Garlasco: sul dna si poteva fare chiarezza nel 2016

Scritto da: Gianluca Zanella
12 Marzo 2025

Nel 2016 Andrea Sempio finisce indagato: il suo dna viene trovato sotto le unghie di Chiara Poggi. Pochi mesi dopo la sua posizione viene archiviata: quel dna è troppo degradato, quindi inutilizzabile. Ma ne siamo davvero sicuri? Noi di DarkSide vi raccontiamo come le cose sarebbero potute andare (molto diversamente).

Andrea Sempio intervistato nella trasmissione “Quarto Grado”.

Ciò che state per leggere è un’esclusiva di DarkSide – Storia Segreta d’Italia, che affonda le radici nel 2022.

Oggi Andrea Sempio, nuovamente indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, compie 37 anni. Il compleanno lo passerà presso la sede della scientifica del Nucleo investigativo dei Carabinieri di Milano, dove dovrà sottoporsi al prelievo coattivo del dna, dopo essersi rifiutato di sottoporsi al test volontariamente, come richiesto la scorsa settimana dalla Procura di Pavia.

In queste ore la notizia è rimbalzata ovunque, anche su quei media che da sempre hanno puntato il dito contro Alberto Stasi, gli stessi che – nel 2016 – avevano accolto con scetticismo l’entrata in scena di Sempio, indagato la prima volta e di lì a poco prosciolto da ogni accusa. Gli stessi giornali in queste ore pubblicano articoli in cui si sottolinea che la posizione di Sempio fu archiviata perché quel dna trovato sotto le unghie di Chiara Poggi e a lui ricondotto grazie a una perizia fatta svolgere dalla difesa di Stasi, in realtà era troppo degradato. Talmente degradato che nel 2017 la procura di Pavia non aveva ritenuto nemmeno di dover disporre una propria perizia di parte.

Ecco. Con questo articolo noi vi raccontiamo qualcosa di nuovo. Qualcosa che ho tenuto nel cassetto fino ad oggi, perché ritenevo fosse inutile accanirsi su questa vicenda, con il rischio di sembrarne ossessionato. Mi sbagliavo. Non ero ossessionato, semplicemente mi facevo le domande giuste. Riavvolgiamo dunque il nastro e torniamo al Natale di nove anni fa.

Legal thriller nella Lomellina

Nel 2016 si torna a parlare del delitto di Garlasco. A nemmeno un anno dalla condanna di Alberto Stasi a 16 anni di carcere come assassino di Chiara Poggi, la sua fidanzata, i media ricevono un’insperata boccata d’ossigeno per ridare vita a quel filone d’inchiesta che aveva ingrassato per anni le cronache nazionali.

Con una mossa – c’è da riconoscerlo – da legal thriller americano, la difesa di Stasi – che tutta Italia ha ormai imparato a riconoscere come il biondino dagli occhi di ghiaccio, un pervertito, un mostro – gioca una carta nel tentativo di ottenere la revisione del processo. Una carta che, per un attimo, ha seriamente rischiato di distruggere l’intero impianto accusatorio che aveva portato in carcere Alberto Stasi.

Alberto Stasi esce dal palazzo della Corte di Cassazione a Piazza Cavour, Roma, 17 aprile 2013, al termine dell’udienza per l’omicidio di Chiara Poggi.

Avvalendosi di una società di investigazioni private – la Skp Investigazioni & Servizi di Sicurezza – gli avvocati del condannato approfondiscono un filone d’indagine emerso a seguito di un’attività che, forse, sarebbe spettata alle forze dell’ordine nell’immediatezza dei fatti. Studiando tutta la documentazione disponibile – gli atti d’indagine, le informative, gli interrogatori – gli investigatori attenzionano un ragazzo. È un amico di Marco Poggi, il fratello di Chiara.

