Verrà mail il tempo di tirare le somme sul delitto di Chiara Poggi? Probabilmente no, ma siamo ormai agli sgoccioli di un’inchiesta che da oltre un anno ha catalizzato l’attenzione dei media e del pubblico. Garlasco è diventato il terreno di scontro tra vere e proprie fazioni, ma in tutto questo rumore, il giornalismo ha fatto anche cose buone…

Chiara Poggi.
530 giorni.
Settecentosessantatremiladuecento minuti dal momento in cui è divenuta pubblica la nuova inchiesta sul delitto di Chiara Poggi, al momento in cui scrivo. Tutti riempiti, giorno e notte senza sosta da tv e social media. Oltre 12.000 ore di indagini, accertamenti, perizie, interrogativi, nuove verifiche e vecchie carte tornate improvvisamente a parlare al centro di un’indagine che sembrava appartenere ormai soltanto alla storia giudiziaria di questo Paese. Un tempo enorme, ma il tempo, si sa, presenta sempre il conto.
Non sappiamo ancora quale sarà la destinazione finale di questo “viaggio”, ma dopo quasi vent’anni, siamo arrivati a un punto dal quale sarà difficile tornare indietro.
Il lavoro della Procura di Pavia, guidata dal procuratore capo Fabio Napoleone, dal procuratore aggiunto Stefano Civardi e dal loro gruppo, emergerà nella sua interezza. Emergeranno la fatica, le ore di studio, le verifiche, le carte, le domande, i silenzi. Emergerà soprattutto la serietà di chi ha scelto di lavorare lontano dal clamore, mentre fuori infuriava una guerra di opinioni nella quale, troppo spesso, le certezze hanno preceduto i fatti.
Tutto questo è cominciato, ancora una volta, da Chiara Poggi, una ragazza di 26 anni brutalmente uccisa e abbandonata sulle scale che conducevano alla cantina in una calda mattina d’estate del 2007.
I suoi sogni d’amore, i suoi progetti, il suo futuro e tutto ciò che ancora avrebbe potuto vivere ci ha obbligati a tornare là dove tutto ebbe inizio: sulla scena del crimine. Ci ha imposto di guardare ancora, di osservare ciò che allora non fu osservato abbastanza. Ci ha fatto interrogare su quei dettagli, piccoli soltanto in apparenza, che il tempo non cancella e che possono diventare giganteschi quando vengono nuovamente messi in relazione.
Questa volta, però, non è stata soltanto la magistratura a tornare indietro, è stato un Paese intero. Migliaia, milioni di persone hanno seguito ogni passaggio, ogni perizia, ogni nuova carta, ogni contraddizione e, come spesso succede, il Paese si è spaccato.
Da una parte c’è chi continua a credere nell’innocenza di Alberto Stasi, dall’altra c’è chi sostiene che una sentenza passata in giudicato non debba essere toccata.
Due posizioni diventate sempre più radicali, due idee di giustizia che si sono scontrate nelle piazze virtuali, sui social, nei programmi televisivi, nelle discussioni quotidiane e, in alcuni momenti, si è superato il limite. Ci sono stati scontri feroci, insulti, accuse, processi sommari. La ricerca della verità è diventata, per qualcuno, una guerra da combattere a qualsiasi costo.
Nonostante tutto, siamo andati avanti, perché proprio in mezzo a quella confusione qualcosa ha continuato a muoversi.
Gli investigatori di allora hanno consegnato le loro scelte agli atti, le loro valutazioni alla storia giudiziaria di questo Paese e proprio lì, negli spazi lasciati dalle domande rimaste senza risposta, si è aperto un varco.
In questi anni abbiamo ascoltato pronunciare la parola Cassazione come se fosse una formula magica, come se il giudicato fosse sinonimo di infallibilità, come se una sentenza passata in giudicato non fosse comunque il risultato del lavoro di uomini e donne e, proprio per questo, non potesse essere messa alla prova dalla storia, dalla scienza, dalle nuove evidenze. La giustizia è umana e ciò che è umano, per definizione, è perfettibile.
