Una mano insanguinata in corrispondenza della prima pozza di sangue sulla scena del delitto di Garlasco: la mano dell’assassino, secondo gli esperti. Ma di questa impronta cosa ne è stato? Perché non è stata analizzata dal RIS? Purtroppo l’ennesimo vuoto investigativo che va ad aggiungersi a una lista già lunga…

L’impronta insanguinata sulla scena del delitto di Garlasco.
Se ne parla ormai da giorni. E non potrebbe essere altrimenti, perché quell’impronta di mano insanguinata sulla scena del delitto di Garlasco – impronta fino ad oggi del tutto ignorata – è con buona probabilità il marchio dell’assassino. Ma sarebbe ormai il caso di dire: di uno degli assassini.
La prima pozza
Di perizie nel corso del lungo procedimento giudiziario che ha portato in carcere Alberto Stasi ce ne sono state parecchie. In questo caso, prendiamo in considerazione quella del professor Francesco Maria Avato, consulente della difesa di Stasi che, nel corso del primo processo (quello del 2009, dal quale uscirà assolto), firma un documento di analisi che mira a stabilire come e in quanto tempo sia stata uccisa Chiara Poggi. Due anni prima si era cimentato nell’impresa il professor Marco Ballardini, che aveva anche effettuato l’autopsia sul corpo della vittima.
Il lavoro di Avato, dunque, si basa principalmente su quello svolto dal collega nel 2007 e sulle foto che i carabinieri fecero della scena del crimine. Ed è proprio in queste foto – precisamente quelle scattate dal RO.NO (Reparto Operativo Nucleo Operativo) di Pavia il 13 agosto 2007, giorno del delitto, che si nota un particolare che non può far saltare dalla sedia. A pag. 38 della perizia di Avato, si vedono i fotogrammi 30 e 31. Si tratta di due foto scattate una dal sopracitato reparto dei carabinieri il 13 agosto e l’altra il successivo 12 settembre dai consulenti tecnici delle parti. Angolature diverse della stessa zona di casa Poggi: l’ingresso. Lì dove, secondo Avato (ma anche secondo tutti gli altri periti che si sono nel tempo occupati di questo genere di analisi), si è consumata la primissima fase dell’aggressione. Leggiamo un estratto della perizia:
“La prima pozza di sangue si ritrova […] sul pavimento del salone d’ingresso in corrispondenza della base del primo gradino della scala diretta al piano superiore. […] Essa identifica la primitiva sede di “appoggio” dell’ovoide cranico sanguinante e ne attesta, in considerazione dell’entità del volume di sangue raccoltosi (circa 150-300 ml), la permanenza per un tempo non inferiore ai 15 minuti“.
Fermiamoci un secondo. Già questo primo dato è significativo. In quel preciso punto alla base delle scale che conducono al piano superiore di casa Poggi, Chiara è rimasta a terra, con una profonda ferita alla testa, non meno di 15 minuti. Certo, è quello che dice un consulente di parte (precisamente, quello della difesa), ma non è molto lontano da quanto sostenuto anche da Ballardini nel 2007. In merito alle tempistiche dell’aggressione i due sembrano infatti allineati. Questo cosa significa? Che probabilmente quei 23 minuti in cui – secondo la sentenza della Corte d’Appello di Milano che l’ha condannato – Alberto Stasi avrebbe commesso l’omicidio, non sarebbero bastati nemmeno per completare la “fase 2” dell’aggressione, quella in corrispondenza del mobile del telefono. Ma andiamo avanti. Perché la cosa importante, adesso, è analizzare ciò che emerge da quelle foto scattate alla prima pozza di sangue.
L’impronta del killer
I fotogrammi 32 e 33 della perizia di Avato mostrano due foto, che come sopra sono state scattate il 13 agosto e il 12 settembre prima dai carabinieri di Pavia e poi dai consulenti tecnici. Leggiamo il testo che accompagna le immagini:
“Perifericamente, ma in continuità con la pozza stessa si apprezza area figurata, come da impronta di mano, avente lunghezza massima di 19 cm ed apertura alla base di 17 cm […]. Tale impronta, sulla base della collocazione e dei rapporti relativi degli elementi digitaliformi, parrebbe essere stata prodotta da applicazione di mano sinistra”.