Una questione secondaria

Andrea Sempio nel 2007 ha 19 anni e, secondo gli uomini della Skp, qualcosa non torna. Ci sono tre telefonate a casa Poggi mentre l’amico era in vacanza e Chiara era sola in casa pochi giorni prima dell’omicidio e c’è lo scontrino di un parcheggio conservato come una reliquia per cementificare un alibi – peraltro non richiesto – per il 13 agosto 2007, il giorno del delitto. Insomma, abbastanza per attirare un’attenzione investigativa.

Dopo un’intensa attività d’indagine, la difesa ha una prova apparentemente schiacciante che pone Sempio al centro della scena. Sotto le unghie della vittima c’è il suo dna.

Nel 2022, mentre lavoravo per IlGiornale.it, una delle persone intervistate nell’ambito dell’inchiesta sul delitto di Garlasco, il professore Francesco De Stefano – già direttore del dipartimento di Scienze della Salute dell’Università di Genova e, nel 2014, perito per la Corte d’assise d’appello nel secondo appello del processo a Stasi – mi disse che quella del Dna era una questione secondaria, che non ha nessun ruolo nella condanna al biondino dagli occhi di ghiaccio. Vero, ma solo in parte.

Se la questione del dna non è determinante nel processo a Stasi, diventa elemento centrale nelle “indagini” che la procura di Pavia si trova a dover svolgere quando, il 23 dicembre 2016, Andrea Sempio viene iscritto nel registro degli indagati. Uso le virgolette parlando delle indagini svolte dagli allora procuratori pavesi Mario Venditti e Giulia Pezzino perché sul fronte dna, cioè sull’unico elemento davvero importante e sul quale si sarebbe potuto e dovuto fare molto di più, in realtà loro non hanno fatto quasi nulla. E questo nulla ha portato, il 23 marzo 2017, la posizione di Andrea Sempio ad essere archiviata.

Le “indagini” del 2016

Ma in cosa consiste questo nulla investigativo? Qualcosa deve pur essere stato fatto. Ve lo raccontiamo noi: di fronte a una perizia di parte che la difesa ha fatto firmare dal consulente scientifico forense – oggi responsabile della Sezione Genetica Forense del Laboratorio Eurofins Genoma di Milano e di Roma – Pasquale Linarello, dove si dice che quel dna maschile trovato sotto le unghie di Chiara Poggi è di Andrea Sempio, ma anche di fronte alle energiche rimostranze di Gianluigi Tizzoni, l’avvocato della famiglia Poggi, che con due memorie rivolte agli inquirenti sottolineava con forza l’inutilità delle nuove indagini, considerando il fatto che quel dna era stato considerato degradato già nel 2014, i procuratori cosa fanno?

Avendo a che fare con il caso di cronaca nera tra i più mediatici degli ultimi vent’anni, avendo a che fare con l’accertamento di una verità che forse per una volta è a portata di mano, Venditti e Pezzino convocano il professor De Stefano che, in effetti, nel 2014, dopo aver confrontato quel dna presente sotto le unghie di Chiara con la saliva di Alberto Stasi, aveva dichiarato la degradazione del materiale genetico e quindi l’impossibilità di stabilire di chi fossero quelle tracce.

Francesco De Stefano, oggi in pensione ma all’epoca stimato professore universitario all’apice di un’ampiamente riconosciuta carriera, difende il suo lavoro (un po’ come chiedere all’oste com’è il vino) e conferma quanto detto e scritto in una perizia nel 2014: quel dna non era buono all’epoca, certamente non può essere utilizzato ora per incastrare Andrea Sempio.

Perché quel dna fu ritenuto degradato

Di fronte ai procuratori, che ipotizziamo essere poco avvezzi alla materia, il professor De Stefano spiega quanto dettagliatamente scritto in perizia: i risultati emersi dalle tre estrazioni di dna nelle tre prove effettuate tra la metà di luglio e il 19 agosto 2014 sono divergenti ed incostanti, quindi del tutto inaffidabili. In particolare, a dimostrazione di questa degradazione di dna, ci sono la seconda e la terza prova effettuata da De Stefano: se infatti la seconda prova aveva dato dei risultati importanti, che spingono il perito a convocare d’urgenza Stasi per un prelievo di campione salivare, la terza prova fornisce risultati diversi.