Poi è arrivato il resto. Le carte dell’operazione Clean, i poteri forti, le vicende che si sono intrecciate attorno alla Madonna della Bozzola con i fatti attribuiti a don Gregorio, alle sette sataniche, ai suicidi, alle persone, ai rapporti, alle ombre e soprattutto a tante strade che prima nessuno aveva percorso
Non dico che tutte queste storie abbiano necessariamente qualcosa a che fare con l’omicidio di Chiara Poggi, anzi, potrebbero non averne affatto, potrebbero essere soltanto deviazioni di un percorso investigativo che, per anni, non aveva mai attraversato quei luoghi, ma proprio per questo non possiamo permetterci di dimenticarle perché il compito di chi cerca la verità non è decidere in anticipo quali strade siano utili e quali no. Alcune strade bisogna percorrerle, verificarle, scavarle e, se necessario, arrivare fino in fondo per poter dire: qui non c’è nulla.
Anche un vicolo cieco, quando viene realmente percorso, è conoscenza e, in questo viaggio, un ruolo fondamentale lo ha avuto anche il giornalismo investigativo. Quello serio, quello che non cerca la scorciatoia, non costruisce una verità per confermare una tesi e non confonde il rumore con la notizia.
Il giornalismo investigativo ha avuto il merito di aprire porte, di seguire piste, di mettere in fila nomi, luoghi, rapporti, documenti e circostanze che, presi singolarmente, potevano sembrare privi di significato e che, osservati nel loro insieme, meritavano invece di essere approfonditi.
Il giornalismo investigativo ha percorso strade che gli inquirenti, impegnati nel lavoro giudiziario e vincolati dai tempi, dagli atti e dalle regole dell’indagine, forse non avrebbero avuto la possibilità di percorrere fino in fondo. Questo non significa sostituirsi agli investigatori, significa fare un altro mestiere. Il giornalismo investigativo non deve assolvere né condannare, deve cercare, verificare, porre domande, illuminare angoli rimasti al buio e, soprattutto, deve avere il coraggio di dire quando una pista non porta da nessuna parte.
E così, mentre la giustizia procedeva attraverso i suoi strumenti, il giornalismo ha potuto muoversi su un terreno diverso: quello delle relazioni, testimonianze, contraddizioni, storie rimaste ai margini. Siamo entrati in luoghi che sembravano lontanissimi da Garlasco, abbiamo seguito persone, ricostruito vicende, bussato a porte che per anni erano rimaste chiuse.
Non tutto ciò che è emerso ha condotto necessariamente a Chiara, non tutto ciò che abbiamo trovato diventerà una prova, ma oggi sappiamo che quelle strade esistono e questo, per chi fa giornalismo investigativo, è già un risultato perché il nostro compito non è arrivare per forza alla risposta che abbiamo immaginato, ma arrivare il più vicino possibile alla verità, anche quando quella verità smentisce la nostra stessa ipotesi.
Noi abbiamo scelto il dubbio, perché dopo quasi vent’anni, forse, è proprio il dubbio ad averci permesso di tornare a guardare. Un’inchiesta non è un corridoio nel quale si procede soltanto verso la porta che si è deciso di raggiungere, è un labirinto e nel labirinto, talvolta, si incontrano stanze che nessuno aveva previsto. Quando un vaso di Pandora viene aperto, non basta richiuderlo per cancellare ciò che ne è uscito anche se qualcuno continua a provarci, anche se qualcuno tenta incessantemente, calpestando tutto e tutti, di riportare ‘l’ordine’ precedente, di ridimensionare, di confondere.
Molti hanno semplicemente scelto di attaccare chi cerca, di deridere, sminuire, tentando di screditare chi fa domande, ma il tempo sedimenta, conserva e poi restituisce.
Oggi, dopo tutto quello che è stato detto, scritto, studiato e ricostruito, manca poco.
Non so dirvi se alla fine saremo soddisfatti, non so se questo interminabile viaggio ci condurrà alle risposte che abbiamo cercato o a nuove domande. Non so nemmeno se le notti insonni, le ore sottratte alla nostra vita, alle nostre famiglie, alle persone che amiamo, produrranno ciò che speravamo.
Una cosa è certa: abbiamo lavorato con serietà e con il cuore e lo abbiamo fatto nel nome di una ragazza che non può più parlare. Chiara Poggi non può difendersi, non può raccontare, non può correggere ciò che viene detto su di lei. Chiara Poggi può soltanto continuare a vivere dentro quelle carte, dentro quella casa, dentro quella scena del crimine, dentro le domande di chi non si è rassegnato a considerare la verità un capitolo definitivamente chiuso.