Insomma, una mano accanto alla prima pozza di sangue. La prima cosa che viene in mente è che possa appartenere a Chiara. Ma come suggerito nel corso di una recente intervista da noi fatta al dott. Pasquale Bacco e come ci hanno confermato altri medici legali consultati per l’occasione, un’impronta del genere non viene lasciata da una vittima di aggressione: troppo ben delineata, troppo “ferma”. Una vittima sofferente, indebolita da una tale perdita di sangue, avrebbe lasciato una traccia “trascinata” o comunque incompleta. Quello, invece, è una sorta di timbro. L’impronta di qualcuno che ha premuto la mano sinistra a terra, lì dove, a pochi centimetri, c’era la testa di Chiara. Ma non basta: perché se si guardano bene le foto, si vedono, intrisi nel sangue dell’impronta, dei capelli castano chiaro. Capelli che furono analizzati ma che, in quanto privi di bulbo, non vennero mai attribuiti a nessuno.

I capelli intrisi di sangue vicino l’impronta.
Non si può, a questo punto, non immaginare che quella mano poggiata a terra fosse quella del killer, o quantomeno di chi in quel momento, reggendosi con la sinistra, era forse chinato a controllare se Chiara respirasse ancora, o magari era intento a colpirla ancora con la destra. Chissà.
Ennesimo vuoto investigativo
Sapremo mai a chi apparteneva quell’impronta? Certo che no. Non lo sapremo mai, perché, molto semplicemente, quell’impronta rilevata dal RO.NO. e rilevata anche ai consulenti delle parti, è sfuggita al RIS di Parma che condusse le analisi scientifiche. Nella loro relazione, infatti, di questa impronta non c’è neanche l’ombra. O meglio, ci sono le foto d’insieme, ma nessuna foto di dettaglio, né alcuna menzione.
Certo, è possibile che anche se l’avessero notata non se ne sarebbe cavato nulla. Vuoi per qualche contaminazione, vuoi per altre ragioni. Ma è anche possibile che, al contrario, da quell’impronta sarebbero potute emergere cose interessanti, magari risolutive per un’indagine che aveva subito preso una piega storta. E chissà, magari quell’impronta avrebbe fatto il paio con quei polpastrelli insanguinati che si vedevano sulla maglietta di Chiara, in corrispondenza della spalla sinistra. Polpastrelli cancellati nel momento in cui il medico legale girò il corpo della vittima nel suo stesso sangue. Insomma, siamo di fronte all’ennesimo, grave, difficilmente giustificabile vuoto investigativo.
A chi il “merito”?
Per quale ragione, a distanza di tanto tempo, si torna a parlare di questa impronta? Io (passo alla prima persona) posso parlare per noi (scusate il gioco di parole). Domenica 25 agosto Florinda Ambrogio, che fa parte del team DarkSide – Storia Segreta d’Italia, ha ricevuto le foto in originale da una sua fonte e me l’ha prontamente girate, sapendo che il mattino seguente, lunedì 26, avrei avuto una diretta in compagnia di Pasquale Bacco. Difatti, proprio nei primissimi minuti di diretta, insieme a Bacco abbiamo analizzato le due foto inviatemi la sera prima.
Al termine della diretta, l’utente YouTube “Wildline975” scrive il seguente messaggio: “Mi fa piacere che usi la mia foto senza citare da chi viene l’informazione. L’onestà intellettuale prima di tutto no? Queste cose da persone che stimo mi fanno davvero dispiacere”. Ci è voluto poco a capire chi fosse l’utente dispiaciuto: su YouTube, dove ha un suo canale, si fa chiamare Eizen. Solo dopo aver ricevuto il messaggio abbiamo verificato che, in effetti, Eizen aveva pubblicato un video il 15 agosto in cui parlava proprio di questa impronta, mostrando le immagini su cui ha applicato il marchio del suo canale. A lui, quindi, va giustamente dato il merito di aver tirato fuori qualcosa di cui si era persa la memoria. Ma questo spiacevole equivoco ci da l’occasione di mettere i cosiddetti “puntini sulle i”.
