Una consulenza tecnica passata in sordina e uno scambio di email rimasto ai margini del processo raccontano, se letti insieme, una storia diversa da quella conosciuta finora. Gianluca Zanella prova a ricostruire perché Chiara Poggi non abbia mai chiesto aiuto a nessuno, seguendo il filo che porta a una teoria nuova ma che, se risultasse corretta, si integrerebbe e arricchirebbe l’attuale quadro investigativo portato avanti dalla Procura di Pavia…
Una domanda che resta aperta da vent’anni
Ci sono domande che un caso giudiziario, per quanto passino gli anni, non riesce mai davvero a chiudere. Nel delitto di Garlasco una di queste mi ha sempre inquietato più delle altre: se Chiara Poggi sapeva — o sospettava — di essere al centro dell’ossessione che oggi la Procura di Pavia attribuisce ad Andrea Sempio, perché non ne ha mai parlato con nessuno? Non con Alberto Stasi. Non con la famiglia. Non con chi le stava più vicino.
Seguo questo caso da anni, e ho imparato a distinguere con cura quello che è documento da quello che è mia lettura personale. Quello che sto per raccontare appartiene alla seconda categoria: è un’ipotesi, costruita su elementi reali — alcuni emersi nel processo di appello bis a carico di Alberto Stasi, altri che ho riletto solo di recente, alla luce della riapertura delle indagini — ma resta, appunto, un’ipotesi.
Un’anomalia dimenticata: la notte del 30 agosto 2006
Tutto parte da un dettaglio che, letto da solo, sembra insignificante. È sepolto in una consulenza informatica tecnica, firmata dall’ingegner Paolo Dal Checco per conto della Procura di Pavia, dedicata a ricostruire l’attività sul computer di casa Poggi — una macchina condivisa da Chiara, dal fratello Marco e dalla cerchia di amici di quest’ultimo.
Da una chiavetta USB vengono prelevate alcune fotografie di una collega e amica di Chiara e quelle immagini, poco dopo, partono verso Alberto Stasi.
Quella sera, poco dopo le dieci, qualcuno usa quel computer per un’attività che gli stessi consulenti non attribuiscono a Chiara: da una chiavetta USB vengono prelevate alcune fotografie di una collega e amica di Chiara, raccolte in una nuova cartella. Poco dopo, quelle immagini partono verso Alberto Stasi, che risponde a sua volta con una propria foto — anch’essa finita nella stessa cartella.
I consulenti liquidano l’episodio come un caso di e-whoring goliardico, una specie di tentativo di ridicolizzare Alberto Stasi o, comunque, provocarne una reazione, facendogli credere di scambiare messaggi con la propria fidanzata. Un’attività racchiusa tra due momenti in cui qualcuno, su quel computer, gioca a un videogioco di calcio. Ecco perché Paolo Dal Checco e i suoi collaboratori pensano che a svolgere questa attività possa essere stato Marco Poggi, eventualmente in presenza di altre persone. Una spiegazione plausibile, se non fosse per un dettaglio che nessuno, fino ad oggi, sembrava aver notato.
Il filo che nessuno aveva tirato: luglio 2007
Quella ragazza fotografata nella cartella del 2006 non è una comparsa. È la stessa persona con cui, quasi un anno dopo — il 5 luglio 2007 — Chiara scambia una fitta corrispondenza via email. Nel frattempo il loro rapporto di lavoro è cambiato: Chiara si è trasferita a Milano, la collega è rimasta nel vecchio posto di lavoro a Pavia, ma nelle loro comunicazioni riecheggia ancora la vecchia gerarchia da ufficio: Chiara è la “Junior”, la sua amica è la “Senior”.
Su questo punto voglio essere netto, perché è facile fare confusione. Da anni, attorno al caso, circola il soprannome “il piccione” — comparso in alcuni scambi privati legati a Chiara. Ho sempre ritenuto, per ragioni che ho spiegato altrove, che il piccione fosse Alberto Stasi. Resta l’ “altro”. Non ho alcun elemento per collegare questa figura sconosciuta al delitto, né per escluderlo: semplicemente perché non è mai stato cercato. Ma torniamo a quella data: il 5 luglio 2007.
Nessuno, che io sappia, aveva collegato quelle due date: la foto scaricata nel 2006 e lo scambio di email del 2007.
È qui che la mia ricostruzione si stacca da tutto quello che è stato scritto finora sul caso. Nessuno, che io sappia, aveva collegato quelle due date: la foto scaricata nel 2006 e lo scambio di email del 2007. Se quel collegamento regge, cambia il significato di entrambi gli episodi: non più un gioco isolato tra ragazzi, ma il primo capitolo di qualcosa che, un anno più tardi, potrebbe essere tornato a bussare alla porta di Chiara — con conseguenze molto più serie.