Come me, so che tanti avrebbero voluto sentire la vicinanza e la comprensione della famiglia di Chiara, ma non è accaduto. Dispiace, ma non cambia nulla perché questo lavoro, alla fine, lo abbiamo fatto anche per loro. A chi, oggi, prova a tornare sui nostri passi, a rimettere in discussione i personaggi che abbiamo incontrato, i passaggi che abbiamo ricostruito, i grimaldelli che abbiamo utilizzato per aprire porte rimaste chiuse per anni, vorrei dire soltanto questo: non fatevi illusioni.
Potete discutere ogni passaggio, potete contestare ogni interpretazione, potete persino provare a riscrivere la storia, ma non potete cancellare ciò che ormai è stato visto.
Garlasco non è più soltanto il luogo di un delitto, è diventato il luogo nel quale un Paese intero, diviso, ferito e a volte persino accecato dalle proprie convinzioni, ha continuato a cercare, a litigare, a sbagliare, a oltrepassare più volte il limite della decenza, ma che non ha mai smesso di fare domande.
È proprio questo il punto. La verità non appartiene né a chi difende Stasi, né a chi accusa Andrea Sempio, né a chi difende il giudicato. Non appartiene ai social, non appartiene alla televisione, non appartiene a chi urla più forte. Appartiene ai fatti, alle prove, alle carte, alla scienza e alla capacità di avere il coraggio di seguire anche la strada che potrebbe portarci lontano dalle nostre convinzioni.
Perché forse il senso di tutto questo viaggio è proprio qui. Non nel trovare a tutti i costi un colpevole, non nel demolire a tutti i costi una sentenza, non nel costruire una nuova verità prima ancora che siano i fatti a parlare, ma nel non smettere di cercare, nel non dimenticare nessuna delle strade percorse, nemmeno quelle che sembrano non portare da nessuna parte. Alcune strade potrebbero non avere mai avuto nulla a che fare con la morte di Chiara Poggi, ma potrebbero nascondere ancora qualcosa che non abbiamo visto.
Per tutto questo abbiamo il dovere di continuare a scavare con prudenza, con rigore, con rispetto, senza trasformare il dubbio in una condanna, senza trasformare una possibilità in una certezza, senza smettere di fare domande solo perché una risposta, vent’anni fa, sembrava già essere stata trovata. Dopo quasi vent’anni, il tempo ha cominciato a presentare il conto e, forse, siamo davvero arrivati al capolinea.
Se così non fosse, siamo semplicemente arrivati davanti all’ultima porta, quella che resta ancora da aprire perché la verità non scompare, aspetta solo che qualcuno torni a cercarla.




La sensazione che si ricava dalla lettura del suo articolo è quella di un uomo che esce con la sua barca, da una folta nebbia che gli impediva di scorgere l’orizzonte e di vedere la terraferma; dopo la lettura, tutto appare semplicemente più chiaro e netto: forse non scorgiamo la soluzione, ma certamente abbiamo capito che stavamo navigando con l’ossessione di trovarci in mezzo ad un conflitto, con ipotetici nemici da affrontare e combattere, quando invece il dissolversi della nebbia ci ha mostrato che è possibile raggiungere una sponda sicura se solo ci affidiamo alla verità delle cose che vediamo: cioè l’orizzonte della verità.
Fabio buon pomeriggio, ha colto perfettamente il senso e la ringrazio infinitamente per aver letto il pezzo e per averci accompagnati in questo ‘viaggio’. A presto, con affetto, saluti
Bravissima!Complimenti!❤️❤️❤️
Troppo gentile carissima Tamara, contenta sia stato di suo gradimento :)
Io adoro Florinda Ambrogio.
E io adoro tutti voi
❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️❤️bravissima
Una lectio magistralis sul senso di questi 530 lunghissimi giorni! Complimenti Florinda e grazie infinite! Sei una delle persone che mi hanno più aperto gli occhi su questa vicenda sempre oscura e raccontata a senso unico. Pochi sono stati sul campo al pari di te, che oltre a percorrere e a raccontarci instancabilmente nuove strade e nuove prospettive, hai anche intessuto una trama di rapporti umani e solidali con vittime collaterali come gli ottimi Maresciallo Marchetto e Mustafà.
Sii certa che ogni ora, ogni parola e ogni gesto da te spesi sul territorio hanno già portato frutti copiosi e altri ne porteranno.
Grazie di cuore a te e naturalmente anche a Gianluca, vi abbraccio.
Questo messaggio ripaga di tutte le fatiche. Ti ringrazio infinitamente anche a nome di Gianluca. Grazie davvero