Gli allora procuratori di Pavia a questo punto avrebbero dovuto fare una cosa molto semplice, che però non è stata fatta: incaricare un perito d’ufficio per sbrogliare la matassa e rispondere a un quesito semplice: questo dna è utilizzabile o no? L’identificazione di Sempio ha valore scientifico?

Domande rimaste tali, perché, in buona sostanza, Venditti e Pezzino decidono di fidarsi del professore. Dopotutto l’ha detto: due prove effettuate in laboratorio con un quantitativo materiale che – sentito a sit il 27 gennaio 2017 – definisce di “contenuto paragonabile” hanno dato risultati diversi. Quel dna, quindi, non ha alcun valore. L’inchiesta si smonta, Stasi resta in carcere, Sempio sparisce dai radar.

Sommare cavoli e pere

Peccato che approfondendo questo argomento siano emersi due elementi che riteniamo di grande importanza per mettere in dubbio la decisione degli allora procuratori di Pavia. Un elemento viene dallo studio delle carte che sono agli atti, un altro, quello ancora più interessante, viene dall’intervista che nel 2022 ho fatto a De Stefano. Partiamo dagli atti: sentito dai magistrati il 27 gennaio 2017, il professore dice un’inesattezza.

Se si legge con attenzione la perizia del 2014, infatti, anche uno sprovveduto in materia si può accorgere che quelle due prove di laboratorio il cui risultato determina la presunta degradazione del dna raccolto sotto le unghie di Chiara Poggi, in realtà sono state fatte con un quantitativo di materiale – l’eluito – che non è identico e nemmeno paragonabile.

Posto che in un qualsiasi esperimento scientifico una qualsiasi differenza tra due campioni produrrà risultati divergenti, se si legge la perizia (che pure sulla quantità di eluito della terza prova resta curiosamente sul vago indicandola con una sigla, R, che sta per “residuo”), ci si rende conto che tra la seconda e la terza prova c’è una differenza ben sostanziosa di eluito. Questo però ai magistrati sfugge. Né il professore si premura di indicarlo.

Il perché di questa vaghezza nell’indicare la quantità della terza prova e il perché sul punto non sia stato preciso e rigoroso con i procuratori di Pavia incaricati di indagare su Sempio l’ho chiesto direttamente a lui, De Stefano, che dopo un inizio in salita – “non capisco che si continui ancora a parlare di questa cosa del dna, perché proprio ha un significato uguale a zero” – mi spiega che ho fatto male i conti [precisamente che ho sommato “cavoli e pere”, cit].

Scontro sui microlitri

I conti però li ho fatti non solo rivolgendomi ad altri scienziati che mi hanno aiutato a districarmi in una materia che non mi compete, ma li ho fatti anche consultando il bugiardino del kit utilizzato dal professor De Stefano per compiere le sue analisi nel 2014.

Stando alle procedure indicate, il professore aveva un numero limitato di microlitri per effettuare l’incarico che gli era stato conferito. Ecco perché, nonostante l’indicazione della terza prova con una sigla [R – residuo, ndr], è stato piuttosto facile giungere alla conclusione che se la seconda prova era stata fatta con 5 microlitri, la terza era stata fatta con 2. Una bella differenza. E invece no. Ho contato male. Il professor De Stefano, infatti, mi svela il reale valore di R: 4 microlitri. Non uguale alla seconda prova da 5, ma nemmeno così scarsa come pensavo io. Insomma, una via di mezzo.

Gli contesto il dato. In perizia c’è scritta un’altra cosa. Stando a quello che ho letto, se il protocollo del kit è stato rispettato non c’è argomento che tenga: la quantità di eluito di partenza era di 10 microlitri e, dopo un totale di 4 prove [tre da 1 microlitro, una da 5, nda], ciò che resta [il residuo, appunto] sono 2 microlitri. Tradotto: la seconda e la terza prova non potevano ovviamente dare lo stesso risultato.