Il misterioso salvataggio
Cinque giorni dopo questo scambio di mail, accade qualcosa che – alla luce del quadro odierno – assume un contorno decisamente più significativo: la mail in cui si parla degli “intrallazzi” e di questa misconosciuta figura maschile, viene salvata sulla pennetta USB in uso a Chiara. Un salvataggio che mi ha sempre lasciato interdetto. Sappiamo che era abitudine di Chiara salvare su diversi dispositivi qualunque cosa, anche delle e-mail, ma in questo specifico caso, trattandosi di un argomento privato, mi sono chiesto: per quale motivo moltiplicare le possibilità che altri venissero a conoscenza di quella conversazione?
Per quale motivo moltiplicare le possibilità che altri venissero a conoscenza di quella conversazione?
Ad aggiungere domande, il fatto che la mail venga cancellata il giorno stesso, 10 luglio 2007. Un ripensamento di Chiara? Oppure – e qui la domanda inizia a portarci verso la mia ipotesi – Chiara si è accorta che qualcun altro aveva salvato quello scambio e-mail? Se così fosse: per quale ragione?
L’ossessione di Mister X
Sia chiaro: nella mia ricostruzione ho bene in testa chi possa essere stato a rendersi protagonista di questa attività ai danni di Chiara. Ciononostante, ritengo sia doveroso restare nel campo delle ipotesi, senza puntare il dito su nessuno in particolare. E allora, veniamo a quello che potrebbe essere accaduto.
Mister X è una persona di sesso maschile che, con buona probabilità, non ha bisogno di intrufolarsi da remoto nel computer di casa Poggi, ma può avere accesso al dispositivo in quanto frequentatore sufficientemente assiduo di quella casa e di quella stanza. Avendo questa libertà di manovra, è possibile che Mister X, nell’agosto del 2006, sia incappato nelle foto della “Senior” (che ovviamente ha un nome e un cognome) e che sia rimasto in qualche modo colpito dal suo aspetto. Delle tre foto oggetto di quello scambio sottolineato dall’ingegner Dal Checco, infatti, una – sebbene piuttosto sgranata – sembra riprendere la ragazza nuda in spiaggia.
Il tempo passa. Mister X continua a frequentare casa Poggi e a entrare il quel PC. Ogni tanto, magari in assenza dei padroni di casa, il soggetto non si limita a giocare ai videogiochi, ma mette il naso negli affari di Chiara. Ed è in questo modo, per esempio, che arriva a visionare i video intimi che ritraggono la ragazza con il suo fidanzato. Che Chiara si fosse resa conto che qualcuno aveva visionato i suoi filmati ce lo suggerisce il fatto che, proprio nell’estate del 2007, abbia deciso di proteggerli crittografandoli. Ma forse era troppo tardi.
In preda a un impulso crescente, Mister X dilaga nel pc di casa Poggi alla ricerca di altro materiale compromettente e, magari, entrando nell’account mail di Chiara incappa in uno scambio che coinvolge proprio la “Senior”. Evidentemente quel nome risuonava famigliare alle orecchie di Mister X e deve aver riacceso nella sua memoria il ricordo di quanto visto circa un anno prima. Ecco allora la decisione di leggere lo scambio. Stavolta, invece di foto su cui elaborare fantasie, il soggetto trova qualcosa di più. Qualcosa che, dopo la visione dei filmati, va ad alimentare ancora di più la sua ossessione e la sua idea distorta su Chiara: la mail degli “intrallazzi”.
A questo punto, non escludo che tutto ciò sia accaduto il 10 luglio 2007 e che quel salvataggio sia stato effettuato proprio da Mister X. Succede però qualcosa. Un intoppo. Chiara si accorge di questa attività nei suoi confronti. Un’attività che potrei definire quasi di dossieraggio. E allora cerca di intervenire.
Quelle telefonate senza risposta
Tra il 18 e il 19 luglio, Chiara cerca di mettersi in contatto telefonico con la “Senior”. Lo fa per quattro volte, ma dall’altro capo del telefono non risponde nessuno. L’ultimo tentativo è mentre si trova all’aeroporto, prima dell’imbarco per il volo che la porterà a Londra, dove ad attenderla c’è Alberto Stasi. Perché questa impellenza di parlare con la “Senior” proprio in quel frangente, a pochi giorni dallo scambio della mail? Magari per sapere se anche lei avesse notato qualcosa di strano? Magari per raccontare quanto accaduto e spiegare che qualcuno aveva avuto accesso alle loro confidenze?
La memoria corta della Senior
Ipotesi. Al momento solo questo. E purtroppo su questi elementi non si è indagato quando sarebbe stato opportuno farlo. Il salvataggio della mail, per esempio, emerge nel 2014, durante il processo di Appello Bis a Stasi. Cercherà di valorizzarlo l’allora difensore, il professor Angelo Giarda, ma la Cassazione del 2015 bollerà i suoi tentativi come inutili, essendo le piste alternative del tutto inconsistenti. Ci proverà anche il Procuratore generale di Cassazione Oscar Cedrangolo a sottolineare che, in effetti, c’erano alcuni elementi degni di ulteriore approfondimento. Non ne ho la certezza, ma ritengo facesse riferimento anche a questa mail.
