho conosciuto, Frank inizialmente era diffidente. Lo capivo: era un uomo provato dagli acciacchi ma soprattutto da un calvario giudiziario che, dal 1984, lo porterà in galera per ben 13 anni, accusato di aver avuto un ruolo centrale nel crack del Banco Ambrosiano e di aver contribuito al depistaggio sulle indagini per la strage di Bologna. Voglio chiarire bene un punto: Frank non era certo un santo, anzi. Ma a differenza di altri non amava farsi passare per un sepolcro imbiancato, uno di quelli che pur sapendo di essere colpevole grida la sua innocenza. Anzi, lui alcune cose le rivendicava anche orgogliosamente. “Il caso Cirillo l’ho gestito io” diceva senza esitazioni, raccontandomi che era stata sua l’idea di rivolgersi alla camorra, e quindi a Raffaele Cutolo.
Frank era un uomo che apprezzava la convivialità, le chiacchiere fatte a tavola davanti a un buon bicchiere e a un buon piatto. Non dimenticherò mai la prima volta che ci siamo incontrati. Eravamo a La Spezia, poco lontano da casa sua. Scelse un caffè nel centro della città, circondato da uffici e anche questo mi sembrò dettato dal modus operandi della spia, perché in un posto affollato e anonimo ci si mimetizza meglio.
Un’insalata, un caffè e soprattutto tre grappe dopo, eravamo ancora lì a parlare come due vecchi amici. Perché Frank Pazienza era un affabulatore dall’intelligenza pronta che aveva nel suo database 50 anni di storia oscura italiana. “C’è chi nasce con nessuna qualità, io sono nato per fare la spia” mi disse consumando l’unica sigaretta della giornata. Mi colpì la flemma con cui rispondeva al mio bombardamento di domande, la lucidità di chi è abituato a rispondere senza fare una piega e soprattutto senza tradirsi.
Del resto, di Frank ho subito capito una cosa: mi avrebbe detto quello che voleva dirmi e non una parola di più. Perché le spie, quelle vere, fanno così. Inutile stuzzicarlo o peggio provocarlo: avrei ottenuto l’effetto contrario. Io questo l’ho capito e soprattutto l’ho rispettato, in ossequio a una regola fondamentale del giornalismo: con le fonti bisogna essere leali se non si vuole bruciarle. E Pazienza una fonte lo era e di primissimo livello.
UN REGALO INASPETTATO
Credo di essergli risultato subito simpatico. Forse perché lui, come me, era orgogliosamente sudista, anzi terrone, come ci chiamavamo nei tanti messaggi scambiati su WhatsApp. Lui, nato a Taranto, io napoletano, ci capivamo al volo nel segno di un comune attaccamento alle nostre radici.
Anche mia figlia, che al tempo era piccola, aveva imparato che, sentendo una raffica di messaggi arrivare sul mio telefono di prima mattina, il mittente era lui, puntuale con la rassegna stampa. “Papi ma quanti messaggi ti ha mandato Pazienza stamattina?” mi chiedeva. Una volta eravamo a Civitavecchia, a pranzare sul mare. Ci alziamo da tavola e facciamo una passeggiata perché, se ben ricordo, Frank doveva prendere un treno. Passeggiando vediamo una libreria e per curiosità entriamo. Erano esposti dei gadget per bambini e Frank, con un gesto totalmente inaspettato, scegli due tazze personalizzate col nome, una per mia figlia e una per la figlia di Gianluca. Un gesto nobile che mi commosse: mia figlia conserva ancora oggi quella tazza come una cosa preziosa.
IL CAMINETTO DI CALVI
Una cosa che mi è sempre piaciuta di Frank è la sua capacità di fare ironia praticamente su tutto, una sorta di cinismo benigno che lo portava a non prendersi e a non prendere troppo sul serio ogni casa. Lo capii quando raccontò un episodio gustosissimo: era a casa del banchiere Roberto Calvi che aveva nascosto una grande cifra in dollari nel caminetto ma poi l’aveva dimenticato e stava per accendere il fuoco e di conseguenza bruciare i soldi. Pazienza raccontava che aveva fermato lui il presidente del Banco Ambrosiano: “Roberto era un rincoglionito”. Ecco, a cena con Frank poteva capitare di ascoltare episodi del genere. Quando venne nostro ospite a Vasanello, il primo incontro di quello che negli anni è diventato un festival seguitissimo e atteso, a cena tenne banco, piazzato al lato di un tavolo tondo dove tirammo le ore piccole ascoltando i suoi racconti.
Frank Pazienza dunque era una spia. Ed era orgoglioso di esserlo. Nonostante fosse laureato in medicina, rivendicava il suo lavoro nel mondo dell’intelligence con orgoglio, una sorta di ‘specializzato in spionaggio’ che lo ha portato a entrare in contatto con mondi diversi e spesso lontanissimi tra di loro, intrecciando relazioni multiple e spesso anche pericolose. Che poi, l’ho capito conoscendolo, sono il vero segreto dell’intelligence.
Con Frank ho perso non una fonte ma un amico. Ci tengo però a precisare ancora una cosa: Pazienza non era un santo, di scheletri nell’armadio e di segreti ne ha avuti. E dico questo perché chi legge non abbia il dubbio che questa sia una santificazione, tutt’altro. Anche perché a Frank, che amava il cibo e le belle donne, non sarebbe affatto piaciuto.




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