La novità che – forse – avrebbe cambiato le cose

Ma De Stefano insiste: la terza prova era da 4 microlitri. E me lo spiega dicendo una cosa che non ha mai detto ai procuratori e che non è esplicitata nella perizia del 2014: “era talmente scarso il dosaggio che abbiamo deciso – d’accordo con i consulenti – di ri-sospendere in 10 microlitri proprio per cercare di tenerlo più concentrato possibile”.

Me ne rendo conto. L’argomento è molto tecnico, ma in parole povere quello che De Stefano mi stava dicendo è che di fronte all’esiguità del materiale a disposizione per le sue analisi, dopo aver utilizzato 2 microlitri come test per cercare del dna femminile sulle unghie di Chiara [dna presente in grande abbondanza, visto che erano intrise del suo stesso sangue, nda], prima di iniziare a cercare l’Y, cioè il dna maschile, ha aggiunto altri 2 microlitri, facendo tornare la misura a 10.

Il professore si affida alla memoria, ma sul punto sembra molto convinto e me lo ripete diverse volte. Peccato però che tutto questo non sia presente nella sua perizia del 2014. Quando glielo faccio notare, il professore cade dal pero: “Ma ci dev’essere scritto che io ho usato 4 microlitri per la terza prova […] Forse ce l’ho negli appunti di laboratorio…”.

E a suffragare ulteriormente questa affermazione che – lo sottolineo – a mio avviso avrebbe potuto determinare un esito diverso nelle indagini del 2016, il professor De Stefano sostiene di aver deciso di procedere in questo modo su suggerimento di uno dei consulenti delle parti [nello specifico il consulente della famiglia Poggi, ndr] e con il consenso anche degli avvocati di Stasi, con i quali avrebbe parlato di tutto questo – e a lungo [“per oltre tre ore”] – in udienza.

Il parere dell’esperto

A questo punto, per prima cosa mi rivolsi a Giada Bocellari, avvocato di Alberto Stasi, all’epoca delle analisi sul dna [luglio/agosto 2014, ndr] nel pool di difesa dello Studio Giarda: “Assolutamente è la prima volta che sento dire una cosa del genere”. In seconda battuta, incontrai Pasquale Linarello, che, su mandato della difesa di Stasi, analizzò il dna nel 2016 trovando corrispondenza con quello di Andrea Sempio.

L’ho fatto per chiedergli un parere sulla procedura che Francesco De Stefano dice di aver seguito, smontando così la mia convinzione che avesse svolto due prove che – per sostanziale differenza di materiale utilizzato – non potevano dare lo stesso risultato e, conseguentemente, che avesse sostenuto di fronte ai pm pavesi una cosa sbagliata.

Ma prima di sentire quello che ci ha detto Linarello, giova ricordare come il suo operato venne duramente giudicato dall’allora Gip Fabio Lambertucci, che nella richiesta di archiviazione della posizione di Sempio (arrivata il 17 marzo 2017) gli dedica queste parole:

“Il giudicante concorda con il pubblico ministero nel considerare come radicalmente priva di attendibilità la consulenza tecnica sul materiale genetico offerta oggi dalla difesa di Stasi […] la consulenza di Linarello è viziata ab origine già nella formulazione del quesito laddove pretende di confrontare i risultati di oggi con quelli ottenuti dalla perizia di De Stefano […] rileggendo criticamente l’elaborato allegato all’esposto, la conclusione che pare di poter trarre è che non vi è alcuna corrispondenza tra il materiale genetico rinvenuto sui reperti ungueali di Chiara Poggi ed il dna di Sempio, anche se si ribadisce che il materiale genetico estratto dai reperti ungueali della vittima NON È IDONEO AD EFFETTUARE NESSUN CONFRONTO [maiuscolo nell’originale, ndr], poiché i risultati emersi dalle tre estrazioni di dna nelle tre prove effettuate dal perito sono divergenti ed incostanti, quindi del tutto inaffidabili”.