Un contributo in più lo avrebbe potuto dare la stessa Senior, peccato che, sentita una prima volta il 20 agosto del 2007 e una seconda volta il 6 settembre dello stesso anno, non faccia alcuna menzione a quegli scambi, né alle telefonate ricevute pochi giorni dopo. Una dimenticanza? Possibile. Dopotutto, i carabinieri del RO.NO di Pavia non avevano una visione completa di quelli che erano stati i suoi rapporti con la vittima e non erano nelle condizioni di fare le domande giuste.
Una seconda occasione la Senior l’ha avuta nel 2017, quando la difesa di Stasi, nel corso di indagini difensive, la intervistò. Anche in quell’occasione, la donna si trincerò dietro i suoi “non ricordo”. Terza occasione gliela fornii io nel 2022. Di quella telefonata conservo ancora l’audio, ad oggi inedito. Le chiesi perché, nel 2007, non ritenne di informare i carabinieri di quelli che erano stati i suoi ultimi contatti con Chiara, appena un mese prima della sua uccisione. Anche in questa occasione, la sua memoria fece cilecca.
Al momento non ho avuto occasione di leggere la SIT, ma da fonte attendibile apprendo che la Senior sia stata sentita nell’ambito del procedimento a carico di Andrea Sempio. Chissà che stavolta i suoi ricordi siano stati più nitidi.
Un segreto troppo pesante
Torniamo a Chiara. Dopo aver cercato di contattare la sua amica, la ragazza parte per Londra e né in questa occasione, né in nessun altra, condividerà la sua preoccupazione o il suo disappunto con Alberto. Né lo farà con la sua famiglia. Perché?
Bisogna calarsi nel contesto per capire cosa possa aver significato, per una ragazza di ventisei anni nel 2007, sapere — o temere — che qualcuno fosse in possesso di materiale privato che la riguardava. Oggi esistono strumenti, sensibilità, persino reati specifici per situazioni del genere. Allora c’era solo il silenzio, la vergogna, la paura di doverne parlare con chi si ama.
È da questo tipo di pressione che nasce la mia ipotesi centrale: Chiara era sotto ricatto. Mister X, ormai vistosi scoperto, può aver infatti giocato la sua carta: fare pressione su Chiara utilizzando la sua conoscenza del suo lato più intimo e privato. Pressione per cosa? Magari un incontro, un’attenzione che fino a quel momento non c’era mai stata, ma che era stata a lungo vagheggiata. La mia ipotesi mi porta a credere che allora Chiara abbia cercato di gestire la cosa da sola, rimandando magari un confronto diretto dopo il viaggio a Londra.
E immagino che, a un certo punto, quella gestione silenziosa possa essersi rotta: che Chiara, tutt’altro che ingenua, abbia deciso di reagire, di mettere alle strette il suo interlocutore — con la minaccia, magari, di raccontare tutto. È in quel punto di rottura che va cercata la scintilla di una violenza tanto sproporzionata.
Un’ipotesi, non un verdetto
Sono consapevole di muovermi su un terreno che tocca la vita privata di persone reali, vive e non più in vita, e l’ho trattato con tutta la cautela che merita. Per questo lo ripeto qui, con la stessa chiarezza con cui l’ho premesso all’inizio: quanto avete letto è una ricostruzione giornalistica, non un atto d’indagine, non una sentenza. Non ha alcun valore probatorio. Bisogna sottolinearlo con forza in quanto nel corso dell’ultimo anno e mezzo, troppe teorie del caos sono imperversate, colpendo indiscriminatamente anche soggetti che nulla hanno a che vedere con il delitto di Chiara e contribuendo a diffondere confusione su una vicenda già di per se molto complessa.
Cercare il soggetto maschile di cui si parla in quella mail non significa voler infangare la memoria di Chiara. Significa non arrendersi di fronte alle soluzioni semplici.
Quello che resta, al di là delle ipotesi, è la certezza che tante, troppo piste investigative sono rimaste ai margini delle attività degli inquirenti. Cercare il soggetto maschile di cui si parla in quella mail, non significa voler infangare la memoria di Chiara. Significa accertarsi che quella persona abbia o non abbia alcuna responsabilità con il delitto. Significa fare luce su alcuni aspetti mai illuminati che potrebbero contribuire al raggiungimento della verità. Significa non arrendersi di fronte alle soluzioni semplici.




Questa ricostruzione è sicuramente la più verosimile, che funziona anche elidendo lo scambio di email tra junior e senior.
Anch’io sono convinto che il movente sia da ricercarsi nella volontà della vittima di denunciare un ricatto (sessuale) e non già nel cosiddetto “rifiuto sessuale” “tout court”, che viene analizzato (inutilmente) sotto il profilo psicologico nella gran parte degli approfondimenti mediatici.
Tra l’altro, propendere per quest’ultima ipotesi in luogo di quella del ricatto, a ben vedere, rende più difficoltoso dimostrare le tesi dell’accusa, in quanto la dimostrazione che un mero rifiuto sessuale possa costituire movente sufficiente per un delitto è molto più complessa da fornire rispetto a quella dell’aver avuto conoscenza della volontà della vittima di denunciare o semplicemente “spubblicare” in casa l’esistenza di un ricatto (sessuale).