Intanto un primo dato: “la mia foto”. Esattamente, quale foto? E perché “mia”? Quelle foto – quelle mostrate da noi e quelle mostrate da Eizen – non sono di nessuno. Sono agli atti. Certo, se avessimo mostrato le foto con il marchio del suo canale, avremmo commesso una scorrettezza. Ma le foto da noi mostrate sono quelle originali estrapolate dalla perizia del professor Avato. Forse, a questo punto, il più titolato a dire “la mia foto” potrebbe essere lui (e non sarebbe comunque vero!). E ancora: nel corso della puntata di Zona Bianca, programma condotto da Giuseppe Brindisi, del 27 agosto, di questa impronta abbiamo parlato tanto io, quanto la collega Rita Cavallaro. Il giorno dopo, tutti i giornali riportavano la notizia, virgolettando le parole della Cavallaro. Nessuna traccia del mio contributo. Mi sarei dovuto arrabbiare? La collega ha forse “rubato la mia notizia”? Attenzione, perché si rischia di finire in un circolo vizioso degno della Fiera dell’Est.
Cerchiamo di analizzare come possono essere andate le cose: la fonte di Florinda, che io non conosco, ha probabilmente (anzi, sicuramente) visto il video di Eizen. Senza segnalare l’origine dello spunto, ha contattato la collega che, a sua volta e in perfetta buona fede, ha contattato me. Come chi ci segue sa bene, siamo sempre molto corretti nell’attribuire il merito a chi arriva prima di noi su qualcosa e, in questo caso, il plauso va a uno youtuber emergente e promettente, ma che deve capire che questa non è una gara e che nessuno ha voluto fargli le scarpe. Sicuramente per noi sarà l’occasione per imparare a verificare ancora più a fondo le notizie che ci arrivano anche dalle fonti più accreditate, per non correre il rischio di fare torto a qualcuno o di diventare lo strumento inconsapevole di qualcun altro. Quello che importa, di tutta questa storia, è che le prove che potevano portare all’individuazione dei responsabili dell’omicidio di Chiara Poggi c’erano, erano davanti a tutti. Ma, come in questo caso, sono state ignorate. Questo è quello che dovrebbe far incazzare, al di là di chi lo dica per primo.





Buongiorno, sembra proprio l’impronta di una mano sinistra, ma sembra liscia, nel senso che non sono visibili i dermatoglifi, cioè tutte le impronte e i disegni che si trovano sulla pelle dei palmi delle mani e delle piante dei piedi. Sono formati da piccole creste che formano diversi tipi di disegni. Quelli che si trovano sulle dita e che tutti conosciamo, si chiamano impronte digitali.
Sui palmi delle mani, invece, si trovano altri tipi di disegni che sono formati sempre da queste creste. Dalla foto le dita dell’impronta sembrano allungate, ciò fa pensare che “chi”, indossasse una sorta di guanto. Magari in lattice? Si è detto che all’esterno della villetta ne fu repertato uno in lattice senza apparentemente tracce di sangue. Magari dei soccorritori? o delle forze dell’ordine? Non dimentichiamo, non per alimentare una tesi piuttosto che un altra, che Stefania Cappa era una soccorritrice abilitata facente parte della Croce Garlaschese e proprio in quei gg. svolgeva servizio, credo sia in Croce che all’esterno. Di questo nei primi giorni, successivi al delitto, se ne è sempre e spesso vantata. Pratica sicuramente all’epoca di tecniche di primo soccorso, BLSD etc. Era lì dentro quella mattina? fu avvisata da chi era lì? diede una mano?