Insomma, non è un’impressione: prima i pm Venditti e Pezzino, poi il Gip Lambertucci, si affidano tutti ciecamente alle parole del professor De Stefano, che hanno il potere di disinnescare in modo definitivo un’indagine in realtà mai decollata.

Il dott. Linarello, a leggere queste parole, non ci fa una bella figura. Eppure, con convinzione e buoni argomenti, anche a me ripete: quel dna poteva essere utilizzato per il confronto, tanto con il dna di Stasi nel 2014, tanto nel 2016 con quello di Sempio. “Era un profilo molto degradato, però le regioni [le parti del dna, ndr] che il software riesce a leggere (14 su 17) sono uguali all’altro soggetto [Andrea Sempio, ndr]”.

Nel tempo Linarello è stato accusato di aver voluto escludere la possibilità che quel dna fosse di Alberto Stasi. Anche il professor De Stefano, pur senza facendomi il nome di Linarello, sostiene che “sono stato accusato da un consulente di parte dell’epoca di aver trascurato alcuni risultati, che guarda caso lui privilegiava solo quelli che escludevano Stasi..”.

“Non è che ho escluso Stasi – mi dice Linarello – nel momento in cui vado a confrontare il dna di Stasi con quello presente nelle unghie, è vero che ci sono 4 regioni su 17 che combaciano, ma ce ne sono delle altre che lo escludono. Con Sempio riesco a leggere 14 regioni su 17. Combaciano tutte”.

Un test fatto male

Passo allora a chiedergli se quello che mi ha rivelato De Stefano riguardo le operazioni svolte e la quantità di materiale utilizzato per le analisi [lo ripeto, dichiarazioni mai rese prima né presenti nella sua perizia del 2014] abbia un senso: “Questa sua ultima dichiarazione non mi torna”.

Quello che non torna a Linarello è la questione della ri-sospensione, ovvero quell’aggiunta – in corso di esperimento – di ulteriori 2 microlitri per sopperire a quelli già usati come test: “A parte il fatto che in perizia non c’è scritto, è anche strano. Che senso ha?”

E aggiunge una considerazione, su cui mi trovai pienamente d’accordo: “Non può dire [De Stefano] che la terza replica della stessa analisi non si è confermata e che quindi il dato non è affidabile. E questo perché non ha utilizzato la stessa quantità, non ci sono le stesse condizioni analitiche. Le linee guida già all’epoca dicono che per confermare il dato, io devo usare esattamente le stesse condizioni di analisi”. In buona sostanza, se anche la terza prova fosse stata – come mi ha detto De Stefano – di 4 microlitri e non di 2 come si evince dalla perizia, il risultato tra seconda e terza prova sarebbe comunque venuto differente.

“Lui adesso sta dicendo una cosa che non ha detto all’epoca [né in perizia nel 2014, né di fronte ai procuratori di Pavia nel 2017, ndr] e mi suona strano a livello tecnico. Così avrebbe diluito ancora di più il già poco dna che aveva a disposizione”.

Di fronte a tutte queste anomalie, siamo davvero sicuri che quel dna era inutilizzabile per un confronto? “Io non lo so come si è generato quel profilo genetico – mi dice Linarello – io posso dire che dal punto di vista tecnico, per me, quel profilo è valido. Tant’è che lui [De Stefano] lo utilizza per il confronto [con Stasi]”. E poi, aggiungo io, quando non trova corrispondenza il dna diventa inutilizzabile.

Sentito nel giorno in cui la notizia delle nuove indagini su Sempio ha impazzato ovunque, Linarello mi esprime tutta la sua soddisfazione. E ne ha ben donde. Nonostante i fiumi di fango, a distanza di anni il suo lavoro viene confermato come corretto, così come le sue intenzioni.

Ci sarebbe ancora molto da dire o meglio, da chiedersi. L’intervista con il professor De Stefano è stata lunga e interessante. Ha riposato per tre anni in una cartella sul mio computer. Di tanto in tanto l’ho riascoltata, chiedendomi perché quelle cose le avesse dette solo a me.

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  • Nasce a Roma. Editor e agente letterario, collabora dal 2015 con alcune tra le principali realtà editoriali italiane. Già collaboratore e inviato per AISE (Agenzia internazionale stampa estera), dal 2021 al 2023 collabora con il Giornale.it occupandosi di inchieste, nel 2024 è stato redattore di InsideOver. È l'ideatore del format di informazione indipendete DarkSide - Storia Segreta d'Italia e presidente dell'Associazione Culturale DarkSide.

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5 Commenti

  1. Graziella

    Buongiorno, non c’erano anche dei capelli fra le dita di Chiara che non erano nè suoi nè di Stasi? Grazie.

    Rispondi
    • Gianluca Zanella

      Si, ma mancava il bulbo

      Rispondi
  2. Livia

    Ho letto da qualche parte che si sia voluta giustificare la presenza del DNA di Sempio, adducendo che potesse essere finito sotto le unghie di Chiara, attraverso un uso comune del computer presente in casa Poggi, ma mi chiedo come può essere presente un DNA combaciante 14 regioni su 17 con quello di Sempio,sotto le unghie di Chiara, semplicemente avendo usato qualche giorno prima il computer di casa Poggi? Se è così facile trasferire il DNA da una tastiera di un computer alle unghie di una persona, secondo questa assurda teoria allora sotto le unghie di Chiara doveva essere presente una miscellanea di DNA, di tutti quelli che avevano usato quel computer nei giorni precedenti alla morte di Chiara, ivi compresi quelli del fratello e di altre persone. Non sono un’esperta nel campo, ma mi chiedo se per poter isolare un DNA che combacia 14 regioni su 17 con quello di un sospettato, ci voglia ben altro,ad esempio che nel tentativo di difendersi Chiara sia venuta a contatto con il viso, le mani, la testa del suo assassino trattenendo DNA sotto le unghie?

    Rispondi
    • Gianluca Zanella

      Sono tutte domande lecite e corrette, quelle che si sarebbero dovuti fare gli inquirenti dell’epoca e che speriamo si facciano quelli di oggi

      Rispondi
  3. Damiano DalMas

    guarda come DarkSide informava correttamente già mesi prima! Bravi! Vi seguo sempre!

    Rispondi

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  1. Graziella

    Buongiorno, non c’erano anche dei capelli fra le dita di Chiara che non erano nè suoi nè di Stasi? Grazie.

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    • Gianluca Zanella

      Si, ma mancava il bulbo

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  2. Livia

    Ho letto da qualche parte che si sia voluta giustificare la presenza del DNA di Sempio, adducendo che potesse essere finito sotto le unghie di Chiara, attraverso un uso comune del computer presente in casa Poggi, ma mi chiedo come può essere presente un DNA combaciante 14 regioni su 17 con quello di Sempio,sotto le unghie di Chiara, semplicemente avendo usato qualche giorno prima il computer di casa Poggi? Se è così facile trasferire il DNA da una tastiera di un computer alle unghie di una persona, secondo questa assurda teoria allora sotto le unghie di Chiara doveva essere presente una miscellanea di DNA, di tutti quelli che avevano usato quel computer nei giorni precedenti alla morte di Chiara, ivi compresi quelli del fratello e di altre persone. Non sono un’esperta nel campo, ma mi chiedo se per poter isolare un DNA che combacia 14 regioni su 17 con quello di un sospettato, ci voglia ben altro,ad esempio che nel tentativo di difendersi Chiara sia venuta a contatto con il viso, le mani, la testa del suo assassino trattenendo DNA sotto le unghie?

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    • Gianluca Zanella

      Sono tutte domande lecite e corrette, quelle che si sarebbero dovuti fare gli inquirenti dell’epoca e che speriamo si facciano quelli di oggi

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  3. Damiano DalMas

    guarda come DarkSide informava correttamente già mesi prima! Bravi! Vi seguo sempre!

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